Un cuore fatto di letteratura, geografia dell’essere donna
Un libro con protagonista Clarice Lispector, una storia dalla Colombia e un saggio sulle ribelli giapponesi. Con tre titoli esploriamo esperienze femminili diversissime tra loro, ma sempre interessanti e attuali
Roberto Francavilla ha tradotto e studiato per anni Clarice Lispector e, da anfibio, ha trovato – a un certo punto – un altro respiro, oltre a quello suo solito, per le parole della scrittrice: ha deciso di calarsi nei suoi panni, totalmente, e farsi Lispector, corpo e lingua. È un gesto d’amore, dopo anni a cercare la sua anima dandole una voce. Ce la racconta nel suo Città senza demoni: io è sempre un altro e – in questo caso – è Clarice Lispector, del resto la lingua è identità e chi traduce sa e immagina ogni parola possibile dei propri autori. Così Francavilla è Clarice, ritagliata in quel posto senza demoni che le offusca la vista: Berna («Ma dov’erano nascosti, dunque, i nervi di quella città?»).


La geografia di Lispector
La scrittrice è lì, dopo aver viaggiato e vissuto già moltissimo («Di quelle piazze bernesi, invece, cercava soprattutto gli angoli o, peggio ancora, i radi ripari, l’opposto di quelle esedre mediterranee in cui, a Napoli, a Roma, si sentiva al centro di planimetrie disegnate dall’estro di divinità benevole»).


Clarice: nei suoi demoni, nelle sue abitudini, nelle sue parole invecchiate, pensate e in quelle straniere («Esprimersi in francese la obbligava a utilizzare una serie inusitata di parole tronche, specie quelle al maschile, a cui non era abituata, le sembrava che al pronunciarle tracciasse il limite fra i vivi e i morti»); nel suo carattere («La sua libertà galoppava in un recinto»), con una sapiente attenzione al dettaglio; nei suoi umori («Una giornata costellata di piccole soddisfazioni, si convinceva, vale certamente più di un unico momento trionfale sbocciato in una palude di ore noiose»).
Una donna col cuore fatto dei romanzi, della poesia, del cinema, delle sue passioni: bussole fondamentali per non perdersi, stelle polari in cui rifugiarsi sempre, anche quando ci si ritrova affini in qualcun altro («Erano simili, sembravano fragili ma erano vicine e consapevoli di quella sorellanza e per questo motivo, in realtà, e sebbene non se ne rendessero veramente conto, erano forti»).
Lispector, errante e unica, non ha geografie altre da sé stessa («“La mia geografia è il mio corpo,” pensò allora Clarice, “non questa città”»), non ha identità fuori dalla sua lingua («Le parole, quelle parole, la carpivano, la agganciavano letteralmente a una dimensione parallela dell’esistenza») che è oggetto da limare, purificare da ogni corruzione, gettare via, all’occorrenza.
Il traduttore qui se ne prende cura al massimo grado: raffinato esercizio di stile, ma anche e soprattutto regalo reciproco tra le due parti, tra due scrittori che giocano a creare immagini e pagine vere, ma sempre avvolte in un alone misterioso. Un intreccio di prose che arriva al cuore della scrittrice.


Costruire i diritti
Per Soledad Acosta Kemble, «il cuore delle donne è un’arpa magica, che suona con armonia soltanto se una mano davvero capace di oscillazione simpatica le trasmette l’impulso», come scrive nel suo Il cuore delle donne che racconta l’universo femminile dalla Colombia del XIX secolo: è considerata la prima scrittrice del paese e si appropria di un compito – fino ad allora – esclusivamente maschile.


