Trilogia di Whitehead, l’ultimo atto. “Nero negli Usa. Sempre alla prova”
“Freddo come una macchina“ chiude il trittico iniziato nel 2021. Lo scrittore premio Pulitzer a Milano per BookCity

Colson Whitehead

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New York e Harlem in continuo mutamento, tra grattacieli scintillanti e squallidi rifugi sotterranei, tra romanzo criminale e ironia, alla ricerca delle verità nascoste sotto la superficie. Colson Whitehead torna in libreria con Freddo come una macchina, ultimo capitolo della Trilogia di Harlem. Già premio Pulitzer con Ferrovia sotterranea (2017) e I ragazzi della Nickel (2020), Whitehead sarà ospite il 23 novembre dell’evento di apertura della 15ª edizione di “BookCity Milano“ al Teatro Dal Verme. Qui, dalle 20, lo scrittore nato a New York 56 anni fa dialogherà con il giornalista Francesco Costa e riceverà il Sigillo della Città dal sindaco Giuseppe Sala. Di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto.
Roma, 15 ottobre 2026 – Città di notte 1981 Una situazione in cui è stato messo alla prova. Lui era un nero negli Stati Uniti. Quando mai non era messo alla prova? Cristo santo. Pensò all’ultima richiesta di prestito di Elizabeth, respinta da una banca di bifolchi della Virginia. Il sistema non sapeva come inquadrare Carney, e certamente non sapeva come gestire sua moglie. Immaginò i funzionari di banca che avevano silurato le richieste di finanziamento di Elizabeth negli ultimi diciotto mesi: una sfilza di decrepite mummie in tweed, tutti presi a scribacchiare codici come graffiti bancari ai margini della pratica, per avvisare il direttore che l’imprenditrice era nera: niente da fare.
«Un attimo» disse Fisher, sfogliando gli appunti. Dalla finestra Carney vide Mike che guidava una signora ispanica di mezza età verso i nuovi Egon. Con la ristrutturazione il suo ufficio era passato dal pianterreno al primo piano, e ora si affacciava direttamente sullo show room. I mobili erano disposti il più possibile come nell’ufficio precedente. Non era riuscito a trovare un’altra foto autografata di Lena Horne ai tempi di Due cuori in cielo, ma quella nuova, una vistosa immagine a colori del suo periodo a Las Vegas nei primi anni Settanta, gli tirava su il morale nei giorni storti. La foto precedente rappresentava un talento impaziente di affermarsi; questa era la conferma di una personalità indomita. Lena era sopravvissuta.
L’ispanica sgambettava tra le ottomane. Spalle curve da casalinga stressata, sguardo vitreo. Mike le indicò un tavolino di plexiglas lì accanto e lei vi posò sopra i sacchetti dell’A&P. Uscita per fare la spesa e saltata dentro d’impulso. Si era improvvisamente ricordata dei braccioli logori del divano e della macchia decennale di Kool-Aid, oppure passava di lì ed era stata attirata dal nuovo divanoletto DeMarco in vetrina? Mettere in bella vista lo Slumber King della DeMarco era stata un’idea di Rusty; Carney si ripromise di ringraziarlo. Magari lo avrebbe tirato un po’ su, con tutto quello che stava passando per il divorzio. Mike avvicinava le mani come per schiacciare qualcosa, mimando il comfort flessibile della struttura in poliuretano. Ci sapeva fare, il ragazzo. Sembrava nato per quel mestiere: spiegava microfibre e piani di pagamento come un Casanova che promette piaceri imminenti.
La cliente annuiva. Quanto sarebbe rimasto Mike? Quella nuova generazione si annoiava facilmente. Una volta, un lavoro in un negozio di uptown come quello di Carney era considerato un’ottima possibilità di carriera. Stabile, stipendio dignitoso per quel quartiere. “Ambiente professionale positivo”, a parte qualche occasionale incendio doloso. Il giornalista di “Quality” lo riportò al presente. «Cosa le piace di più del suo lavoro?» Carney fischiò. «Tante cose.» Tipo aprire la cassaforte Hermann Bros. modello 1977 e depositare un mazzo di banconote sopra quello della settimana prima, uno ben assicurato con la fascetta di carta della banca, gli altri formati da banconote sudicie legate con l’elastico.
Oppure, il giorno dopo un lavoretto complicato, ripensare a com’erano andate le cose e rendersi conto che avrebbe potuto morire – ma non era morto. Vedere gli occhi di Elizabeth quando scartava un regalo e fregarsene se i soldi con cui l’aveva comprato erano puliti o sporchi, tanto lei era contenta e questo bastava, no? Carney disse: «Quel sorrisetto sulla faccia di un cliente quando si siede per la prima volta su un bel divano nuovo, e non pensa a quanto costa, o al padrone di casa, o alla figlia che deve farsi sistemare i denti: sta pensando a quanto è comodo. A quello e a nient’altro». L’intervista era quasi finita. Avevano parlato della sua laurea in economia al Queens College («Mi ha davvero aperto gli occhi sui principi fondamentali»), dei suoi ventisette anni nel commercio di mobili, della guerra fredda della Sterling contro la Collins-Hathaway negli anni Cinquanta, delle fusioni aziendali e della conseguente riduzione delle possibilità di scelta per i consumatori. Dell’incendio e della riapertura. «Non hanno mai scoperto chi è stato?» chiese Fisher. «È stata New York» rispose Carney. La città era domanda e insieme risposta. Causa ed effetto e anche tutto il resto.
Traduzione di Silvia Pareschi Copyright © 2026 by Colson Whitehead © 2026 Mondadori Libri
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