Vittorino Andreoli: «Nell’ultimissima generazione c’è una svalutazione della sessualità, un impoverimento dell’attività sessuale. La sessualità è diventata visiva. Non siamo più guidati dagli istinti, ma dai desideri»

Member Exclusive

Nel nuovo libro Brevi lezioni di resistenza. Per vivere nel nuovo mondo, da oggi in libreria per Solferino, lo psichiatra ci guida attraverso verità, fede, nemici, sessualità, denaro, intelligenza artificiale, affetti, destino, salute, vecchiaia e proprietà

21 settembre 2026

Vittorino Andreoli «Nellultimissima generazione cè una svalutazione della sessualità un impoverimento dellattività...

Leonardo Cendamo

«Non mi considero un intellettuale. Sono uno che si occupa dell’esistenza delle persone». Vittorino Andreoli definisce così il punto da cui osserva l’umanità.

Psichiatra e studioso del cervello, già direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona-Soave e membro della New York Academy of Sciences, Andreoli ha dedicato gran parte della sua vita professionale a studiare l’essere umano nelle sue fragilità, dalla malattia mentale alla violenza, dalla paura agli affetti.

È quello che fa anche qui: mette insieme trasformazioni diverse per restituire, attraverso undici brevi lezioni, un’immagine del mondo «nel quale», dice, «dobbiamo adattarci a vivere».

Le suelezioni” rischiano di arrivare soprattutto a chi è già disposto a interrogarsi. Come si parla a chi non si ferma, non dubita, non legge?

«Noi generalmente parliamo e scriviamo di un problema alla volta: una volta il lavoro, un’altra la sessualità, un’altra ancora le relazioni. Io invece ho pensato che, mettendo insieme i temi che sono in veloce cambiamento, avremmo avuto un’impressione completamente diversa del mondo nel quale dobbiamo adattarci a vivere. Oggi c’è un’enorme insicurezza, accompagnata dalla paura di non farcela, di essere inadeguati. Vedo molte persone in difficoltà che fingono di non esserlo, che cercano di presentarsi in modo che quella difficoltà non si veda. Se parto da ciò che una persona vive e le dico: “Sai perché siamo così insicuri? Perché ormai non esiste più la verità”, allora posso interessarla. Di ciascuno di questi temi si potrebbe scrivere un libro, un manuale, un trattato. Io ho voluto invece metterli insieme in brevi lezioni per dare consapevolezza della condizione nella quale viviamo oggi».

La prima lezione parte da unaffermazione radicale:La verità non esiste”. Siamo quindi destinati a un mondo senza verità?

«La scienza, da quando nacque nel Seicento con Bacone e Galileo, si basò sul principio che la razionalità servisse a capire come stanno le cose e quindi a distinguere il vero dal falso. Quando ho cominciato a fare il mio mestiere di psichiatra pensavo anch’io che saremmo arrivati a conoscere. Studiavo il cervello anche sperimentalmente e pensavo: “Adesso non lo sappiamo, ma lo sapremo”. Invece oggi non è più così. La nostra capacità mentale, la struttura del nostro organo mentale, è limitata e non può arrivare a conclusioni assolute. La scienza stessa non considera più la verità come il proprio tema. L’uomo si definisce anche attraverso la propria fragilità, che è legata a limiti strutturali. Conosce, certo, ma ogni conclusione contiene un limite e richiede ulteriori ricerche. Siamo imperfetti, siamo limitati. E questo ci riporta all’insicurezza di cui parlavo all’inizio: siamo passati da chi poteva dire “questa è la verità” a una condizione nella quale quella certezza non c’è più».

Lei scrive di unDio minore”. Di quale Dio ha bisogno luomo contemporaneo?

«Il nostro cervello si fonda su due grandi dimensioni: da una parte il pensiero, che contiene anche la razionalità; dall’altra l’affettività, fatta di emozioni e sentimenti. Questi due elementi possono entrare in contrasto. Per vivere abbiamo bisogno o di credere nella verità o di credere nei nostri sentimenti. Ma deve essere chiaro che ogni nostra scelta è comunque parziale e che l’errore è una parte costitutiva di noi. Per molto tempo abbiamo respirato una cultura nella quale Dio era un elemento fondamentale. Oggi questo sta scomparendo. Anche il matrimonio, che stabiliva un legame davanti a Dio, ha completamente cambiato significato. Siamo passati dalla fiducia in determinati legami e sentimenti a una realtà nella quale non ci crediamo più nello stesso modo. Per chi non crede più in Dio, al suo posto può nascere il potere dell’uomo: l’uomo e le sue capacità, il denaro, la tecnica. Se oggi arrivasse un’apocalisse attraverso l’intelligenza artificiale, sarebbe prodotta dall’uomo, non da Dio. Per chi invece continua a credere, il “Dio minore” può essere una figura più vicina: Gesù Cristo come figura umana, San Francesco. Non è più il Dio lontano che ci aspetta per giudicarci».

