Trump ordina maxi-raid sull’Iran. «Pagheranno per i soldati uccisi». Le minacce Houthi sul Mar Rosso

«Ogni volta che l'Iran uccide un soldato americano, pagherà per quell'uccisione molte volte». La minaccia di Donald Trump è arrivata, come al solito, attraverso il social Truth. Poche ore prima, l'esercito americano aveva annunciato i nomi dei due soldati uccisi in Giordania nel raid iraniano di sabato scorso: il primo tenente Tyler James Feehan, di 25 anni, e il soldato semplice Isabella Gonzales, di 19 anni. Centcom, il comando americano che si occupa di Medio Oriente, ha anche dichiarato la morte di un altro militare in Iraq.

E in attesa di conoscere il nome del terzo soldato dato ancora ufficialmente per disperso in Giordania, il presidente degli Stati Uniti ha voluto inviare un segnale chiaro. La vendetta di Washington continuerà. Per The Donald, la morte di membri delle forze armate è un altro problema da gestire di fronte a un'opinione pubblica sempre meno convinta della guerra. La strategia della Casa Bianca appare ancora poco chiara.

Negli ultimi giorni, i bombardamenti Usa si sono concentrati su diverse zone della Repubblica islamica, puntando non solo le basi dei Pasdaran e gli avamposti per controllare lo Stretto di Hormuz. Oltre alla difesa costiera, il Pentagono ha deciso di mirare anche al porto di Bandar Abbas. I media iraniani hanno dato notizie di bombardamenti anche su ponti e strade. E negli ultimi giorni, il mirino Usa si è spostato sulle città dove sono presenti le centrali nucleari e alcuni siti legati al programma atomico di Teheran.

Ieri è stata colpita Bushehr, sede dell'unica centrale nucleare civile iraniana e che è stata realizzata ed è gestita insieme alla Russia. Prima era stata presa di mira la zona di una centrale nucleare in costruzione a Darkhovin, nel sud-ovest dell'Iran. Teheran ha detto di aspettarsi che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica e il direttore generale, ovvero Rafael Grossi, «esprimano chiaramente la loro posizione su questo tema e condanni il crimine perpetrato dagli Stati Uniti». Queste le parole portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei.

Ma questo costante avvicinamento di Washington ai siti atomici dell'Iran conferma, ancora una volta, come il tema del programma nucleare sia ancora al centro degli schemi di Trump.

La reazione

Il problema segnalato però da molti osservatori è che, arrivati alla decima giornata di raid, nessuno è in grado di indicare un vero obiettivo di questa campagna aerea. L'Iran, nonostante i colpi subiti, ha dimostrato di saper reagire. Anche ieri sono state prese di mira le basi americane tra Kuwait, Bahrein e Giordania (dove, secondo il New York Times, l'amministrazione Usa starebbe nascondendo il vero numero dei feriti). E adesso, Teheran ha alzato il tiro facendo capire che anche le sue milizie disseminate in Medio Oriente sono pronte ad attivarsi.

Ieri è stato il turno degli Houthi, che hanno annunciato l'inizio di un embargo marittimo contro l'Arabia Saudita. La giustificazione è l'ultimo attacco contro l'aeroporto di Sanaa, nello Yemen, per cui il gruppo filoiraniano accusa Riad. Ma dietro, c'è anche la volontà dell'Iran di mostrare come sia in grado di sfruttare gli Houthi per bloccare Bab el-Mandeb, la porta per il Mar Rosso e altro stretto cruciale per il commercio globale insieme a quello di Hormuz. I combattenti hanno detto di volere applicare il principio «occhio per occhio».

E il rischio di una escalation incontrollata preoccupa tutte le cancellerie mondiali, che cercano di trovare di disinnescare la crisi prima che sia troppo tardi. Secondo le ultime indiscrezioni, i mediatori avrebbero presentato all'Iran una proposta per fermare i raid per dieci giorni, riattivando il tavolo negoziale con gli Usa. A Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato gli ambasciatori della Repubblica islamica in Italia, Francia e Regno Unito per fare il punto dei rapporti con i tre Paesi europei e forse sondare il terreno riguardo altre strade diplomatiche. Il presidente Masoud Pezeshkian, che ieri ha parlato di "guerra totale" con l'America, ha inviato in Pakistan il ministro dell'Interno, Eskandar Momeni, per discutere con i leader di uno dei principali Paesi mediatori. Sul tavolo, tutti i punti dell'accordo. Tra questi, anche il Libano, uno dei crocevia di questo conflitto.

Il passaggio di consegne

Secondo il giornalista Barak Ravid di Axios, oggi dovrebbe iniziare il ritiro dell'esercito israeliano dalle cosiddette zone pilota nel sud del Paese dei cedri. Il passaggio di consegne tra Idf e forze armate libanesi dovrebbe prendere forma nei villaggi di Froun, Srifa e Zawtar Al-Gharbiya in base all'accordo siglato a Washington e come «risultato diretto dei colloqui della scorsa settimana tra Israele e Libano a Roma». Uno sviluppo particolarmente delicato, che si inserisce in un contesto in cui Idf e governo israeliano devono anche capire come gestire l'escalation tra Iran e Usa, che fino a questo momento non ha coinvolto direttamente lo Stato ebraico.

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