Un sentito ringraziamento a tutti i miei outfit sbagliati
Questa è un'edizione di In Fashion Terms, la newsletter di stile e moda di GQ Italia. Iscriviti qui per riceverla nella tua casella di posta.
Sfatiamo subito un mito: chi lavora nella moda non si veste sempre bene. Capita magari di uscire la mattina senza sapere a che ora si tornerà la sera, ma soprattutto di passare un’intera giornata in ufficio e avere come unico obiettivo stare il più comodo possibile. Altre volte invece ci si sveglia poco ispirati, senza idee particolarmente brillanti per abbinare quel nuovo maglione preso alla svendita di Marni, finendo per mettere insieme una felpa nera e un paio di jeans che sembra ancora regga il colpo dopo anni di utilizzo senza tregua. Chi lavora nella moda non si veste sempre bene, appunto, ma si veste per far capire agli altri il suo ambito professionale. È un linguaggio sottile, che spesso passa per il tipo di scarpe che porti ai piedi (adidas Samba? Bocciato. Margiela Replica? Rimandato) o se vai al lavoro con una borsa al posto di uno di quegli zainetti ergonomici da ufficio.
L’insieme di tutte queste cose richiede inevitabilmente un metodo, una qualche scorciatoia mentale da utilizzare nei giorni in cui hai a malapena voglia di uscire di casa ma c’è il serio rischio di finire in una situazione in cui i pantaloni della tuta potrebbero non essere visti di buon occhio. Immagino che ognuno abbia il suo metodo personale: chi è più ordinato probabilmente tiene una qualche sorta di tabella degli abbinamenti sulle note dell’iPhone, altri acquistano gli stessi capi in serie per creare un guardaroba simile a quello di un personaggio dei cartoni animati e altri ancora cercano di replicare il più fedelmente possibile quanto visto durante le fashion week. Io, invece, faccio affidamento sui miei look peggiori. Avete presente quelli che vi fanno sentire a disagio in mezzo alla gente, che vi danno la sensazione di essere fuori contesto o di aver sottovalutato la vostra forma fisica negli ultimi mesi? Ecco, proprio loro.
Vedetelo come un processo a eliminazione, una sorta di meccanismo vagamente autolesionista dalle regole molto semplici: una volta al mese punto un capo finito in un angolo del mio armadio, magari un’improbabile camicia acquistata d’impeto online a pochi euro e rivelatasi ben diversa da come me l’ero immaginata, mi faccio coraggio e la abbino nel modo più semplice possibile così da non avere alcun alibi. Sia mai che il dubbio di essermi spinto troppo oltre nella scelta dei pantaloni o della giacca possa portarmi a darle una seconda possibilità, giusto? Qualche settimana fa è toccato a una polo rossa a maniche lunghe dal tessuto molto leggero, adatto ai mesi estivi quando le temperature scendono di un paio di gradi. L’avevo acquistata online, su Vinted, ammaliato dal fading dovuto agli anni di utilizzo che aveva reso il rosso spento quel tanto da evitare l’effetto Gabibbo, scegliendo di abbinarla con un paio di cargo marroni di Our Legacy (chi mi conosce dovrebbe sapere che odio i pantaloni corti, anche in estate) e delle semplici scarpe scure. Una volta messo insieme il tutto, uscito di casa e raggiunto l’ufficio, ho capito che c’era qualcosa che non andava.
Sotto era tutto corretto, perfetto nella sua semplicità, ma sopra eravamo davanti a uno dei più grandi disastri da quando ho iniziato a vestirmi da solo. Quel tessuto leggero che tanto avevo decantato qualche riga prima mi aveva tradito, dimostrandosi anche fin troppo leggero, creando un effetto pigiama molto poco lusinghiero per il mio corpo. In più, la polo era decisamente troppo lunga. Come avevo fatto a non accorgermene prima? Ho provato a infilarla nei pantaloni, ma niente, il risultato continuava a non cambiare. Cosa ho fatto? Nulla, assolutamente nulla. Ho continuato la mia giornata consapevole dell’errore commesso e di cosa avrei dovuto fare per evitarlo. Scegliere capi senza la consistenza di un lenzuolo prima di tutto, ma anche decidere di dare una seconda possibilità a quella polo rossa dal fading ancora oggi ammaliante. Chiamatela un'eccezione alla regola stagionale, provare a indossare di nuovo lo stesso capo non con un paio di gradi in meno, ma con un clima completamente diverso.
Ad esempio, cosa succederebbe se la indossassi con sotto una T-shirt? Ma anche, la situazione migliorerebbe se la accorciassi di qualche centimetro? Magari potrei metterci sopra una giacca che stemperi un po’ la cosa? Tutte domande che mi sono fatto centinaia di volte per altrettanti capi, pronto a dare una nuova chance anche a chi forse non se la meritava. Alcuni hanno rispettato le aspettative, altri le hanno tradite e altri ancora si sono fermati nel mezzo del processo, rimasti in un limbo sospeso che ha il nome di "sì, appena riesco la porto dal sarto". Questo insieme di paranoie mentali non mi ha portato solo a capire quanto sia importante fermarmi dieci secondi in più davanti allo specchio anche quando vado di fretta, ma anche a rendermi conto che non è assolutamente vero che tutti stanno bene con tutto.
Il mio è un lavoro strano, fatto di grandi pregi – scrivo questa newsletter da un volo per New York, dovevo dirlo da qualche parte –, ma anche di cose particolarmente snervanti, come l’infinita libreria di foto di celebrities che mi trovo a guardare quasi quotidianamente. È un po’ come il lavoro di quelle persone costrette a visionare ogni singolo contenuto caricato sui social network per segnalare quelli inadatti, ma con le foto di attori, musicisti o personaggi dalla fama passeggera pagati anche per stare bene con qualsiasi cosa indossino. Rendersi conto che quella è la finzione, che non dovete per forza indossare quei pantaloni cortissimi in estate o che non è davvero necessario avere una baby tee nel proprio armadio, è uno dei passi fondamentali per non ritrovarvi con un guardaroba stracolmo di capi che sembrano appartenere a qualcun altro. Per il resto basta procedere a tentativi, allontanarvi dalla riva quel poco che basta a garantirvi un ritorno sicuro in acque amiche, senza avere paura di uscire dalla vostra comfort zone quando serve.