Valdo Spini e le elezioni dell’87: “Ero in fondo alla lista: arrivai primo”

L’ex ministro socialista: “Il voto popolare scardina le logiche di partito e rende il Parlamento autorevole”

Valdo Spini, 80 anni

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Roma, 14 luglio 2026 - Il dibattito sul ritorno al voto di preferenza si fa sempre più acceso, stretto tra il rischio di astensionismo e la necessità di restituire centralità ai territori. Ma cosa succede quando gli elettori possono davvero scegliere il proprio rappresentante, scardinando i calcoli delle segreterie di partito? Torna alla memoria il caso dell’ex ministro e decano della politica italiana ed europea Valdo Spini – parlamentare per otto legislature dal 1979 al 2008 – che nel 1987, contro ogni pronostico e partendo dalla tredicesima posizione 13 in lista fu campione di preferenze.

Lei definì la sua campagna elettorale del 1987 originale per quegli anni. In che senso e cosa la spinse a farla così?

“Eravamo vari anni prima di Tangentopoli, ma volli fare una campagna di assoluta trasparenza nei finanziamenti, controllata da un comitato di garanti illustri come Alberto Predieri ed Enzo Cheli. Lo feci perché nel 1984 avevo presentato alla Camera una proposta di legge proprio sulla trasparenza dei finanziamenti politici. Non venne nemmeno discussa, però ritenni mio dovere metterla in pratica nelle campagne elettorali”.

Come reagirono gli elettori?

“La campagna fu presa molto bene. Il partito mi aveva posto – a mio parere ingiustamente – al numero 13 della lista socialista per Firenze-Pistoia. Arrivai invece primo per preferenze, dimostrando che il voto popolare può scardinare i desideri delle segreterie”.

La sua vittoria dimostrò che le preferenze potevano scardinare i desideri delle segreterie…

“Sì, non sempre le decisioni delle segreterie di partito corrispondono a quello che pensa l’elettorato o la base dei partiti”.

Alla luce della sua esperienza, quale sarebbe oggi il modello elettorale migliore?

“Io faccio una scala. Il modello preferibile è l’uninominale a doppio turno, perché il candidato porta i suoi colori contro gli altri. Al secondo posto vedo le preferenze: creano competizione interna nei partiti, ma la gente sa chi vota. Oggi, spesso, con le liste bloccate i territori non sanno qual è il loro parlamentare. Aggiungo che il suffragio popolare rende il parlamentare autorevole, mentre con la lista bloccata il suo futuro è nelle mani della segreteria di partito. Al terzo posto, da rifiutare, c’è proprio la lista bloccata. È la negazione di una partecipazione democratica e secondo me sia col Porcellum, sia poi col Rosatellum, è stato uno dei motivi della disaffezione dell’elettorato dalle urne”.

A suo parere questa riforma elettorale si farà? E il centrosinistra come dovrebbe muoversi?

“Ormai sono fuori dal giro, ma fare riforme a ridosso delle elezioni secondo criteri che sembrano di convenienza alla maggioranza del momento si è sempre rivelato precario e sbagliato. Il centrosinistra fa bene ad opporsi a un premierato mascherato. Ma il suo punto debole è non aver elaborato una controproposta unitaria. Si doveva tornare, con adeguamenti, all’originario Mattarellum, che garantiva stabilità nei collegi uninominali. Detto questo, se non ci danno i collegi, almeno ci diano le preferenze”.

Ma perché in Italia ci troviamo ogni volta nel vortice di una nuova legge elettorale?

“È un’anomalia tutta italiana; le altre nazioni europee si guardano bene dal cambiarla continuamente. Questa tendenza è stata inaugurata dal centrodestra con il Porcellum, definito così proprio da chi l’aveva fatto. La legge elettorale dovrebbe servire a riavvicinare i cittadini ai partiti e a promuovere la partecipazione, che negli anni è crollata. Il problema principale è il rapporto tra il promesso e il mantenuto: la disaffezione nasce dal non aver visto nella classe politica la possibilità di mantenere le promesse, oltre che dalla spoliazione dei poteri della politica a favore dei governi tecnici. Una pagina che oggi va chiusa”.

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