Tom Cruise, la star più sfuggente di Hollywood si racconta

Negli studi della Warner Bros. a Burbank, in California, proprio accanto al set di The Pitt, c’è un vecchio loft, uno spazio industriale polveroso, dove un tempo gli artigiani dipingevano i fondali delle scenografie. Tom Cruise è in piedi al centro della stanza, raggiante. «Quando si gira un film», dice con tono solenne e perentorio, «ci si porta con sé ogni persona che ha contribuito a realizzarlo». Ha l’aria di essere il conduttore di una visita guidata allo studio. «Mi preme sottolineare come le persone addette a realizzare le scenografie, a montare i set, a manovrare le telecamere e a gestire l’illuminazione, siano tutte figure che contribuiscono alla riuscita di un buon lavoro. La luce, gli ambienti e il design sono fondamentali per intrattenere il pubblico», dice. (La domanda, in realtà, era: «Ti ricordi di avere usato uno sfondo dipinto in un film?»).

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Camicia Vintage Warriors. Jeans vintage Levi’s, da Raggedy Threads.

Cruise, a 64 anni, non ha perso nulla dell’intensità o dell’impegno che a 18 anni lo imposero come astro nascente in Taps – Squilli di rivolta (1981). Anzi, oggi sembra avere ancora più intensità. Crede nel cinema così tanto che lo si sente dire: «Fare film non è ciò che faccio. È ciò che sono». Dopo avere trascorso un po’ di tempo con lui, è difficile non pensare che lo creda davvero. È un appassionato di obiettivi cinematografici. È il tipo che guida una vera moto giù da una vera scogliera e apre un vero paracadute. Ha rischiato la vita per il cinema e sembra anche avergli dedicato tutto il resto della propria esistenza. (Quando gli chiedo cosa fa nei periodi in cui non lavora a un film, risponde: «Mi preparo per il prossimo». Un risposta tipica di Cruise, che fa diventare ogni domanda che non riguarda il lavoro in una domanda sul lavoro). Il primo trailer del nuovo film, Digger, era un montaggio di due minuti e mezzo con le sue interpretazioni passate, seguito da appena 42 secondi di materiale del nuovo titolo. Il messaggio era chiaro, è una persona che porta con sé la storia del cinema, con una carriera che spazia da Stanley Kubrick (Eyes Wide Shut) a Steven Spielberg (Minority Report, La guerra dei mondi), da Paul Thomas Anderson (Magnolia) a Martin Scorsese (Il colore dei soldi), da Michael Mann (Collateral) a Francis Ford Coppola (I ragazzi della 56ª strada).

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Immagini dal set di Digger, con Tom Cruise in costume e il regista Alejandro G. Iñárritu.

Photograph by Seoju Park / Courtesy of Warner Bros. Pictures

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Photograph by Seoju Park / Courtesy of Warner Bros. Pictures

Digger è diretto da Alejandro G. Iñárritu e vede Cruise nei panni di un magnate di una compagnia petrolifera, che scatena quella che potrebbe essere la fine del mondo. Per l’ambizione autoriale e la bizzarra originalità, l’opera ricorda un periodo della carriera di Cruise che sembrava giunta al termine intorno al quarto capitolo della serie cinematografica Mission: Impossible, nel 2011, quando l’attore si è reinventato come eroe d’azione e protagonista di franchise. È stato la star di Jack Reacher, Edge of Tomorrow – Senza domani e Top Gun: Maverick. Negli ultimi vent’anni, ha parlato raramente a lungo con i giornalisti.

Non è del tutto chiaro perché abbia scelto di farlo questa volta (anche se nel corso dell’intervista prova a spiegarne le motivazioni). Mi ripete, più di una volta, che ad affascinarlo davvero sono i film e il modo in cui vengono realizzati, «meno il parlare di me stesso».

A un certo punto gli dico che è una persona molto rivolta verso l’esterno. «Lo sono», ribadisce. «Lo riconosco. Lo sono».

GQ: Tom, sei sempre stato uno degli attori di Hollywood più attento a ponderare ogni scelta professionale. Digger è da molti anni il primo film non d’azione e non legato a un franchise che interpreti, mi chiedo come si inserisca nel tuo percorso.

Tom Cruise: È il culmine di tutte le mie capacità. Non avevo mai fatto nulla di simile. Ogni progetto che ho affrontato è stato scelto in modo attento, sempre legato a precise sfide e obiettivi personali. Sono felice di avere avuto la possibilità di interpretare un personaggio del genere. È il ruolo più impegnativo di sempre.