Perché oggi abbiamo più “bisogno di un nemico” che di un amico?

«Perché il nemico ci dà un’identità. L’identità individuale, quella sessuale e quella legata al ruolo sociale sono diventate più incerte. Il nemico, dunque, ci permette di definirci per contrapposizione».

Lei parla della fine delladittatura” della biologia nella sessualità. Che cosa significa?

«Noi non siamo più guidati dagli istinti, ma dai desideri. L’istinto serve alla sopravvivenza, mentre il desiderio riguarda la qualità della vita. Oggi posso desiderare di essere in un certo modo, di avere un certo sesso, di avere un certo corpo. È la fine della dittatura della biologia: non è più soltanto la biologia a decidere, entra in gioco il desiderio».

Gli adolescenti di oggi come vivono la sessualità?

«Nell’ultimissima generazione c’è, a mio avviso, una svalutazione della sessualità, un impoverimento dell’attività sessuale. La sessualità non è più prevalentemente d’organo. È diventata visiva. L’organo principale della sessualità è diventato il video. Naturalmente non vale per tutti, ma è una tendenza. La sessualità è diventata più complicata anche perché esiste una disincronia tra il piacere femminile e quello maschile, ma anche tra individuo e individuo. Ognuno raggiunge il piacere in maniera diversa e diventa sempre più difficile trovare una coppia perfettamente sincronica».

Che cosa intende quando scrive che siamo diventati unIo-denaro”?

«Avrei potuto dire anche “Dio-denaro”. La dimensione dell’io oggi si fonda sempre meno sulle capacità di una persona — la memoria, le capacità fisiche, ciò che sa fare — e sempre più sulla quantità di denaro che possiede e sui simboli attraverso i quali quel denaro si manifesta. Anche i ragazzi e le ragazze guardano a questo. L’unica qualità che sembra contare è il potere, e quel potere non dipende più dalle capacità o dalle caratteristiche dell’individuo, ma dal denaro».

Nella sesta lezione,Il computer della mente”, parla dellintelligenza artificiale. Qual è la prima capacità umana che rischiamo di perdere delegandola alle macchine?

«Abbiamo già cominciato dalla memoria. Abbiamo perso la memoria dei numeri. Il cervello umano riesce a ricordare facilmente sette, otto cifre, poi comincia a fare fatica. La memoria digitale, invece, ne conserva quante vuole. Ma perdere la memoria dei numeri non significa soltanto dire: “Tanto ho in tasca uno strumento che li ricorda al posto mio”. Significa perdere anche le capacità legate ai numeri. E adesso stiamo perdendo anche la memoria semantica, cioè il significato delle parole. Conosciamo sempre meno parole: molti studenti, per esempio, non leggono più Manzoni perché non possiedono il vocabolario necessario per comprenderlo».

Oggi possiamo chiedere allintelligenza artificiale non soltanto informazioni, ma consigli e perfino conforto. Che cosa accade quando affidiamo a una macchina anche le nostre fragilità?

«Quando togliamo le relazioni umane e le sostituiamo con una macchina significa che abbiamo portato in agonia ciò che definiamo umano».

Dopo le macchine, nel libro arrivano gli animali, conIl cane affettivo”. Stiamo chiedendo loro qualcosa che non riusciamo più a trovare nelle persone?

«Gli animali da compagnia hanno ormai dimostrato una grande capacità di apprendimento e credo che si debba parlare anche di una psicologia non umana. Io do molto significato a questo rapporto. Oggi anche gli adulti trascorrono cinque ore davanti a un apparecchio digitale. Sarebbe bello se almeno metà di quelle ore le trascorressero con un animale da compagnia».

Poi c’è “La perduta forza del destino”.

«Il destino rappresenta qualcosa da cui tutto dipende, ma che l’uomo non può conoscere. I greci lo avevano posto persino al di sopra degli dèi: anche gli dèi dipendevano dal destino. Quando diciamo “è il destino”, è come se dicessimo: c’è qualcosa sopra di noi. È un riferimento misterioso. E trovo che ci sia una bellezza nell’ammettere qualcosa di più alto di noi, anche se non è necessariamente il Dio che ti giudica».

