Vasco Rossi «dottore» a Salerno: «La canzone? È resistenza a conformismo e bugie»
La lectio ha per colonna sonora immaginaria «Una canzone per te, anche se Vasco - non ancora dott. e prof. - entra nell’aula magna di Fisciano sulle note di «Vado al massimo». Dopo le perorazione accademiche del rettore Virgilio d’Antonio e dei prof. Carla Pedicino e Filippo Fimiani, eccolo sul podio, col cappellino d’ordinanza, che cederà per indossare il tocco, insieme alla toga: «Un dottorato di ricerca honoris causa in Politica e Comunicazione... per me?!? Questa proprio non me l’aspettavo, eh».
Vasco Rossi dottore all'Università di Salerno, la lectio magistralis: «Un dottorato a me? Davvero non me lo aspettavo»
Eh. Meglio prenderla con ironia, non montarsi la testa dopo tutti i paroloni ascoltati: «“Dottorato” significa che potrei anche insegnare... Ma tranquillizzo subito i miei affezionati detrattori: continuerò a fare concerti».
Eh. Salerno lo accoglie con il tripudio degli studenti e del fan club e lui ricambia subito «una città a cui mi legano tanti ricordi e momenti importanti della mia vita. La prima volta che arrivai a Salerno avevo 25 anni: mi ci aveva mandato una cartolina, ma non era una vacanza. Era quella del militare. Qualche anno dopo tornai per un concerto e, in una notte decisamente più interessante del servizio militare, qui fu concepito il mio primogenito».
Eh. Il settantacinquenne cantautore è «estasiato» dell’alloro ricevuto: «A volte mi chiedono: “Che cosa significa, in fondo, essere Vasco Rossi?” Bella domanda. La risposta breve è: una grande responsabilità. Significa restare me stesso, senza tradire quello che sono per piacere a qualcuno». Legge, ogni tanto però va a braccio. Essere il Komandante, sottolinea, «vuol dire prendere dubbi, fragilità, rabbia, sogni — e qualche sana incazzatura — e trasformarli in canzoni. Poi le canzoni escono di casa, fanno più strada di me e diventano anche vostre».
Eh. Il dottorato parla di «politica e comunicazione»? Eccolo a bomba: «Una canzone non è soltanto una canzone. È un messaggio che viaggia senza ufficio stampa. Entra nelle case, nelle automobili, nelle cuffie, nelle piazze. Arriva a chi magari non leggerebbe un editoriale né seguirebbe un dibattito politico, ma riconosce una frase perché, quella frase, parla proprio di lui».
Quando la cultura alta, l’università, riconosce la presunta cultura bassa, ne subisce il fascino, laurea il signor Rossi e gli chiede selfie, il cortocircuito è nell’aria, sta per arrivare una lezione di quelle che i ragazzi ricorderanno a lungo: «La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica: non si limita a informare. Muove emozioni, ricordi e domande. Questo non significa trasformare una canzone in un comizio. Non ho mai pensato di avere la verità in tasca, anche perché le tasche dei miei jeans sono già piene di cose inutili. Una canzone non dà istruzioni per vivere e non sostituisce la politica. Però può aprire uno spazio in cui le persone si riconoscono, discutono e si sentono meno sole. Può dare voce a un disagio prima ancora che quel disagio trovi le parole per diventare una richiesta collettiva. La politica non è soltanto quella dei palazzi, delle elezioni e dei programmi. È anche il modo in cui una società decide chi ascoltare, chi proteggere e chi lasciare ai margini. Quando una canzone parla di solitudine, esclusione, ribellione o libertà, entra già in questo territorio. Non offre necessariamente una soluzione, ma mette in discussione ciò che sembra normale, inevitabile, già deciso», continua. «La parola, per me, è importante. È un’arma potente: può manipolare, semplificare la realtà, creare nemici e vendere paure. Ma può anche dare voce a chi non riesce a farsi sentire, contrastare l’arroganza, difendere la tolleranza e l’inclusione. E qualche volta può essere una grande consolazione. Per questo chi comunica pubblicamente ha una responsabilità deve sapere che ogni parola costruisce un clima. Può alimentare cinismo o fiducia, odio o confronto, rassegnazione o voglia di reagire. Anche il silenzio comunica. E anche una battuta può avere conseguenze, soprattutto quando arriva a molte persone». E qui un ghigno rivolto «al generale», Vannacci si intende.
Eh. A differenza di molti suoi colleghi, l’uomo della «Vita spericolata» non si nasconde dietro un dito. Poi torna al cuore del suo discorso: «Se esiste una mia “poetica”, forse è tutta qui: dire le cose come le sento, senza trasformare la fragilità in una vergogna e senza confondere la libertà con il diritto di fregarsene degli altri. La ribellione non è soltanto dire di no. È rifiutare le parole già confezionate, le identità imposte, le risposte facili. È cercare un modo personale per stare nella realtà e, quando serve, provare a cambiarla. Una canzone non risolve i problemi del mondo. Può cambiare l’umore di una giornata. Può aprire una crepa nel muro dell’indifferenza. Far nascere una domanda. Restituire dignità a un sentimento. Mettere in contatto persone che non si conoscono. Non sostituisce l’impegno politico, il lavoro civile o le decisioni concrete. Però può preparare il terreno. Può far capire che un problema esiste e che non siamo obbligati ad accettarlo in silenzio. A volte basta una frase per sentirsi meno soli. E se poi la cantano in sessantamila la solitudine diventa appartenenza. La vera responsabilità è fare in modo che, dopo aver cantato insieme, resti qualcosa: una consapevolezza, una domanda, magari il coraggio di guardare gli altri con un po’ più di attenzione, non dico amore». E si rivolge, di nuovo, andando oltre Vannacci, a tutti quelli che seminano odio. «Le parole sono importanti, bisognerebbe controllarsi, ma... non dico altro».
«Vasco, Vasco, Vasco», gridano in coro i fortunati ammessi in sala, per gli altri c’è la diretta streaming nel nome di quelle canzoni che possono «arrivare al cuore. E diventare una forma di resistenza attiva, contro il conformismo, la banalità e le menzogne».
Meglio, comunque, non prendersi troppo sul serio, podio, tocco e toga non nascondono il rocker beffardo di sempre: «Quando ho saputo che il conferimento di questo dottorato era stato votato all’unanimità, sono rimasto davvero sorpreso. All’unanimità? A me? Che sono sempre stato considerato divisivo? Possibile che non ci fosse nemmeno uno contrario?».