Tribunale islamico basato sulla Shar'ia: esposto in Procura di Futuro Nazionale e la politica si infiamma
PADOVA - A Padova c’è un «Tribunale Sciaraitico», ma non è un tribunale dello Stato. È il cuore della controversia che da ieri ruota attorno alla Camera Arbitrale Islamica Italiana, associazione senza scopo di lucro costituita il 3 marzo scorso e nata, secondo il proprio statuto, per promuovere l’arbitrato come strumento di risoluzione delle controversie nella comunità islamica italiana. L’istituzione è recentissima e le cause all’attivo, ad ora, sono pari a zero.
Ma Francesco Minutillo, membro dell’Assemblea nazionale di Futuro Nazionale, il movimento vicino al generale Roberto Vannacci, ne fa una questione di principio e porta la questione all’attenzione della Procura, con un esposto dove chiede di verificare la concreta attività dell’organismo.
L’attacco
«L'associazione – spiega Minutillo – ha lo scopo di risolvere controversie in conformità con i principi della Shari'a ossia la legge islamica. Ma se si a vanno a leggere l'atto costitutivo, lo statuto ed il regolamento arbitrale sul sito la questione diventa inquietante e fuorviante. Il tribunale si presenta come una "via alla giustizia islamica in Italia" e si descrive l'arbitrato come "tribunale Sciaraitico", precisando che le regole seguite sono innanzitutto quelle della Shar'ia» prosegue Minutillo.
Secondo l’esponente di Futuro Nazionale, l’aspetto più grave riguarda il fatto che «la legge italiana è contemplata solo per quanto non è regolato dalla Shari'a, alla quale si dà priorità, come se l'ordinamento italiano fosse marginale. Qui – chiosa – non si tratta di religione, la libertà di culto è garantita, ma di una questione esclusivamente legale e della possibile costruzione di una giustizia parallela».
La replica
A ridimensionare il tutto è però lo stesso fondatore dell’associazione, Omar Vanin, avvocato e studioso di diritto internazionale privato che collabora con l’Università di Padova. «L'arbitrato – spiega – è un modo per risolvere le controversie ricorrendo a soggetti privati che possono decidere al posto del tribunale ordinario. Ma questo non significa eludere le leggi italiane: un tribunale arbitrale che si ispira a concetti religiosi non può comunque violare le norme di ordine pubblico del nostro Paese».
Il punto, secondo Vanin, è proprio il rapporto tra la libertà delle parti di scegliere l'arbitrato e i limiti imposti dall'ordinamento. «Le decisioni valgono nella misura in cui rispetta l'ordinamento italiano. Se ci fossero, per esempio, discriminazioni tra uomo e donna incompatibili con i principi fondamentali del nostro sistema, quelle regole non potrebbero semplicemente essere fatte valere perché richiamano la Shari’a». Il lodo, inoltre, non è sottratto a ogni controllo: trattandosi di arbitrato rituale, può essere impugnato nei casi previsti dal codice di procedura civile davanti alla Corte d'Appello.
Il campo di applicazione è soprattutto quello delle controversie patrimoniali e commerciali. «Pensiamo – cita ad esempio Vanin – a due aziende che stipulano un contratto e decidono di ricorrere all’arbitrato. Possono anche stabilire che la controversia venga risolta sulla base di determinati principi della Shari’a, ma sempre nella misura in cui questo sia compatibile con l’ordinamento italiano».
Le reazioni
La vicenda ha ben presto raccolto una raffica di reazioni. Dal Ministro Salvini, che sentenzia «La Shari'a anche in Italia? Assolutamente no. Tutti devono rispettare solo le leggi italiane», all'eurodeputata Cisint, che annuncia di aver scritto alla Procura in quanto «la Shari'a in Italia non è più un rischio ma un fatto». Diversi esponenti di Futuro Nazionale e Lega hanno chiesto accertamenti e annunciato interrogazioni ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, sollevando dubbi sulla compatibilità dell'organismo con l'ordinamento italiano. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari e il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni hanno richiamato il principio secondo cui in Italia la giurisdizione è esercitata secondo le norme dell'ordinamento statale. La deputata di Fratelli d'Italia Elisabetta Gardini si è detta «sconvolta», sostenendo che «in Italia non possono esistere giustizie parallele».