Lei definisce la medicina preventiva quella checura la malattia che non c’è”.

«Troppo spesso vogliamo farci curare le malattie che non ci colpiscono ancora, mentre abbiamo impoverito il sistema sanitario che non riesce più a curare adeguatamente le malattie che ci sono. Io credo molto in una medicina capace di fare diagnosi precise e rapide e di curare immediatamente. Se invece devo preoccuparmi continuamente del rischio di una malattia futura, andare dal medico, prendere farmaci preventivi, sottopormi a controlli, per assurdo finisco per dover stare sempre in ospedale per sperare di non ammalarmi».

Vogliamo vivere fino a 120 anni. Ma sappiamo davvero perché vogliamo vivere così a lungo?

«Vorremmo vivere sempre di più perché, venendo meno le idee, Dio, il destino, l’uomo vuole diventare immortale. Se sto bene, naturalmente ho paura di morire, non c’è dubbio. Ma dovrebbe esserci anche la possibilità di capire il significato dell’essere. Quando non sappiamo più bene che cosa ci aspetta, vivere il più a lungo possibile diventa una risposta. Una volta il credente diceva: “C’è Dio, prego Dio, esiste qualcosa che dà un senso”. Quando questo scompare, diventa più difficile».

In che cosa consiste davveroIl peso degli anni”?

«Ci sono naturalmente i disturbi della vecchiaia, ci sono organi che funzionano meno bene: la vista, l’udito e così via. Ma io considero la vecchiaia un capitolo dell’esistenza. Il punto fondamentale è l’incertezza: non sapere che cosa accada dopo. È difficile eliminare completamente l’idea che possa esserci un “dopo”, perché accompagna da sempre l’antropologia umana. C’è la voglia di non sparire».

Lultima lezione è “La proprietà come danno esistenziale”. Perché ciò che per generazioni ha significato sicurezza oggi può diventare un danno?

«Innanzitutto perché oggi la proprietà costa moltissimo. E poi perché bisogna nasconderla. Aumentano le persone che non hanno nulla e chi possiede grandi ricchezze tende a creare luoghi protetti nei quali poter vivere. Pensiamo ai veri ricchi: non ostentano, proteggono la loro ricchezza. Se una persona la mostra apertamente in determinati luoghi, rischia di essere derubata: della borsa, dell’orologio, della collana. Lo stesso vale per certi simboli, come una Ferrari: la si usa in determinati luoghi, negli incontri fra proprietari, in contesti considerati sicuri. La proprietà, invece di essere una sicurezza, diventa qualcosa da proteggere e da nascondere».

Vanity Fair consiglia

Starlook

A nozze negli anni '00: gli abiti da sposa più belli delle celeb

Al cambio del millennio chi deve andare a nozze pesca tra le proposte del passato alla ricerca di uno stile perfetto per sè stessa. Gli abiti da sposa negli anni '00 sono liberi da norme sociali e si muovono tra romanticismo e unicità, da quello bicolore di Gwen Stefani a quello sottoveste chic di Ilary Blasi

di Ilaria Perrotta

Spa e Trattamenti

Le vacanze sono finite? Prolungane i benefici di benessere con questi trattamenti SPA

Sole, relax, spensieratezza e buonumore: i vantaggi dell'estate coinvolgono corpo e mente. Per non privarcene subito, ecco i trattamenti SPA per prolungarli il più possibile

di Lidia Pregnolato

Capelli

Il segreto per una routine più sostenibile (anche economicamente) e nei prodotti in formato refill. Ecco i 7 migliori per ogni esigenza

Dallo shampoo allo struccante, permettono di ridurre l'impatto sull'ambiente, rendendo più pratica e meno costosa la routine di tutti i giorni

di Alice Nardiotti

Starlook

Dolly Parton, l'addio a una vera icona: ecco come è diventata una leggenda della moda (spoiler: infrangendo tutte le regole dello stile una alla volta)

Da sempre ha ignorato le tendenze e indossato solo ciò che la faceva sentire bene: Dolly Parton, la spumeggiante ragazza del Tennessee che non ha mai sfoggiato lo stesso outfit due volte, ci ha lasciati a 80 anni. Ecco come, andando contro le regole della moda, si è imposta come fashion reference attraverso i decenni

di Ilaria Perrotta