Viaggio nel mondo piccolo. In moto con Giovannino nel cuore della Bassa: dove il mito incrocia il Po
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Da Roncole Verdi a Brescello, tra strade impolverate, cicale e nostalgia. A volte sembra di vedere i personaggi immortali della saga cinematografica. Poi le statue di Fernandel e Gino Cervi, tra cercatori di reperti bellici.

Da Roncole Verdi a Brescello, tra strade impolverate, cicale e nostalgia. A volte sembra di vedere i personaggi immortali della saga cinematografica. Poi le statue di Fernandel e Gino Cervi, tra cercatori di reperti bellici.

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Guareschi cammina ancora nella Bassa emiliana, tra documenti, musei e memorabilia. E sullo sfondo fanno curiosamente capolino spettri e cercatori di carri armati, a evidenziare quanto la sua figura e i suoi personaggi abbiano colpito l’immaginario collettivo. Sulla suggestione della nuova ficton tv, dei libri e dei film, siamo andati alla ricerca dei luoghi guareschiani a cavalcioni di una moto vintage, con una sua frase che ci frulla per la testa: "Ho una motocicletta di sessanta centimetri cubici di cilindata". Attorno scorrono campi rigati da infinite file di pannocchie, canali e pioppi, avvolti dal tremolio della calura in una giornata di un’estate che pare senza fine. Il continuo frinire delle cicale sembra irridere il suono del motore.
Sulla mappa guareschiana abbiamo cerchiato alcuni punti: a volte reali, in altri casi immaginari, con la nostra fantasia che ha dato una generosa pennellata al tutto, sicuri dell’approvazione di Peppone e don Camillo. "Sono nato nella Bassa parmense, vicino al Po: e la gente che nasce in quei posti ha la testa dura come la ghisa", scriveva Guareschi, anche con un tocco di autoironia. L’itinerario allora serpeggia sinuoso come il Grande Fiume tra le province di Parma e Reggio Emilia, con il territorio di Mantova che ammicca dall’altra parte del corso d’acqua, a un tiro dello schioppo di don Camillo. A Roncole Verdi, nei pressi di Busseto (Parma), troviamo la Casa-Archivio Guareschi, allestimento ideato dai figli Alberto e Carlotta, con pannelli che scandiscono la vita dell’intellettuale; ci sono poi cimeli, fotografie e documenti che compongono la collezione di famiglia. E sempre lì, figura la sede del Club dei 33, gruppo attivo per la valorizzazione del lascito culturale. Tra le stradine di campagna cielo e terra s’incontrano fondendosi all’orizzonte, per un bacio il cui schiocco assomiglia al suono deciso dello scorrere del Po.
Nel frattempo entra in gioco la suggestione, che si fa vedere qua e là i personaggi del Mondo Piccolo: quello a lato della strada, sceso da un autocarro, è forse Crik il camionista? Sta parlando con un tipo magro: che si tratti dello Smilzo, fedele collaboratore di Peppone? E quella donna in blu: è la Moretta, che nei racconti si aggira in tuta da trattorista e fazzoletto rosso al collo? Del resto scriveva Guareschi: "L’ambiente di queste storie è la mia terra, la Bassa parmense e la pianura emiliana in riva al Po. Qui la politica arriva spesso a un’intensità preoccupante: eppure questa gente è simpatica e generosa e ha uno spiccato senso dell’umorismo". Siamo intanto arrivati a Brescello, luogo guareschiano avvallato dalla cinematografia, con tanto di ciak di Julien Duvivier.
La tradizione di celluloide colloca nella chiesa di Santa Maria Nascente il Cristo crocefisso in dialogo con don Camillo, che spesso richiama l’energico prete a miti consigli. In piazza ecco le statue di Peppone e don Camillo: ovviamente agli angoli oppositi, come da copione. E qui un brivido ci attraversa la schiena: sì, perché qualcuno sosterrebbe di aver visto aggirarsi nottetempo lo "spirito" di don Camillo con le fattezze dell’attore Fernandel, con tanto di intervento di cacciatori di fantasmi. Poco più in là c’è il Museo di Peppone e don Camillo, con oggetti provenienti dai set cinematografici. Ci spostiamo sulle sponde del Po, tra Guastalla e Luzzara. E c’è un motivo. "È roba vecchia, dell’aprile 1945, quando i tedeschi si ritiravano. Ne han lasciata di roba. E se ne son visti parecchi di camion e carri armati buttati dentro", fa dire Guareschi a uno dei protagonisti del racconto "Il panzer". La frase ha solleticato gli appassionati di archeologia bellica applicata agli scritti guareschiani, che hanno percorso metal detector in pugno argini e pioppeti alla ricerca del carro armato perduto. Una sorta di leggenda di golena, in cui, con un sorriso complice e divertito, gli anziani indicano come degni d’attenzione vari punti che vanno da Boretto sino a San Benedetto Po. Con tanto di beffa: come quando in un periodo di magra del Po, nei pressi di Borgoforte, qualcuno immerse il tubo di una vecchia stufa, urlando "Si vede il cannone del panzer!". Sono le storie, la gente e gli scenari della Bassa, spesso raccontati con toccante arguzia da Giovannino Guareschi.
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