Ucciso a coltellate in casa. Sentita a lungo la moglie. Indagini per ricostruire le ultime ore del 31enne
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La donna, arrivata in Italia da tre settimane, trattenuta per ore in caserma. Rilievi della Scientifica fino all’alba e testimoni a lungo sotto torchio. Sul corpo della vittima, Daouda Sangarè, una profonda ferita al ventre.

La donna, arrivata in Italia da tre settimane, trattenuta per ore in caserma. Rilievi della Scientifica fino all’alba e testimoni a lungo sotto torchio. Sul corpo della vittima, Daouda Sangarè, una profonda ferita al ventre.

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Una ferita profonda al ventre, pare all’altezza dello stomaco. Non si sa se sia stato l’unico fendente inferto, ma probabilmente potrebbe essere stato quello letale forse – il condizionale è d’obbligo – sferrato dall’assassino in posizione ‘frontale’ rispetto alla vittima. È ancora mistero dietro all’omicidio di Daouda Sangarè, il 31enne della Costa d’Avorio ucciso all’alba di domenica nella sua abitazione a Montese. Il sopralluogo dei carabinieri e degli esperti della Scientifica, domenica, è andato avanti fino alle prime ore di ieri mattina poi sono stati sentiti a lungo in caserma gli amici della vittima e la moglie, l’ultima ad aver visto in vita il 31enne. La giovane, in particolare, è stata trattenuta a lungo al Comando provinciale dei carabinieri nella giornata di ieri e in serata non ha fatto ritorno a Montese.
L’unica cosa che si sa, dal momento che sull’omicidio nulla è trapelato da fonti ‘ufficiali’, ovvero Arma e Procura, è che i soccorsi sarebbero stati chiamati in ritardo rispetto all’evento. Ovvero il delitto sarebbe avvenuto prima delle 6 ma i sanitari, così come i carabinieri, sarebbero intervenuti circa due ore dopo. A far scattare l’allarme è stato un vicino di casa del giovane Sangarè: ha trovato infatti la moglie del 31enne in lacrime davanti alla porta dell’appartamento; rimasta – pare – chiusa fuori poiché dall’altro lato il peso del corpo del 31enne bloccava l’ingresso. La ragazza, arrivata in Italia da meno di tre settimane e con una conoscenza minima della nostra lingua, non sarebbe stata in possesso di un telefonino.
Il paese ‘mormora’ ma l’unica cosa certa è che per tutti Daouda era un ragazzo onesto, un lavoratore dal carattere mite che trascorreva il proprio tempo in azienda e poi a casa. La sera prima di essere ucciso a colpi d’arma bianca (non si sa se sia stata o meno rinvenuta in sede di sopralluogo) aveva partecipato alla festa di paese ma nulla sarebbe accaduto di preoccupante: nessun diverbio apparente.
Per chi conosceva il 31enne, lo descrive anzi come un giovane molto legato agli amici connazionali con i quali trascorreva le giornate di festa. Sara Bernabei, titolare dell’omonima azienda di rimorchi agricoli per la quale la vittima lavorava a Salto come saldatore, sottolinea come Daouda Sangarè fosse come un membro della famiglia. "L’azienda è gestita da me, mio padre e mio fratello e i dipendenti sono in tutto dieci", spiega Sara. "Daouda era tranquillissimo, gentile, disponibile; un gran lavoratore. Siamo tutti senza parole: quello che gli è capitato è orribile. Era da noi da cinque, sei anni ed era un ragazzo ‘in regola’, in tutti i sensi: mai ci saremmo aspettati una cosa simile. Lavorava e stava in casa; era un ragazzo pacato. Con la moglie – continua – si era sposato anni fa, poi c’era stato il ricongiungimento familiare meno di un mese fa ma non abbiamo mai visto sua moglie. Quello che possiamo dire è che lui, per noi, era una persona e non un numero, non uno dei tanti dipendenti e proprio per questo stiamo vivendo un grande trauma".
Ora le indagini dei carabinieri proseguono nel più stretto riserbo mentre, tra i cittadini di Montese, tutti si chiedono chi possa aver ucciso un cittadino che per tutti era "simbolo di lealtà e pacatezza ma, soprattutto, perfetta integrazione".
Valentina Reggiani
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