Ucraina, l'inferno a Oleshky, la città occupata dai russi: «La gente mangia erbacce, aiuti umanitari con rischio ritorsioni»

A Oleshky, nel sud dell’Ucraina, sopravvivere è diventato ogni giorno più difficile. Gli edifici sono in gran parte distrutti, il cibo scarseggia e l’accesso all’acqua potabile, all’elettricità e alle cure mediche è fortemente limitato. Dopo oltre quattro anni di occupazione russa, migliaia di civili vivono in condizioni di crescente isolamento, mentre anche tentare di lasciare la città può trasformarsi in un viaggio senza ritorno. Per questo Papa Leone oggi ha chiesto a Putin, nella telefonata che ha avuto dal suo ricovero al Gemelli, una tregua per consentire gli aiuti umanitari. «È stato il Santo Padre che ha preso l'iniziativa» della telefonata al presidente russo Putin, «per perorare la causa di questa città assediata nella quale si trovano circa 2.000 civili che hanno bisogno di canali per l'uscita, di canali umanitari. Il Papa credo ha chiesto che ci sia una tregua per permettere sia l'arrivo di aiuti aiuti umanitari, soprattutto cibo sia anche l'evacuazione di coloro che devono uscire dalla città», ha detto il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin dopo la telefonata tra Leone e Putin. «Spero - ha aggiunto - che di fronte ad una richiesta del Santo padre, il presidente Putin, come dire, accetti di mettere in atto quello che gli è stato chiesto». Nella conversazione telefonica Putin ha fornito a Prevost «spiegazioni complete circa la responsabilità del regime di Kiev per la difficile situazione umanitaria» creatasi nella città di Oleshky, in Ucraina, evocata dal pontefice. Il leader russo ha comunque assicurato sostegno per «l'intenzione del Vaticano di aiutare a creare condizioni per assicurare la sicurezza della popolazione della città e organizzare le forniture vitali». Putin e il Papa hanno quindi «convenuto di interagire a questo riguardo».

L'inferno di Oleshky

«Quasi nessun edificio è rimasto intatto», racconta a Euronews Tetiana Hasanenko, responsabile dell’amministrazione militare ucraina di Oleshky, nella regione di Kherson, occupata dalle forze russe nei primi giorni dell’invasione su vasta scala. Secondo le stime dell’amministrazione locale, nella città rimarrebbero circa 2.000 persone, anche se il numero esatto è difficile da verificare.

Tra loro ci sono almeno 35 bambini che, secondo Hasanenko, non riescono a raggiungere il territorio controllato da Kiev.

La fame e gli aiuti che non bastano

La crisi alimentare è uno degli aspetti più drammatici della vita quotidiana. «Non c’è pane, non c’è carne, non ci sono uova, non c’è zucchero: praticamente non c’è niente», riferisce Hasanenko. Alcuni residenti riescono a consumare soltanto un pasto al giorno. Altri cercano di recuperare quel poco che resta nelle dispense, macinando la pasta per ricavarne una farina improvvisata. La responsabile locale racconta anche di persone costrette a mangiare erbe spontanee per riuscire a sopravvivere.

A rendere ancora più difficile la situazione è la distribuzione degli aiuti. Hasanenko riferisce che tra settembre e ottobre sono state consegnate alla città circa dieci tonnellate di viveri con il supporto dell’esercito ucraino. Ma le operazioni, sostiene, sono esposte agli attacchi e accompagnate dal rischio di ritorsioni contro chi riceve gli aiuti. Le testimonianze non possono essere verificate in modo indipendente: Oleshky è sotto occupazione russa e i media indipendenti non hanno accesso alla città.

Fuggire significa rischiare la vita

Per chi decide di andarsene, la via della salvezza può rivelarsi altrettanto pericolosa. Alcuni abitanti tentano di raggiungere a piedi il villaggio di Radianske, distante circa 25 chilometri, attraversando aree minate ed esposte agli attacchi dei droni. «Le persone sono stremate dalla fame e fisicamente sfinite dalle condizioni in cui vivono. Ma non ci sono alternative», spiega Hasanenko, secondo cui alcuni residenti sono morti mentre cercavano di percorrere questa strada. Anche chi riesce a raggiungere zone più sicure non sempre può lasciarsi alle spalle la città. Alcuni tornano indietro per portare cibo ai figli o ai familiari anziani, che non sono in grado di affrontare il viaggio.

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