Woolrich, chiude la sede di Bologna: 78 i licenziamenti
"Questa è la nostra storia... finita nella spazzatura". Nelle parole di uno dei dipendenti Woolrich c’è tutta l’amarezza per l’epilogo di una vertenza che per mesi ha infiammato il capoluogo emiliano. Quel grido, "non s-bolognateci", diventato lo slogan simbolo della resistenza dei lavoratori di contro il trasferimento delle attività a Torino, non è bastato a fermare i piani aziendali. Da ieri, i corridoi e gli uffici della storica sede di via della Cooperazione a Bologna sono desolatamente vuoti. Per 78 lavoratrici e lavoratori bolognesi il legame con il celebre marchio di abbigliamento si è interrotto definitivamente, riconsegnando l'immagine più dura di una crisi occupazionale iniziata lo scorso dicembre.
Un brand storico scomparso in città
La svolta della vertenza era scattata con il passaggio del marchio sotto il controllo della torinese BasicNet, che ha ridefinito le strategie del gruppo concentrando le attività nel proprio quartier generale in Piemonte. Negli ultimi giorni di apertura, davanti ai cancelli dello stabilimento bolognese, lo scenario ricordava lo smantellamento di un'epoca: scatoloni impilati, campionari di tessuti accumulati in anni di attività e materiali di archivio lasciati sul marciapiedi. Un addio consumato senza troppi complimenti, che cancella la presenza fisica di un brand storico dal tessuto economico delle Due Torri.
La rotta Bologna-Torino e le origini della mobilitazione
Il piano di riorganizzazione industriale era stato dettagliato sin dalle prime battute: l'azienda aveva annunciato il trasferimento forzato di 109 dipendenti dalla sede di Bologna e di ulteriori 30 dagli uffici di Milano verso l'hub torinese. Al personale era stato proposto un bivio: seguire la produzione in Piemonte usufruendo di un pacchetto di incentivi economici e facilitazioni logistiche, oppure mantenere l'impiego nelle sedi originarie ma con una data di scadenza tassativa fissata al 31 marzo 2027. Tuttavia, l'ipotesi del trasferimento si è scontrata immediatamente con la realtà quotidiana dei dipendenti. Per la maggioranza di loro, spostarsi a Torino avrebbe significato sradicare intere famiglie, cambiare città e ridisegnare da zero la propria vita privata e sociale. È nata così la mobilitazione sindacale, stringendosi attorno alla richiesta di preservare le attività e i presidi occupazionali direttamente sul territorio bolognese. I tempi della transizione si sono però accelerati rispetto alle previsioni iniziali e la chiusura definitiva è arrivata con largo anticipo: alle ore 18 del 31 agosto i contratti dei lavoratori in esodo sono cessati formalmente.
I numeri della crisi: 78 uscite sotto le Due Torri
L'atto conclusivo si è consumato negli uffici della sede di Confindustria, dove 64 dipendenti bolognesi si sono presentati per siglare i verbali di conciliazione sindacale. La fotografia della forza lavoro coinvolta mostra un'età media compresa tra i 40 e i 50 anni: professionisti specializzati, cresciuti all'interno dell'azienda e dotati di un bagaglio di competenze consolidato nel settore tessile. L'intesa siglata tra le parti ha previsto l'erogazione di incentivi all'esodo parametrati sull'anzianità di servizio, con indennità lorde che oscillano tra i 30mila e i 100mila euro. Al gruppo di lavoratori che ha firmato l'accordo nell'ultimo giorno utile si aggiungono altri 14 colleghi bolognesi che avevano già scelto di anticipare i tempi della conciliazione nel mese di luglio, portando il bilancio totale dei licenziati a quota 78 nella sola provincia di Bologna. Sul fronte milanese, invece, sono state registrate 13 uscite certificate attraverso la Commissione di conciliazione.