Medici di famiglia nelle case di comunità: botta e risposta tra il DG Moreno e la dottoressa Scienza sul loro utilizzo

Un botta e risposta a distanza ravvicinata, senza giri di parole. È accaduto nel tardo pomeriggio di mercoledì 7 ottobre, durante l’incontro Cantiere sanità organizzato dai consiglieri Licata e Carzeri, quando il direttore generale dell’ASST Sette Laghi, Mauro Moreno, e la dottoressa Giovanna Scienza, medico di medicina generale, si sono confrontati sull’obbligo dei medici di famiglia, in vigore dal 1° luglio, di trascorrere almeno sei ore in una casa di comunità.
La misura, introdotta da una delibera regionale e arrivata all’improvviso, ha sollevato più di una polemica. I medici criticano turni che servirebbero soltanto a “conoscere” chi lavora nelle strutture e come si opera; il direttore lamenta invece i limiti posti dal quadro sindacale.
Moreno: «Devono voler essere i playmaker»
Per Moreno il medico di medicina generale è, nel disegno del sistema, la figura centrale, ma oggi non sempre risponde a questo ruolo. «Devono voler essere il playmaker della situazione, devono voler avere il ruolo centrale», afferma, richiamando il dibattito tra l’essere parte del sistema, con ciò che comporta in termini di dipendenza e partecipazione, e la volontà di restare autonomi.
Il direttore riconosce che la presenza dei medici di famiglia nelle case di comunità è oggi lontana da quanto sarebbe necessario: stanno facendo, dice, «un po’ più che bere il caffè», ma «molto meno di quello che dovrebbero fare».
Le sei ore, spiega, sono un momento di conoscenza: un costo, ammette, ma anche un modo per far capire al medico come funziona la casa di comunità, quale percorso può seguire il proprio paziente e come può essere aiutato. Una conoscenza che, secondo Moreno, non hanno ancora né gli utenti né, in molti casi, gli stessi medici. «Quel percorso ci sarà a prescindere dal medico di medicina generale», avverte.
Le difficoltà, aggiunge, stanno altrove: prima sul tavolo nazionale, poi su quello regionale, si tratta a suo dire di «un problema sindacale, non sanitario», e quando il primo prevale sul secondo «si pone una serie di problemi».
Scienza: «Mi dovete dire quale valore aggiunto, a fare che cosa»
Di segno diverso la lettura della dottoressa Scienza, che parte da un giudizio sulla riforma: «Regione Lombardia ha una riforma perfetta. Deve essere attuata», osservando come diverse delibere non abbiano ancora trovato attuazione. Il caso delle sei ore, ricostruisce, è emblematico: il 28 giugno è arrivata ai direttori generali una nota che stabiliva l’obbligo dal 1° luglio, senza però precisare le attività da svolgere. Ancora oggi, aggiunge, questo non è stato definito.
La dottoressa, che opera in una forma di medicina organizzata complessa e già impegna otto ore al giorno, assicura la propria disponibilità: «Io vado volentieri in casa di comunità». Ma pone una condizione: «Mi dovete dire qual è il valore aggiunto, a fare che cosa».
Scienza difende anzi l’impianto: la casa di comunità è «l’essenza della riforma territoriale» perché riunisce sanità e sociale, che «ora non possono più essere divisi», e mette insieme figure diverse, dall’infermiere all’assistente sociale. Centrale, per la dottoressa, anche la centrale operativa territoriale, che coordina il percorso del paziente fragile tra i professionisti e aiuta a decidere dove debba andare e quali servizi debba ricevere. Funzioni «fondamentali per l’evoluzione dei servizi come li abbiamo pensati», ma che oggi, avverte, si reggono su un equilibrio «molto fragile e a volte transitorio».