US Open, troppo rumore e troppi influencer: così Wimbledon ha deciso di cambiare le regole
Durante un match del torneo femminile degli US Open, la, fino a pochi giorni fa, numero uno al mondo Aryna Sabalenka ha fermato il gioco e si è rivolta alla giudice di sedia. Il problema era che a suo dire qualcuno nel pubblico, e non è una novità per lo Slam americano, stava fumando marijuana sugli spalti, facendo arrivare l'odore del fumo fino in campo, dove lei e l'uzbeka Rakhimova si stavano contendo un posto al quarto turno.
Sul tema Sabalenka è tornata anche in conferenza stampa: “Non l’avevo mai sentito così forte. Non so se veniva dagli spalti o da fuori, ma era un po’ troppo“, ha detto la bielorussa, che ha poi concluso: “Potete fumare quanto volete ma non quando giochiamo“. Sabalenka non è la prima giocatrice a lamentarsi dell’odore di cannabis sui campi di Flushing Meadows: la britannica Katie Boulter aveva detto che l’odore rappresentava una fonte di distrazione, mentre anche le colleghe Harriet Dart e Francesca Jones avevano segnalato di averlo avvertito. E non è, dicevamo, nemmeno un problema nuovo per gli US Open: qualche edizione fa anche Novak Djokovic e Alexander Zverev si erano lamentati dell’odore di marijuana proveniente dalle zone circostanti i campi.
Partiamo da qui, da un problema olfattivo, per allargare il discorso sul comportamento del pubblico in quel di New York, che va oltre l'odore di cannabis (legale, lì), per abbracciare tutta una serie di comportamenti che, per i puristi del tennis inteso anche come disciplina che prevede una sorta di galateo, mal si sposano con questo sport. Ci sono, infatti, stati balletti per TikTok eseguiti durante uno scambio (e durante uno scambio di tennis in teoria il pubblico non dovrebbe nemmeno parlare, figuriamoci fare coreografie), ci sono state luci degli smartphone che hanno colpito gli occhi dei giocatori, e soprattutto c'è stato quel costante frastuono, quel rumore di fondo pesante per noi che guardavamo da casa, figuarimoci per chi era in campo, che è un unicum newyorkese.
Nel suo libro Cambiocampo il giornalista sportivo statunitense Giri Nathan ha scritto che "il pubblico degli U.S. Open è rumoroso, piuttosto sbronzo e immune alla vergogna" e che lì "l’atmosfera è quella di una confusione perenne e un po’ sbracata". Ma c'è una categoria di pubblico che è stata incolpata dai più per questa deriva degli US Open, e sono gli influencer e i content creator, ovvero coloro che hanno potuto godere di ingressi gratuiti per assistere allo Slam più caro al mondo. Giusto per capirci, ecco qualche prezzo: per un posto a sedere sugli spalti meno costosi si spende mediamente per i primi turni tra i 100 e i 300 dollari, a cui si devono aggiungere i costi di bevande e cibo, e un panino arriva a costare anche 38 dollari, mentre i biglietti per la finale maschile o femminile partono da un minimo di 800 dollari per i posti più lontani, ma sul mercato secondario i prezzi di tribuna e i posti a bordocampo possono raggiungere cifre record tra i 12.000 e i 21.000 dollari e oltre per le file VIP).
Ecco, agli influencer tutto questo è gentilmente omaggiato, ma il problema è che tavola (spesso?) a questi del tennis frega pochissimo, e usano quello scenario come sfondo per foto, balletti, post eccetera, per poi abbandonare le postazione da favola ben prima che il match sia finito. Un creator, con tanto di ring-light, ha causato un’interruzione di gioco durante il primo turno di Naomi Osaka, mentre diversi giocatori hanno lamentato un pubblico più interessato a filmarsi che a guardare la partita; Jakub Menšik si è visto espellere uno spettatore ubriaco durante la sconfitta contro Learner Tien. Per evitare tutto questo, il torneo di Wimbledon ha pensato di rendere pubblica una decisione che risolve il problema a monte: nessun influencer riceverà un accredito per l'edizione 2027 dello Slam britannico.
La decisione è arrivata proprio a seguito delle proteste di diversi giocatori che, agli Us Open, si sono opposti alla presenza dei content creator durante i match a causa di una serie di insolite interruzioni e distrazioni. Anche la tennista giapponese Naomi Osaka, che a sua volta con i social lavora parecchio, ha chiesto maggiore “educazione” e “rispetto” per il tennis da parte di chi sta sugli spalti. Ora, al torneo londinese i content creator non potranno partecipare, se non pagando di tasca propria il costo di una giornata sulla verde erba (non fumabile) londinese. Una mossa che serve a Wimbledon per marcare una linea di confine: noi siamo dalla parte delle buone maniere, voi vi fate sempre riconoscere. Negli ultimi anni, in effetti, il caos degli US Open ha raggiunto un nuovo livelli.
Dopo la pandemia il pubblico del torneo è aumentato e con esso il numero di persone che durante gli scambi chiacchierano, si alzano o mangiano. A disturbare le partite ci si sono messi anche gli influencer, alcuni dei quali sembrano più interessati agli Honey Deuce – i cocktail simbolo degli US Open, a base di vodka e melone – che alle partite. Per il tennista Adrian Mannarino, gli US Open "stanno diventando uno zoo". New York e Wimbledon rappresentano due modi opposti di vivere il tennis. A Flushing Meadows il pubblico è parte dello spettacolo: rumore, telefoni, right light, celebrità e influencer faticano anche solo a rispettare la regola del silenzio durante lo scambio (nei cambi campo e nelle pause è ovviamente possibile parlare), Wimbledon, invece, prova a difendere la tradizione, che oggi si traduce in niente corsie preferenziali per influencer e accrediti legati ai follower.
Il messaggio di Londra è chiaro: prima viene il gioco. New York, invece, privilegia lo spettacolo, costi quel che costi. E ci in verità ci sono dei giocatori, soprattutto americani, che apprezzano questo clima. Lo statunitense Ben Shelton lo considera l’effetto positivo di un pubblico nuovo, più ampio e più giovane, che il tennis non dovrebbe snobbare; e il suo connazionale Frances Tiafoe vorrebbe addirittura più teatralità e più trash talking (una strategia in cui si provoca l’avversario offendendolo per deconcentrarlo), come negli altri sport. Secondo il giornalista del Guardian Aaron Timms i giocatori e i tifosi di vecchia data che si lamentano dei rumori e degli odori degli US Open mostrano la grande contraddizione del tennis moderno, che vuole essere sempre più popolare e commerciale, pretendendo però che il pubblico resti sempre educato e tranquillo come una volta. "Vogliamo che il tennis dei tornei del Grande Slam sia uno sport per tutti, o l’intrattenimento esclusivo di pochi ricconi ben educati?". Forse vorremmo solo che se non tutti, quasi, fossero educati e informati sull'etichetta che uno sport prevede, e questo prescindere da quanto siano ricchi, colti, belli o famosi.
