Tribunale islamico a Padova, scoppia il caso politico e giudiziario. Mistero sui finanziatori: nei documenti fondatori coperti da “omissis”

Omar Vanin, avvocato, l’unico fondatore dichiarato della Camera Arbitrale Islamica Italiana di Padova
Milano – Pochi anni fa, in Gran Bretagna, alcune donne furono costrette a sottostare a pesanti condizioni economiche pur di ottenere il divorzio religioso. In un caso denunciato al Parlamento, un consiglio islamico avrebbe preteso di affidare cinque figli maschi al padre, lasciando alla madre solo la figlia. Sono i rischi emersi attorno agli Sharia councils, organismi religiosi che intervengono sulle controversie familiari secondo i precetti islamici, come dimostrò un’indagine governativa britannica nel 2018.
È il precedente che alimenta più di un dubbio intorno alla Camera Arbitrale Islamica Italiana, associazione nata a Padova per risolvere controversie economiche applicando principi del diritto islamico, nei limiti della legge italiana. Il fondatore, l’avvocato Omar Vanin, assicura: “Il settore familiare non può essere trattato con arbitrato”. Eppure il sito richiama la riservatezza “specialmente in questioni familiari o sensibili” e le competenze in diritto successorio.

Con il velo sul bus (iStock)
Nel frattempo, dopo le polemiche, la Camera ha cambiato regolamento. Vanin conferma: “Il regolamento arbitrale è stato modificato in queste ore”, per eliminare riferimenti che potessero “suscitare ulteriore clamore”. “Etichette differenti, apposte alla stessa essenza”, osserva. Spariscono “Tribunale Sciaraitico”, i canoni processuali della Sharia e le formule liturgiche nei lodi. Resta però l’articolo 3: gli arbitri applicano i “precetti del diritto islamico comuni alle nazioni islamiche” e, per le materie non regolate, il diritto italiano. Per Vanin non è un tribunale parallelo, ma un arbitrato soggetto alle leggi dello Stato.
Va ricordato che la finanza islamica vieta gli interessi e gli investimenti in attività legate ad alcol, carne suina e gioco d’azzardo. Come giudicherebbero gli arbitri un contratto lecito in Italia ma contrario a quei precetti religiosi?
Vanin rivela un altro particolare: esistono già “contratti in cui è stata inserita la clausola arbitrale”. In caso di lite, le parti hanno previsto di rivolgersi agli arbitri della Camera anziché al giudice ordinario. Non si sa quanti siano i contratti né chi li abbia firmati.
E chi finanzia l’associazione? Nell’atto costitutivo online gli altri fondatori sono coperti da “omissis”. Vanin non ne rivela i nomi “per proteggere la riservatezza e la vita privata”. Lo statuto contempla quote, contributi e donazioni, senza indicare chi versi denaro. I promotori potrebbero chiarire chi sostiene il progetto. Resta senza risposta la domanda sull’articolo 30, che consente, a certe condizioni, di comunicare i lodi alle associazioni islamiche del territorio della parte soccombente.
Dopo l’esposto dell’avvocato Francesco Minutillo, di Futuro Nazionale, la Procura di Padova ha aperto un fascicolo a modello 45, senza indagati né ipotesi di reato. Minutillo denuncia possibili lacune normative e auspica l’intervento di un giudice. Il deputato Davide Bergamini, dello stesso movimento, ha chiesto che il ministro Carlo Nordio riferisca alla Camera. Anche l’Ucoii, Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, ha preso le distanze dall’iniziativa.
Londra, dopo l’indagine del 2018, rifiutò di regolamentare pubblicamente i consigli islamici per non legittimare una giustizia parallela. Quest’anno ha ribadito che la Sharia non ha giurisdizione statale. A Padova aveva già fatto discutere la richiesta di rimuovere un maiale di plastica da una paninoteca, contestata persino dai dipendenti musulmani del locale. A Mestre resta aperta la vicenda della moschea, priva della necessaria variante urbanistica.