Troppe ore e zero tutele, la dottoressa Conti getta la spugna: “Impossibile conciliare questa professione con la propria vita personale”
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Brescia, un impegno di 38 ore settimanali obbligatorie nelle case di comunità, oltre ai pazienti dell’ambulatorio, senza tutele per conciliare famiglia e lavoro. Per questo il 22 ottobre Elena Conti ha deciso, a malincuore, di chiudere il suo ambulatorio di medicina generale, avviato a febbraio: “Ho scelto di dimettermi”

Conti nel suo studio di Brescia ha sottolineato come non sia stato facile decidere di chiudere l’ambulatorio

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Brescia – Un impegno di 38 ore settimanali obbligatorie nelle case di comunità, oltre ai pazienti dell’ambulatorio, senza tutele per conciliare famiglia e lavoro. Per questo il 22 ottobre Elena Conti ha deciso, a malincuore, di chiudere il suo ambulatorio di medicina generale, avviato a febbraio. Una vicenda paradossale, mentre si cerca di potenziare la medicina di territorio, che rischia di non rimanere isolata.
La storia
Per comprendere meglio la scelta della dottoressa Conti, è bene chiarire il contesto. Chi diventa medico di medicina generale dopo l’1 gennaio 2025 entra nel ruolo unico, distinguendosi dai colleghi che restano medici di assistenza primaria (Map). Oltre all’ambulatorio, deve lavorare nelle case di comunità o come ex guardia medica: dalle 38 ore settimanali fino a 400 pazienti alle 6 ore tra 1.201 e 1.500. Per i Map, invece, la presenza nelle case di comunità varia da zero a 6 ore, a prescindere dagli assistiti. Si crea così una disparità tra colleghi, ma anche grosse difficoltà per chi inizia e che avrebbe bisogno di tempo per conoscere i propri pazienti.
La scelta
«Io ho iniziato il corso di formazione triennale nel 2021. Ho dovuto sospenderlo per maternità, per cui mi sono diplomata nel 2025, trovandomi ‘condannata’ al ruolo unico. Ho deciso, nonostante la molta perplessità, di provare ad aprire comunque l’ambulatorio a febbraio 2026. Tuttavia, mi sono ritrovata a dover fare turni di 6 ore al giorno in casa di comunità più 12 ore settimanali in continuità assistenziale, notti o festivi, oltre a dover gestire il mio ambulatorio». In quanto libera professionista, non c’è nessuno ‘sconto’ per malattia di figli (Corti ne ha 4, da 3 a 11 anni), imprevisti o impegni personali. «Risulta davvero impossibile pensare di conciliare questa professione con la propria vita personale. Di fronte ad un carico orario tale in assenza di tutele ho scelto di dimettermi».
Il rammarico dei pazienti
Grande il rammarico tra i pazienti, che la definiscono «una dottoressa straordinaria», ma il suo caso non è unico: molti stanno pensando di dimettersi, mentre i posti del corso di formazione per medicina generale in Lombardia non sono stati neanche coperti. «Ho cercato di portare avanti l’incarico finché sono riuscita ma di fronte ad un carico orario tale in assenza di tutele ho scelto di dimettermi. Anche perché sono convinta che le attuali condizioni del Ruolo Unico non siano accettabili e l’unico modo per l’abolizione di questo sia rifiutarsi di aderire: ad oggi siamo una minoranza e in quanto tale le nostre problematiche vengono poco considerate. È stata comunque una scelta difficile e non fatta a “cuor leggero“: in questi mesi ho investito tante energie e incontrato molti ostacoli, ciononostante ero riuscita comunque a instaurare già rapporti di fiducia con molti assistiti e grande è stato anche il dispiacere di doverli troncare così».
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