Vannacci o Pagliacci? Se il centrodestra perderà le prossime elezioni sarà solo per la corsa autonoma di Fn
10 agosto 2026
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È venuto il momento, amici lettori, di enunciare ad alta voce una scomoda e spiacevole verità: non un’opinione, ma un’evidenza segnalata dall’aritmetica, che notoriamente non ammette repliche.
Se per caso (speriamo davvero di no, e lavoriamo affinché non succeda) il centrodestra dovesse perdere le elezioni politiche del 2027, quell’esito catastrofico sarà dovuto al generale Roberto Vannacci. Anzi, visto che ormai è in politica da un paio d’anni, chiamiamolo come si deve: l’onorevole Roberto Vannacci. Non ci sono scuse.
Da tempo la dinamica delle elezioni nelle democrazie occidentali funziona così: non si spostano voti, non ci sono «indecisi» da traghettare da uno schieramento all’altro, non esiste un fantomatico «centro» che sceglie di volta in volta. No: vince lo schieramento di destra o di sinistra che minimizza le defezioni al proprio interno, che massimizza la partecipazione dei suoi elettori potenziali, che - come si dice - «fa il pieno» degli elettori della propria area.
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Prendete il 2022: il centrodestra unì le forze e raggiunse il 44%, mentre il centrosinistra si divise in tre e perse sonoramente. Stavolta i sondaggi parlano chiaro: l’area potenziale del centrodestra si è addirittura espansa, potrebbe arrivare fino al 48%, ma Futuro Nazionale, la creatura di Vannacci, molto probabilmente correrà da sola. Al contrario, con le eccezioni (al momento) di Calenda e Marattin e Picierno, tutte le forze della sinistra e del centrosinistra si ammucchieranno intorno a Conte e Schlein, consentendo a quel caravanserraglio di arrivare al 41-42%, un pelo avanti o un pelo dietro il centrodestra senza Vannacci.
Chiaro, no? Di là non sono d’accordo su nulla, litigano selvaggiamente a partire dalla politica estera, non hanno ancora un candidato premier, ma sono già pronti a coprire differenze e ostilità dietro una comune campagna «contro le destre». Mentre di qua la scissione decisa da una figura di indubbia popolarità rischia di garantire alla sinistra il margine che le mancava (e che non avrebbe raggiunto) per vincere.
Curioso paradosso. Vannacci strilla sulla sicurezza (bene), ma poi consentirà che le relative politiche siano gestite da Laura Boldrini e Angelo Bonelli, con l’aiuto di Ilaria Salis.
Vannacci fa video cliccatissimi in cui rivendica il suo voto all’Europarlamento a favore delle misure volute da Meloni e Piantedosi (sui rimpatri veloci, sulle liste uniche dei paesi africani e asiatici dove rimandare i clandestini), ma poi favorirà una gestione dell’immigrazione da parte di Pd-Avs-Cinquestelle. E infatti la sinistra già se lo coccola, come fa esplicitamente Matteo Renzi.
Oppure (facendogli un favore ancora maggiore) lo presenta in tv come come una minaccia, come un pericolo «fascista», polarizzando i talk tra estremisti di sinistra da un lato e vannacciani dall’altro. Una manna per entrambi, e un disastro per il centrodestra.
E lui, Vannacci? Con aria misteriosa, sparge fumo su presunte «linee rosse» che non andrebbero oltrepassate per raggiungere un’alleanza con il centrodestra. Ma intanto i suoi parlamentari votano regolarmente la sfiducia in Parlamento, esattamente come Fratoianni. Di più: in tv, i vannacciani (tutti eletti o nominati da formazioni di centrodestra) sparano a palle incatenate contro i loro ex partiti, effettivamente colpevoli di aver regalato loro seggi e prebende. E il giochino propagandistico è fin troppo scoperto: da un lato lavorare per non raggiungere l’alleanza, anzi per renderla impossibile, e dall’altro prepararsi a rimproverare agli altri quell’esito.
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Spiace constatarlo, ma a questo copione non sembra sottrarsi praticamente nessuno dei vannacciani. Laura Ravetto, parlamentare da cinque legislature, si dedica a tempo pieno a urlare quanto le dispiacciano i partiti in cui ha militato fino all’altroieri. Gianni Alemanno, che questo giornale (e lo rivendichiamo con orgoglio!
) ha difeso e accompagnato nel periodo di detenzione che ha ingiustamente subìto, anziché usare la sua esperienza e la sua storia per cucire con il centrodestra, ha scelto di dedicarsi a evidenziare le differenze, le distanze, tra umanissime rivalse e una punta di incomprensibile compiacimento polemico.
E quindi è giunta l’ora, a me pare, di rendere chiaro quello che sta accadendo, in primo luogo agli elettori e alle elettrici di destra e di centrodestra che in totale buona fede sono attratti da Vannacci, dal suo parlar chiaro, dalla sua bella biografia, e dai suoi proclami sulla sicurezza. Ecco: occorre far sapere a questi nostri concittadini che, se Futuro Nazionale andrà per conto proprio, favorirà un risultato opposto agli obiettivi che ufficialmente proclama. E proprio sui dossier più sensibili, dall’immigrazione all’ordine pubblico.
Badate bene: chi scrive non è affatto un sostenitore del no all’alleanza. Anzi. Ho dedicato anni di articoli, conferenze e libri al concetto di «fusionismo», e cioè all’idea che gli schieramenti di centrodestra in giro per il mondo debbano dare spazio a tutte le sensibilità e componenti. Non solo: credo di essere l’unico commentatore italiano liberalconservatore a non aver mai demonizzato la tedesca AfD, e anzi (per quel poco che vale la mia opinione) ad aver inutilmente auspicato un’alleanza tra Cdu e AfD proprio per evitare l’ennesimo pasticcio in Germania tra cristianodemocratici e socialisti. Tra l’altro AfD, grazie alla sua leader Alice Weidel e ai suoi dialoghi con Elon Musk, si è collocata in una dimensione nuova e creativa, un mix di destra senza complessi e accenti perfino libertari, di sicurezza e spinta all’innovazione, ben lontano dai cliché a cui i suoi avversari pretendevano di inchiodarla.
Di più: trovo furbesco e insincero l’atteggiamento di quei commentatori di sinistra che auspicano la rottura tra centrodestra e vannacciani (in nome del no all’«estremismo»), ma si guardano bene dal rivolgere la stessa richiesta a sinistra, dove invece sperano in un’ammucchiata che coinvolga tutti senza alcuna eccezione.
Quindi, personalmente, io continuo ad auspicare il centrodestra più largo possibile. Berlusconi docet: nel 1994, con un artificio creativo, tenne insieme l’Msi (non ancora divenuto An) e una Lega sostanzialmente pro secessione. Dunque, volendo, anche più di trent’anni dopo, l’esperimento potrebbe essere ritentato con successo.
Ma a non volerlo - oggi è proprio Vannacci, almeno fino a questo punto.
Parlano chiaro i voti in Parlamento e le scelte di comunicazione. Sarà bene che, da questo momento, ognuno si assuma le sue responsabilità davanti agli italiani.