Virus killer, Sant’Orsola in allerta: “Ecco il protocollo anti Ebola”

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Al Policlinico bolognese e all’ospedale di Rimini allestiti due ambienti per i casi sottoposti a test: le sale sono dei bunker biologici, dotati di ambienti per la vestizione, aree di decontaminazione, box e docce

Dei sanitari in Kenya impegnati nelle procedure per la gestione dei contagiati

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Bologna, 15 luglio 2026 – Sono due le sale negli ospedali dell’Emilia-Romagna attrezzate per quello che viene definito ‘massimo contenimento del biorischio’ alla luce dell’epidemia di Ebola andata fuori controllo in Uganda e Repubblica democratica del Congo: una ha sede all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, l’altra al nosocomio di Rimini. Tecnicamente non si tratta di sale per isolare un eventuale paziente positivo al virus Ebola: «Una persona in arrivo dall’Uganda o dal Congo che dovesse manifestare sintomi sospetti verrebbe immediatamente indirizzata all’ospedale Spallanzani, a Roma – premette Pierluigi Viale, direttore del reparto Malattie Infettive del Sant’Orsola».

Isolamento fiduciario e domiciliare: cosa sono

L’ambiente ricavato al Sant’Orsola e quello omologo all’ospedale di Rimini, che sarà a breve oggetto di ulteriori perfezionamenti, sono destinati a un altro tipo di soggetti contemplati nelle casistiche stilate dal Ministero della Salute: «Per chi dovesse arrivare in Italia dall’area in cui è in corso l’epidemia è previsto l’isolamento fiduciario, che diventerebbe invece isolamento domiciliare qualora la persona in questione non solo provenisse dall’area epicentro dell’epidemia, ma avesse pure avuto a che fare con contesti sanitari».

Sintomi associati all’ebola

Protocolli stardard, dovuti al fatto che l’ebola non si trasmette per via aerea ma per il contatto con sangue o altri fluidi corporei. Qualora in queste persone dovessero improvvisamente insorgere sintomi associabili all’ebola, come una febbre alta, verrebbe approntato l’immediato ricovero negli ambienti a isolamento massimale disposti al Sant’Orsola e a Rimini, dove sarebbero subito sottoposte al test per verificare l’eventuale positività.

Le sale si presentano come veri e propri bunker

"Qui rimarrebbero per le 6-12 ore necessarie perché arrivino i risultati del test dall’ospedale Sacco di Milano, l’unico altro laboratorio italiano attrezzato oltre a quello dello Spallanzani”, prosegue Viale. Le sale si presentano come dei veri e propri bunker microbiologici, protetti da una cortina sanitaria fatta di «sale per la vestizione del personale sanitario, aree di decontaminazione, box e docce”.

La preparazione necessaria per varcare la barriera

La preparazione necessaria perché un medico o un infermiere possa ‘varcare’ la barriera richiede circa mezz’ora. Qualora un sospetto contagiato dal virus Ebola dovesse arrivare qui, avrebbe per lui un team medico e un’equipe infermieristica dedicati, composti da volontari già messisi a disposizione per fronteggiare l’emergenza. Tuttavia, il sistema sanitario ha dovuto mettere in conto anche degli imprevisti: «Un eventuale sospetto di Ebola dovrebbe rimanere in queste sale appena una manciata di ore – evidenzia Carlo Biagetti, direttore del reparto Malattie infettive di Rimini – ma non possiamo escludere che in quelle poche ore le sue condizioni si aggravino improvvisamente: in quel caso il reparto di Terapia intensiva è pronto a entrare nella sala per assistere il paziente".

Se positivo al paziente si spalancano le porte dello Spallanzani

Nel caso dal Sacco arrivi un responso di negatività al virus Ebola, il soggetto in questione diventerebbe un paziente ’tradizionale’, in cui scoprire l’origine dei sintomi in previsione della cura. Nell’eventualità che dal Sacco arrivi un responso di positività, per il cittadino «si spalancherebbero le porte dello Spallanzani – entra nel dettaglio Biagetti –. In base alle sue condizioni si opterà per il trasporto in ambulanza o per quello in elimedica".

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