Una riflessione sul giornalismo sportivo
Inevitabile che fosse un mondiale social per i giornalisti. Ed abbiamo anche accertato che non c’è racconto in diretta o in studio senza il “talent”. In questo senso è aumentato a dismisura il ruolo della prima voce, anche metronomo di quella musica “techno” a volte o vittima del tecnico tatticismo o della passione. Ma il racconto dello sport è – ciascuno per ruolo – emozione. Voci in tv e alla radio e anche voci e volti sui social di quelle che erano un tempo solo firme con contributi multimediali per i siti hanno confermato la qualità del giornalismo italiano e del segmento sportivo in particolare. Cronache, analisi, pezzi di colore o su costumi e tradizioni interviste di qualità mai banalità.
L’esperimento di Aips con contributi da ogni città e campo dei giornalisti del mondo è stato tra i motivi più interessanti per il nostro mestiere che cambia ma rimane ancorato al racconto di cosa accade pur nella molteplicità di forme di comunicazione attuale.
Vedere e raccontare è la nostra missione. E per esempio alla temutissima IA una sera all’improvviso non è stato detto che non c’era più posto allo stadio per la finalissima. Questa è la conferma che prevale – ancora e per sempre – racconto e testimonianza. Senza l’Italia, la Rai ha confezionato trasmissioni ricche di contenuti, ben pensate e i volti dei network da Sky a Dazn a Mediaset tra tg e programmi nulla hanno lasciato all’improvvisazione o peggio alla superficialità. Tanto è sport. Dietro le quinte “capi” con visione ampia, le pagine dei giornali mai banali, obiettive. Le agenzie, compreso emergenti come Italpress oltre alla storica Ansa con Agi e Adn Kronos puntuali nell’alert in redazione. Anche coi nuovi metodi.
Un giorno all’improvviso, Antonio Padellaro, uno dei giornalisti più garbati che si ha la fortuna di leggere, emulato poi da altri analisti che magari cercano gloria maltrattando la popolarità del calcio, criticò il giornalismo sportivo di oggi. Ripropongo la risposta di un’eccellenza assoluta: Mimmo Carratelli, una carriera così lunga, ricca ed apprezzata che Wikipedia fatica a trovare moduli per darne conto. Ecco quanto scrisse che vale ancora oggi, più che mai dopo il Mundial in cui la stampa italiana che si occupa prevalentemente di sport, con la collaborazione di “mai estranei” ma neanche professori, ha saputo dimostrare enorme bravura.
Da Mimmo Carratelli:
“Non ci sono più Brera e Mura, aggiungerei non ci sono più Ormezzano, Emilio Violanti, Giorgio Fattori, Gianni Clerici, Giorgio Tosatti, Antonio Ghirelli, Mario Sconcerti, Aldo Giordani e, a Napoli, Giuseppe Pacileo.
Il giornalismo, non solo sportivo, è in caduta libera né più né meno di tutti gli altri mestieri e professioni in Italia. Perché un giorno Padellaro si svegli e spari a zero sul giornalismo sportivo (“prosa adorante”, “leccate”, “tanta aggettivazione”, “narrazione emozionale”, “giornalismo che salta da un carro all’altro”, “qualunquismo”, “assecondare istinti e pulsioni più elementari”, “le redazioni si consegnano agli sponsor”) non si sa. L’arringa sorprende perché ci sono bersagli più pericolosi e attraenti da colpire. Padellaro deve essersi stancato della politica dove tutti gli buttano la palla in tribuna.
Nei giornali non si fa più gavetta. Forse è colpa dei nuovi tempi veloci. Ai tempi andati, ci facevano rifare i titoli e riscrivere gli articoli e si cominciava dal “basso”, la cronaca minuta, la notizia in dieci righe, reporter in questura e negli ospedali, soprattutto esperienza in cronaca prima di arrivare a un settore particolare (sport, spettacoli, economia, politica, ecc.). C’era il tempo di farlo. Oggi è tutto più veloce e improvvisato. I “maestri” non ci sono più, gli “alunni” non hanno voglia e tempo di imparare. Leggevamo molto, soprattutto i giornalisti più famosi per rubargli il segreto del ritmo della prosa giornalistica, i trucchi, il modo di iniziare e concludere un articolo. Oggi, non si legge più per rubare il mestiere.
La crisi è profonda. Il giornalismo era artigianato, è diventato industria: più quantità, meno qualità, giornali contenitori di pubblicità, una catena di montaggio, passione quasi a livello zero. Bisogna correre. Prosa giornalistica appiattita. I lettori se ne vanno. I giovani non leggono i giornali, hanno strumenti più rapidi per informarsi, gli approfondimenti (spesso partigiani) li annoiano.
Padellaro concede che il giornalismo politico-culturale non se la passa meglio, ha sacche di critica, ma non dice che il medesimo giornalismo annovera anch’esso “specialisti nella spremuta delle ghiandole salivari”, la maggiore accusa che rivolge ai giornalisti sportivi.
Col permesso di Padellaro, azzarderei che noi giornalisti sportivi scriviamo ancora “per” il lettore, magari accarezzandolo troppo e condividendone spesso i vizi da tifoso, mentre i giornalisti “politico-culturali” scrivono per farsi leggere tra loro, per i referenti politici e per i riferimenti ideologici. Nessuno è innocente, questa è la verità”.
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