Davvero?

TC: Oddio, non c’è paragone. Non c’è paragone.

Penso al tuo ruolo in Eyes Wide Shut, a quello in Magnolia e ad alcune delle cose che hai fatto nei panni di Ethan Hunt nei film di Mission: Impossible.

TC: Senti, li ho amati. Ognuno di quei ruoli è stato una sfida. Ma questo è stato il culmine, se guardi i tempi, il ritmo, il linguaggio. Ci sono livelli su livelli di abilità per l’interpretazione di un personaggio così complesso. E ciò che lui [indica Alejandro G. Iñárritu] riesce a fare è davvero accurato. Ricordo di aver pensato quando ho visto Amores Perros: «Cavolo, guarda cosa ha fatto questo tizio». Sembra di avere la camera a mano e di entrare in quei luoghi. I colori, le scenografie, le inquadrature, è tutto studiato nei minimi dettagli eppure sembra spontaneo, naturale. La potenza è quella di una martello. Ti viene da dire: «Oddio, guarda che gioiello».

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T-shirt vintage Kincaid Archive. Jeans Wrangler.

Alejandro, Tom ha parlato molto del suo affetto per Amores Perros e dei tuoi lavori successivi. Sono curioso di sapere cosa vedi in Tom, come attore e interprete.

Alejandro G. Iñárritu: Un attore è una cattedrale. È un intero tempio di possibilità. Poi, c’è quel bagaglio emotivo che credo sia insito in ogni essere umano per natura, al di là delle competenze, della formazione, della storia e del talento. Quando guardo negli occhi una persona, un attore o un’attrice, riesco a riconoscerlo. Riesco a vedere la profondità attraverso quelle finestre e a percepire fino a dove può spingersi. So quanto sia vasto quel panorama. A volte è infinito. Se guardi negli occhi di Tom, puoi attraversare anche l’inferno, cazzo. Voglio dire, sono panorami su panorami su panorami. Percepisco chiaramente la consapevolezza che lui ha di tutto ciò. Si vede.

Tom, da dove pensi che venga tutto questo?

TC: Non lo so, sei un ragazzino e hai un sogno. Immagino di essere sempre stato precoce, guardavo le persone e osservavo le loro vite nei film. E poi mi spostavo continuamente. Così ho conosciuto culture diverse, anche solo all’interno degli Stati Uniti e del Canada, dove ho vissuto. Osservavo la gente, come reagiva e perché lo faceva in un determinato modo. Mi chiedevo quali fossero le cose che accomunano gli esseri umani. Erano domande che mi ponevo fin da piccolissimo. Avevo un sogno [fare film], ma non ho frequentato una scuola di cinema, o di recitazione e all’improvviso, a 18 anni, quel sogno ha iniziato a diventare realtà. Con il tempo ho capito che, dentro di me, avevo il mio piano segreto. Da bambino avevo imparato che i sogni non vanno rivelati a nessuno.

È una cosa straziante da dire.

TC: Ma ho parlato con molte persone che mi dicevano: «A volte bisogna tenere le cose per sé». E quei sogni io li scrivevo su una lavagna e li appendevo alla parete. Non era: Voglio diventare famoso. Certo, desideravo fare film, ma volevo viaggiare per il mondo, conoscere le persone e la vita. Sennò come fai a capire cosa funziona e cosa no? Così, ho iniziato a studiare. Sul set osservavo ogni singolo reparto. Avevo un sogno, e non sapevo che esistessero delle barriere, delle cose che non si dovrebbero fare sui set cinematografici. Quando ho fatto Taps – Squilli di rivolta, sono andato in città e mi sono rasato la testa senza avvertire il regista, perché lui mi aveva detto: «Crea il personaggio». Mi sono presentato sul set, ho tolto il cappello e il regista Harold Becker mi ha guardato e ha detto: «Che cosa hai fatto? Dovevi dirlo al regista». E io: «Oh, scusi». Tutto era: Sì, signore. No, signore. Sì, signora. No, signora.

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Giacca Dunhill. Camicia personale Tom Ford.

È il tuo background. Hai traslocato spesso, frequentando 15 scuole in 16 anni, o qualcosa del genere.

