Zes, Intesa investe sulla crescita. Sbarra: «Fondi destinati al Sud»

Sessanta miliardi di euro per sostenere gli investimenti nella Zes Unica. Che per adesso resta concentrata interamente al Sud, con la sola aggiunta di Umbria e Marche, in attesa di capire quando e come potrà essere ampliata anche al Centro-Nord. Intesa Sanpaolo, con il responsabile della Banca dei Territori Stefano Barrese, annuncia ieri a Bari insieme a Confindustria, con il presidente Emanuele Orsini, un finanziamento senza precedenti nella storia, relativamente breve, della Zona economica speciale. Si chiama “Zes 2.0” ed è la diretta conseguenza del clamoroso impatto sull’economia del Mezzogiorno di quella che senza ombra di dubbio può essere definita l’unica misura di politica industriale che funziona benissimo in Italia, come conferma il «Check up Mezzogiorno» di Srm e della stessa Confindustria, anch’esso presentato ieri. Il nuovo capitolo della sempre più forte alleanza tra la prima banca del Paese e il sistema delle imprese nasce da qui, con un’ottica che guarda a due obiettivi. Da un lato, alla possibilità di attrarre al Sud con la Zes sempre più capitali privati dal Nord, attraverso le filiere industriali già esistenti, e soprattutto dall’estero («Solo il 9,4% delle aziende straniere in Italia investe al Sud», dice la vicepresidente di Confindustria Barbara Cimmino); dall’altro, all’eventuale ma probabile estensione del “modello Zes” in termini di semplificazione amministrativa anche alle aziende investitrici del Centro-Nord.

Fondi e semplificazioni 

Su questo punto tocca ovviamente alla politica fare chiarezza ma inevitabilmente il tema finisce anche al centro dell’incontro di ieri. È il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, a ribadire, punto per punto, la linea indicata sulla materia dalla premier Giorgia Meloni: «Ciò che funziona va esteso: la semplificazione amministrativa deve diventare il metodo dell'Italia, non ha ragione che resti confinata ad un’area del Paese. Velocità e certezza delle regole sono un diritto di ogni impresa italiana. Non credo invece sia corretto – sottolinea Sbarra - né sostenibile, estendere su scala nazionale gli incentivi pensati per la Zes, che nasce per riequilibrare un divario strutturale, storico, che riguarda specificamente il Mezzogiorno». Per i prossimi tre anni, spiega Sbarra, dal governo arriveranno altri 4 miliardi che porteranno a 10 miliardi la dotazione di risorse prevista dal 2024 fino al 2028 «con un impatto economico complessivo stimato in «58 miliardi e 65mila posti di lavoro». Parole che sembrano allontanare l’ipotesi di risorse da destinare anche al Nord, secondo la proposta di legge della Lega, o di eventuali incentivi ad hoc da definire con le Regioni del Centro-Nord di cui ha parlato l’altro giorno alla Camera il ministro Urso. Insomma, frenare il Sud proprio adesso sarebbe una follia anche in chiave Paese, osserva il vicepresidente di Confindustria Natale Mazzuca: «I numeri della Zes unica dimostrano che può e deve crescere ancora: dobbiamo smettere di leggere il Mezzogiorno come un'area da recuperare e iniziare a vederlo come un motore della competitività italiana. La Zes Unica sta dimostrando che semplificazione e tempi certi favoriscono investimenti, occupazione e competitività». Ne è consapevole lo stesso Orsini, preoccupato peraltro per le conseguenze derivanti dal costo dell’energia sulle imprese: «Oggi il Sud rappresenta una parte della soluzione per la crescita dell'Italia. La Zes Unica – dice il numero uno degli industriali italiani - sta dimostrando che quando si riducono la burocrazia e l'incertezza, gli investimenti arrivano e generano valore: parliamo di un impatto complessivo da 59 miliardi di euro con ricadute occupazionali per oltre 70mila posti di lavoro. È questa la politica industriale di cui il Paese ha bisogno: meno ostacoli, più imprese, più produzione, più lavoro. Il Sud può diventare la piattaforma industriale dell'Italia nel Mediterraneo». Insomma, si tratta di «trasformare una misura di semplificazione in una leva permanente di competitività nazionale. La partita non riguarda solo il Mezzogiorno ma la capacità dell'Italia di attrarre investimenti, rafforzare le filiere e conquistare nuovo spazio nelle catene globali del valore», dice Orsini, convinto che “la vera battaglia del Nord è contro la burocrazia”.

Il Mezzogiorno 

Il Mezzogiorno, di sicuro, può giocarsi le sue carte, a partire dalla manifattura, troppo spesso poco considerata, osserva il direttore di Srm Massimo Deandreis, e invece sempre più strategica e decisiva per il futuro dell’area. Ma è soprattutto sul versante degli investimenti che la sfida del Sud si fa interessante (e i numeri illustrati da Giosy Romano, Direttore del Dipartimento Sud e motore della Zes unica, stanno lì a dimostrarlo): «Nel Mezzogiorno – conferma Deandreis, illustrando il Check up - le imprese che hanno investito nel triennio 2023-2025 presentano risultati migliori rispetto a quelle che non hanno investito, in termini di dimensione, produttività e redditività. Inoltre, le performance crescono ulteriormente se gli investimenti sono di qualità». Non a caso, «i nuovi insediamenti produttivi rappresentano il 45% delle autorizzazioni, ma concentrano il 65% degli investimenti e il 55% delle ricadute occupazionali. La Zes, quindi, non si limita ad ampliare l'esistente, ma attiva nuova capacità produttiva». Di qui al Piano strategico “Zes 2.0” il passo è stato brevissimo. Barrese spiega che è in programma un nuovo roadshow di Intesa Sanpaolo con tappe in tutta Italia e all’estero per attrarre capitali e investimenti e incentivare le localizzazioni produttive nel Mezzogiorno, coinvolgendo anche le Ambasciate italiane. La rotta sul Sud, insomma, non cambia.