«Volevo un figlio, ma la Pma per le donne single in Italia non è legale. Dopo 15mila euro e tre tentativi falliti all'estero, ora mi batto per le altre future mamme»

«Quando guardo le mie mani che disegnano, vedo le rughe. I miei genitori si fanno più vecchi. Anche io, ormai, sto invecchiando. Mi viene un brivido di emozione se penso di poterci ancora riuscire, ma non vorrei vincolare mio figlio ad assistermi, non vorrei dargli questo destino. No, ormai non posso più…». Katia Bianco ha 46 anni. È un’architetta. È una madre che ha dovuto rinunciare a un figlio. 

«Ho sempre desiderato diventare mamma e speravo di poter creare una famiglia con un compagno». Ma la vita non procede sempre come nei piani. «Quando, ancora sola a 38 anni, mi sono resa conto dell'età che avanzava, ho iniziato a maturare il pensiero di poter fare da sola».

La maternità è di per sé un percorso sfidante. Da donna sola è complesso. Con la procreazione medicalmente assistita (Pma), in Italia, è un privilegio. La legge 40 del 2004 regola l’accesso alla Pma e tramite l’articolo 5 ammette alla pratica solo le coppie eterosessuali. Oggi le donne single o le coppie di donne sono escluse. E costrette ad andare all'estero, facendosi carico di tutti i costi, economici ed emotivi. 

Un percorso a ostacoli

Per Katia, ultima di 4 figli, coronare il sogno di avere un bambino anche da sola è stata una decisione presa gradualmente. Dopo aver intrapreso un percorso di psicoterapia, ha sentito di essere pronta. «Volevo essere consapevole che questa scelta non fosse frutto di egoismo, che non fosse un desiderio per il quale non avevo le forze», racconta. I 40 anni erano arrivati, la stabilità economica anche. Ma la pandemia ha messo tutto in pausa, per altri due anni. Ad agosto 2023 Katia, dalla sua Conversano, in provincia di Bari, si è finalmente rivolta a una clinica a Valencia, grazie al consiglio di alcuni amici, e ha iniziato la fecondazione in vitro (Fiv) con i suoi ovuli. «Ormai avevo 43 anni. E nonostante io mi sentissi giovane, il mio corpo non lo era più. I medici mi hanno detto che i 35 anni sono il limite massimo per avere più possibilità che la Fiv vada a buon fine».

Trovato un ginecologo in Italia disposto a seguirla, Katia ha iniziato una quotidianità solitaria fatta di punture e cerotti ormonali da 250/300 euro a scatola, analisi e referti da mandare in Spagna, aerei e alloggi prenotati all’ultimo minuto per poter portare avanti la procedura nei giorni in cui la riuscita era più probabile. Ma dei suoi tre ovuli solo uno era fecondabile e l’impianto non è riuscito. «Ero in treno quando ho ricevuto la notizia. Quando parti con questo percorso, devi essere concentrata, fiscale, mentre vai avanti con tutto il resto. Io andavo in cantiere e facevo le punture. Facevo visita ai miei e mettevo i cerotti. Non è servito niente: di colpo tutto svanisce».

Tre mesi dopo, a ottobre, Katia ha deciso di riprovarci, questa volta con la donazione di un embrione fecondato da parte di una coppia compatibile. «Sono rimasta incinta», racconta. Ma la voce si spezza: «L’ho perso alla sesta settimana». Un dolore affrontato, ancora una volta, senza la sua famiglia. «C’era solo un'amica che mi aveva accompagnato a sentire il battito. Non sono potuta andare a piangere dai miei genitori, non avevo detto nulla. Questo non lo avrebbero capito». Ad aprile 2024 il terzo tentativo. «Mi hanno impiantato due embrioni, potevano essere due gemelli. Ma non c’è stata nessuna gravidanza».

Una questione di soldi

Un anno e mezzo dopo l’inizio del suo percorso, Katia si è trovata al punto di partenza. Nella sua Conversano, che vanta un centro pubblico per la Pma che le è sempre stato precluso solo perché è una donna single. «Ho dovuto prendere aerei e andare all’estero quando sarei potuta andare in ospedale a 500 metri da casa.

E con i medicinali convenzionati con il sistema sanitario che mi sarebbero costati un quinto». 

La spesa che ha affrontato «è di almeno 15mila euro, a voler arrotondare per difetto». Perché anche di questo si tratta: di soldi. «C’è chi ha preso 25 aerei per poter portare a termine una gravidanza con la Pma all’estero, ne aveva la possibilità. Così - dice amareggiata - anche avere un figlio diventa un affare da ricchi, da persone che se lo possono permettere». 

Katia non avrebbe voluto arrendersi, ma ha dovuto affrontare delle spese impreviste per i suoi genitori, e il tempo ha continuato a scorrere inesorabile. Quello che le è mancato, oltre alla possibilità di poterci provare a casa sua e con costi contenuti come negli altri 32 stati europei (tra cui Spagna, Belgio e Danimarca) che consentono la Pma alle donne single, è stata l’informazione. «La società è cambiata, non è più quella in cui sono cresciuti i nostri genitori. Prima di un figlio si fanno esperienze, si aspetta la stabilità di coppia, quella economica, quella lavorativa. Io a 30 anni avrei voluto essere informata, ero totalmente inconsapevole che il mio corpo stesse invecchiando». Senza dimenticare quello che avrebbe potuto voler dire per lei normalizzare la Pma per single in Italia e avere il supporto della sua famiglia. «Dover andare all'estero per farla l’ha fatta sembrare come qualcosa di sbagliato».

La proposta di legge

Oggi Katia è la prima firmataria alla Camera dei Deputati per la proposta di legge per estendere la Pma a donne single e coppie di donne, promossa dall'Associazione Luca Coscioni nell’ambito dell’iniziativa “Pma per tutte” con una raccolta firme che ha già raggiunto 43mila adesioni sulle 50mila necessarie. Perché nessuna futura mamma possa essere discriminata in base al suo stato civile o alla sua disponibilità economica.

A destra Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, al centro Katia, a sinistra Francesca Re, coordinatrice della campagna “PMA per tutte”

«Sono una persona molto empatica. Non potrò essere madre, ma posso fare qualcosa per le donne che verranno dopo di me». Lei ha scelto di combattere non più per sé stessa, ma per le altre Katia che ogni anno - in centinaia secondo le stime non ufficiali di un fenomeno non regolamentato e quindi difficile da tracciare - sono costrette a sottoporsi a questa stessa agonia. «Io sono un’attivista: per un’orchidea selvatica a rischio perché un imprenditore vuole distruggere un'area naturalistica, per i bambini che stanno morendo in Palestina, per quelle donne che non riescono a diventare madri e non possono accedere alla Pma in Italia». E aggiunge, fiera: «Ci sono io per loro. È la mia missione».

La proposta di legge si firma a questo LINK


Ultimo aggiornamento: martedì 29 settembre 2026, 13:05

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