"Woman Unknown", l'unico film diretto da una donna in concorso a Venezia83 è una storia nera su colpa e peccato
Di “Woman Unknown” s’è molto chiacchierato ancor prima del suo passaggio alla 83esima Mostra del cinema di Venezia. Lo si è fatto perché è l'unico film diretto da una donna presente nel principale concorso del festival (i partecipanti sono 21, con solo un’altra co-regia femminile, quella di NAZA), dato sopra al quale, nel 2026, non regge nessuna giustificazione di sorta su fantomatici metri di valore o ‘protezione’ delle opere.
Fuori di polemica – che, sia chiaro, è e resta faccenda di discussione cruciale – la pellicola (da noi prossimamente in sala distribuita da Lucky Red) segna l’arrivo per la prima volta al Lido di May el-Toukhy, cineasta danese-egiziana al terzo lungometraggio che qui osserva con sguardo preciso e rovente il gorgo di una storia nera risucchiata tra l’aspirazione per un futuro migliore e il passato che torna a bussare alla porta.
Di cosa parla Woman Unknown
È la Danimarca dell’immediato secondo dopoguerra. Un Paese scosso e attraversato da tumulti, ancora alle prese con scomposte e anche crudeli purghe ai danni di chi è accusato di essere stato un collaborazionista durante l’occupazione nazista. In un clima di freddezza e diffidenza, Marie (Mathilde Arcel) è la tata per un ricco industriale (Carsten Bjørnlund) vedovo e con una figlia piccola. Nella casa vige l’austerità, ma per Marie si sta per aprire un respiro: il padrone la vuole prendere in moglie.
La parabola sembra d’oro, quella da serva a sposa, con una Cenerentola il cui sogno da fiaba la sceneggiatura di el-Toukhy e Maren Louise Käehne costruisce però sulle macerie fumanti del conflitto mondiale. E lì sopra lo lascia inacidirsi con le esalazioni di morte di chi durante la guerra si è stati, di cosa si è subito, di cosa si è fatto pur di sopravvivere. Una verità omessa nel cassetto minaccia a un certo punto l’unione, e su questa paranoia la regista torna a lavorare con la forma distruttiva del sospetto e della colpa femminile, con le ombre agitate nel teatro mentale degli orrori e dell’innominabile.
Lo aveva infatti già fatto nel precedente Queen of Hearts, del 2019, i cui delitti che facevano colare a picco la storia erano i frutti di un desiderio proibito e colto acerbo. Se lì el-Toukhy allestiva il tutto con profondo cinismo, il mors tua vita mea di Woman Unknown si intreccia alle contingenze storiche e sociali delineando un ritratto di donna parallelo ma non specchiato al film precedente, con un deflagrare simile, eppure in una certa maniera più umanamente comprensibile.
Il peccato d’esser donna
La mappatura di fondo resta quella di andare a interrogare a quali aberrazioni è capace di spingersi l’essere umano portato alle strette, di quanto è disposto a piegare la sua curvatura morale una volta condotto dinanzi la catastrofe individuale. Alla diminuzione del ‘grado’ di colpa sale però il peso del contrappasso, che in Woman Unknown segna per Marie un atto sacrificale intollerabile, perché non solo ha la forma di un tradimento, ma in cui la regista legge la duplice sconfitta del femminile da parte del maschile – nel passato e nel presente.
el-Toukhy padroneggia come un bisturi la macchina da presa, sulla quale ha estremo controllo e che utilizza per incidere taglio dopo taglio il percorso di una ferita riaperta su una vecchia cicatrice. Una regia di stampo formale, rigorosa, quasi sempre a camera fissa, a complemento del volto indurito di Arcel (molto buona la sua interpretazione) e capace di suggerire associazioni concettuali evocative – il vestito nuziale appeso come un fantasma nella cabina armadio.
Un approccio alto ma non algido, non rigido, che rifugge l’onanismo del cinema d’autore ma che in un paio di occasioni forza però il polso dello spettatore inoculando piccoli shock estemporanei, non necessari a rafforzare la tesi di fondo già di per sé ben chiara e ben condotta dal film. Che sarebbe poi quella che al peccato d’esser donna non è scontato nulla: né ieri, né oggi.