Zamagni, di corsa sulla strada degli eroi. Il cesenate ha concluso la Spartathlon

"Quando ho superato l’ultima curva e davanti a me si sono aperti i 200 metri del rettilineo finale, con tutto intorno il pubblico che faceva un tifo pazzesco, mi sono sentito come se fossi alle Olimpiadi. E così ho accelerato. Ho accelerato nonostante stessi correndo da 34 ore filate e mi stessi mettendo alle spalle una corsa lunga 246 chilometri".

Marco Zamagni, cesenate di 51 anni con la vocazione per le imprese impossibili nel dna, parla della Spartathlon, la corsa podistica da Atena a Sporta riservata agli eroi, che a volte neppure gli eroi riescono a portare a termine. Lui ce l’ha fatta, col sorriso e l’anima in spalle, mettendo in bacheca uno dei traguardi più ambiziosi ai quali un ultramaratoneta possa ambire. Zamagni, ha fatto la stessa strada di Filippide.

"Arrivare in fondo, a toccare la statua di Leonida, è stato incredibile, il coronamento di sei mesi di allenamenti durissimi, arrivati al culmine di anni durante i quali i miei pensieri erano focalizzati sulla voglia di mettermi alla prova in una delle competizioni più difficili al mondo".

Anche solo guardare il tracciato dalle mappe satellitari mette i brividi. "Partenza da sotto il Partenone alle sette di mattina e da lì via, verso un itinerario estremamente impegnativo. Perché puoi preparati quanto vuoi, ma quando nel cuore della notte, al buio, arrivi ad affrontare la salita che ti porterà a 1.200 metri sul livello del mare, i brividi non si trattengono".

Cosa dice il regolamento? "Il tempo massimo è di 36 ore, ma non conta solo quello: lungo il tracciato sono disseminati 75 checkpoint, ognuno dei quali deve essere raggiunto entro un certo orario, altrimenti sei fuori. In sostanza non puoi mollare un attimo, devi avere una strategia molto ben delineata e devi rispettarla in tutto e per tutto. Una combinazione niente affatto semplice, perché anche un piccolo imprevisto rischia di compromettere tutto. E poi sei solo, nel senso che i punti di assistenza sono in (poche) location stabilite. Se qualcuno ti aiuta al di fuori di quelle aree, sei squalificato".

Soli con se stessi per 246 chilometri. "Che a fare i conti un altro modo è quasi come dire sei maratone consecutive. In effetti si parte in gruppo, si conoscono persone che condividono la tua stessa passione, si fanno amicizie. Poi però ci si sfilaccia in fretta e in gara sei spesso da solo. Soprattutto di notte, il momento psicologicamente più duro".

Come si affronta la situazione? "L’aspetto mentale è cruciale. A volte ti ‘scolleghi’ da tutto, ma devi essere bravo a restare lucido e reattivo, in particolare quando la stanchezza si fa sentire forte".

Non si è mai fermato? "Ho sentito di qualcuno che ha dormito per una decina di minuti. Io no, avevo paura di perdere il ritmo. Quando è arrivato il colpo più forte del sonno, ho rallentato perché non volevo correre il rischio cadere, magari facendomi male. E ho stretto i denti fino al primo checkpoint. Pensavo di bermi un caffè, ma il bicchiere mi è scivolato e me lo sono rovesciato su una mano. La botta di adrenalina è stata tremenda. Sono ripartito".

Il panorama? "Ho visto di tutto: mare, monti, ulivi e vigneti a perdita d’occhio. Peccato che abbia piovuto per gran parte del tempo, avrei voluto godermi di più ciò che mi circondava. Ma a compensare ci ha pensato il pubblico, che è davvero incredibile: in Grecia questa gara è sentitissima e tutti fanno il tifo. Compresi i bambini che ti seguono in bici".

Alla fine, il traguardo. "Nella seconda parte di gara ho superato tanti altri concorrenti, stavo bene, la preparazione era servita. Ad aspettarmi c’era la mia famiglia, che dopo essermi stata a fianco in tutti questi mesi di sacrifici era lì, a tifare per me. Non lo dimenticherò mai". Eccola con la corona d’alloro.

"Bellissima. Anche se l’apoteosi è arrivata il giorno successivo. Dopo il traguardo sono crollato, sprofondando in uno dei sonni più profondi che ricordi. Mi sono svegliato l’indomani, alle 5 di mattina. Io e altri due ‘colleghi’ siamo usciti dall’hotel per vedere l’alba. Davanti al sole enorme che sorgeva mi sono reso conto che era tutto vero, che c’ero riuscito".

Come si arriva a una gara del genere? "Ho iniziato nel 2014 per perdere i chili di troppo. Da lì mi sono appassionato, ho corso due Nove Colli Runnig, quattro 100 chilometri del Passatore, due volte la 100 chilometri di Asol, e poi la 50 chilometri di Romagna, l’Ultra del Gran Sasso… Puntavo alla Spartathlon da anni, mi ero già qualificato una volta. Il covid però ha cancellato tutto e sono dovuto ripartire. La conferma che ero dentro è arrivata a marzo e da lì sono salito di colpi, allenandomi anche 30 ore alla settimana, come in un secondo lavoro. Nei momenti di punta macinavo 12 ore in strada il sabato e altrettante la domenica. Tantissima corsa a piedi, ovviamente, ma pure anche molta bici. Volevo farcela, ci ho messo tutto me stesso".

Ce l’ha fatta. E ora? "Ora niente. Ora mi godo il traguardo che ho raggiunto, perché una cosa del genere non puoi metterla nel cassetto e via. Voglio godermela, come è giusto che sia".