La scrittura è per lei impegno civile e una professione: femminista ante litteram con passione, intellettuale di formazione multiculturale (vive e studia a New York, Halifax, Parigi): le sue parole escono dai cassetti, come fanno quelle di certi spiriti che mai starebbero rinchiusi in nessun posto («angeli di luce apparsi nella società con la missione di erudire l’uomo su ciò che gli è utile sapere riguardo all’altra metà del genere umano», scrive suo marito, J. M. Samper, nel prologo).
Escono consapevoli di quello che troveranno fuori («Le donne non hanno diritto a sfogare i propri dolori davanti a tutti. Devono sempre fingere rassegnazione, calma e teneri sorrisi; per questo seppelliscono il dolore in fondo al cuore, come se fosse un cimitero»): ensayo psicológico, recava il sottotitolo dell’edizione del 1887, ma anche romanzo e raccolta di racconti, un coro di voci (tre uomini e tre donne) riunite nello stesso posto.
Kemble ha una penna delicata e profonda che scava nei suoi personaggi e racconta i dolori e le sofferenze inevitabili di ciascuna di queste vite («Manuelita si conformò agli avvenimenti della vita, nelle gioie e nei dolori, ma il turbamento provato quella notte non si cancellò mai dalla sua memoria») e lo fa parola per parola per costruire il diritto di cittadinanza – vera, piena, attiva – delle donne nell’architettura della Repubblica: «dobbiamo immaginarla come un vento australe che fino all’età di ottant’anni sospinge senza sosta il suo impegno civile», scrive Monica Rita Bedana nella sua postfazione.


Figure liminali
E senza sosta, e con una forza indomabile, si presentano le Yamanba. Donne ribelli del Giappone, raccontate nel bel libro di Rossella Marangoni: saggio ibrido, racconto appassionato e accuratamente documentato che scava tra le leggende e la storia del paese asiatico per consegnarci un’immagine ben diversa da quella monocorde e limitante della geisha, figurina senz’anima («Un simbolo da inalberare e tante storie da riscrivere che la vedono protagonista: un modo inedito di essere donna, per chi ha una visione fissa e astorica delle donne giapponesi»).
Marangoni ripercorre un lungo cammino: libera il sentiero dalle ombre, lo rende visibile, affrancato da condizionamenti e sudditanze nei confronti degli uomini. Cerca voci e silenzi, indaga con l’acribìa della ricercatrice ogni dubbio e ogni parola che gravita attorno alle sue yamanba: streghe fameliche, mostruose da sempre, ribelli da quando?, si chiede; figure liminari, bidimensionali, contaminate («Nata in nessun luogo, non ha casa»).


Non le studia, o almeno non solamente, piuttosto le incontra e ci tiene a precisarlo con una voce vivace che s’affaccia tra le righe, mentre chi legge annota, prende appunti e si lascia affascinare e irretire dalla forza dirompente di queste figure, quella delle voci inascoltate che rompono il muro dei silenzi e dei luoghi comuni («Quanto è simile alle donne, la yamanba, qualunque cosa facciano non è mai abbastanza»), che scavallano il limite invalicabile posto da chi non le sente, né vede («Ci rappresenti, yamanba, eppure non sappiamo vederti»).
Yamanba è una storia di principesse e studentesse; di mostri, bellezze bizzarre e menti profonde; maschere di rivolta e vendetta; ribellioni, possessioni e gelosie; demoni e dee; forze e corpi inafferrabili che vagano ancora anche tra le pagine di Rossella Marangoni («Il suo vagare di monte in monte ricorda il karma dell’essere umano, il suo passaggio attraverso le rinascite dei sei regni»), corredate da un raffinato apparato iconografico.
Il suo è un saggio in ascolto, costantemente proteso verso l’altra («questo altro che è la donna») che incarna l’impegno di sentire con energia viva, raccontare e dare forma a quello che troppo a lungo è rimasto inascoltato («perché il silenzio delle donne può essere assordante, può travalicare i secoli e scuotere il nostro sonno»).


Roberto Francavilla, Città senza demoni (Feltrinelli)
Soledad Acosta Kemble, Il cuore delle donne (Lindau)
Rossella Marangoni, Yamanba. Donne ribelli del Giappone (Mimesis Edizioni)
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