Valerio Mastandrea: «Il ruolo di una vita. Interpreto il padre di Luca Varani, distrutto dal dolore»
Commozione e applausi, nella sezione Orizzonti, per La città dei vivi, il film di Luca Gabriellini che rievoca il brutale omicidio di Luca Varani, il 23enne romano che dieci anni fa, nella notte tra il 4 e 5 marzo 2016, veniva prima torturato e poi assassinato in un appartamento del quartiere Collatino. Il suo omicidio, uno dei più feroci e insensati della storia recente, fu commesso da Manuel Foffo e Marc Prato (poi suicida in carcere) al culmine di un chemsex, un festino a base di droga e sesso durato tre giorni. Il film su quel terribile fatto di cronaca, radicato nella coscienza collettiva, è ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia (Einaudi), anche sceneggiatore, e sarà in sala il 1° ottobre diretto da Edoardo Gabbriellini. In un primo momento il copione era stato affidato ai fratelli D’Innocenzo, ma la loro firma è sparita: «Hanno fatto un ottimo lavoro», spiega il regista, «ma divergente dalla mia visione». Per i D’Innocenzo non sarebbe andata così: «Abbiamo ritirato la firma», affermano, «perché la sceneggiatura è stata modificata senza il nostro coinvolgimento e, tantomeno, il consenso». Rispetto all’illustrazione dettagliata e cruenta del delitto, «e per restituire alla vittima la sua vita di giovane uomo», Gabriellini ha privilegiato il contesto in cui Varani, credibilmente interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, ha vissuto la sua govinezza stroncata troppo presto: il girovagare nella periferia romana (il film è ambientato tra Torre Angela, Collatino, Conca d’oro, viale Jonio, via Aurelia ai margini del GRA), gli amici, la caduta nel brutto giro del sesso occasionale a pagamento per svoltare qualche soldo, e soprattutto l’amore ”ballerino” ma intenso con la coetanea Marta (l’esordiente Gaia Merlonghi, bravissima). Valerio Mastandrea ha il ruolo del padre adottivo di Luca, impietrito dal dolore eppure pieno di dignità: una delle interpretazioni più umane e toccanti nella carriera dell’attore romano 54enne.
Ha incontrato Giuseppe Varani, il padre di Luca, per confrontarsi con lui prima di iniziare le riprese?
«No, per entrare nel personaggio ho seguito il metodo che applico sempre: mi sono affidato alla sceneggiatura. Preferisco non ”prendere appunti” dalla realtà».
E questo spiega perché non ha interpretato molti personaggi veramente esistenti?
«È così. Preferisco non lasciarmi condizionare dalla realtà perché non voglio correre il rischio di speculare su di essa, specie quando è atroce come nel caso del delitto Varani».
E come mai ha detto di sì a ”La città dei vivi”?
«Questo film ha il merito di accendere delle luci in quelle stanze dove la semplice ricostruzione di cronaca non arriva. Dimostra che il cinema, come la letteratura e l’arte, ha proprio la funzione di illuminare la realtà».
È vero, come ha detto di recente, che girare ”La città dei vivi” ha cambiato la sua vita?
«Forse ho esagerato, ma questo film mi ha arricchito. E mi ha confermato che il cinema ha un grande potere: quello di far emergere gli aspetti meno evidenti della realtà».
Quali, in questo caso?
«La città dei vivi vuole scoprire chi era Luca Varani, o chi avremmo voluto che fosse. Immaginare la sua vita precedente all’omicidio, con i suoi sogni e le sue speranze di ventenne, significa sancire la sua dignità di persona».
Dopo ”Cinque secondi” di Virzì è tornato a interpretare un padre devastato dal dolore: una scelta o una coincidenza?
«Resto convinto che il ruolo più bello sia quello del padre, ma nella vita (l’attore ha due figli, ndr). E tra i padri, preferisco quelli difettosi».
Che intende?
«Forse io stesso sono uno di loro. Di sicuro è stato difettoso mio padre che non c’era mai lasciando a mia madre, che pur lavorara tutto il giorno, il compito di ascoltarmi. E lei c’era sempre... Per fare bene il genitore non serve controllare ossessivamente i figli. Bisogna ascoltarli».
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