TC:Mia madre era del Kentucky, una persona profondamente rispettosa degli altri. Mi piace aiutare le persone. Provo soddisfazione nel vederle fare bene nella vita. Il mio obiettivo segreto è sempre stato quello di fare qualcosa di meglio. Vivevamo in case in affitto. Quindi, era sempre così, volevo assicurarmi che la stanza fosse più bella. L’aula o qualunque cosa fosse. Ho sempre avuto un pensiero: migliorare le cose e me stesso, ma non a scapito degli altri. Ho sempre cercato di ottenere il massimo della creazione con il minimo della distruzione.

Stavo riflettendo, Tom, mentre preparavo l’intervista, sull’esistenza di una generazione di spettatori, quella più giovane, che potrebbe conoscerti solo come star dei film d’azione, il che…

TC: Sorprendentemente non è così. Quando vai a una prima, ci sono tre o quattro generazioni di persone presenti. Grazie a piattaforme come Netflix il pubblico può scoprire e assaporare film molto diversi tra loro. Abbiamo imparato come un catalogo possa viaggiare nel mondo, continuando a essere scoperto da nuovi spettatori.

C’è stato un periodo in cui sembrava che la tua idea di carriera fosse quella di cercare gli Iñárritu della tua generazione – Steven Spielberg, Paul Thomas Anderson e Michael Mann, Stanley Kubrick – e lavorare con loro. Poi sembrava che avessi iniziato a pensare alla tua carriera cinematografica in modo diverso.

TC: Non è mai stato così. È sempre un’evoluzione. Per me è una sfida costante, un passo dopo l’altro. E molte cose di cui non ho mai parlato, tipo cosa ho fatto, perché l’ho fatto e cosa volevo esplorare, sono scelte. Sto esplorando le mie capacità, imparando cose nuove, spingendomi sempre oltre. Alla fine, si tratta di storie, di personaggi. Di domandarsi: come si fa a realizzare un sequel di Top Gun? È una sfida in sé. Sono questi gli argomenti che mi hanno sempre affascinato. Non mi interessa parlare di me stesso, credimi.

Ho una brutta notizia per te.

TC: Lo so, lo so, lo so. [Ride.] Mi interessa più ascoltare te che sentirmi parlare.

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Giacca Dries Van Noten. Camicia Giorgio Armani. Jeans Wrangler. Pochette di proprietà dello stylist.

Tom, l’anno scorso ho trascorso del tempo con Christopher McQuarrie, regista di Mission: Impossible, tuo amico e collaboratore di lunga data. Uno degli argomenti di cui abbiamo parlato riguardava la natura estrema delle tue acrobazie, ti sei lanciato in moto dal bordo di una scogliera prima di aprire il paracadute, ti sei appeso alle fiancate di aerei in volo, hai affrontato rischi che pochi attori prenderebbero in considerazione. La mia domanda è semplice: hai paura della morte?

TC: Guarda, puoi guardare la mia vita e dire che mi piace stare sull’orlo di una scogliera, sia fisicamente sia metaforicamente. Ho sempre visto la vita come un’avventura, fin da quando ero ragazzo. Voglio capire le persone, le culture e i modi di vivere. Mi chiedo continuamente: chi sono? Cosa provano? Ridono delle stesse cose? Come posso entrare in sintonia con loro? E non mi andava di essere un turista. Volevo andare nei luoghi, viverli, farci dei film. Perché quando crei qualcosa insieme a qualcuno, lo conosci davvero. Ognuno ha una realtà soggettiva diversa, un modo unico di percepire l’esistenza. Esiste, però, un terreno comune nell’umanità, ed è proprio quello che cerco.

Ti ho chiesto se temi la morte. Nei film della serie Mission una parte dell’emozione nasce proprio da quella domanda silenziosa: «Se la caverà?»

TC: Ma è proprio questo il punto: come usiamo questi strumenti per creare un effetto emotivo sul pubblico. Stiamo comunicando ciò che vogliamo comunicare? Temo la morte? No, non la temo. Non significa che non provi paura. Non mi preoccupo di provare quella sensazione. Ho capito che la vita è fatta di certezze e incertezze. E sia nel fare film sia nel vivere, ciò che mi interessa è una cosa, spostare le incertezze un po’ più verso le certezze, ma allo stesso tempo creare nuove incertezze, così da continuare a muovermi, a crescere, a far parte dell’avventura.

Da dove pensi che nasca l’impulso a cercare sempre il precipizio? Hai una teoria in merito?

TC: È semplicemente la mia natura. Questa è la mia teoria.

Hai mai paura, sullo schermo o nella vita reale?

TC: Ci sono momenti in cui vuoi proprio provare quella sensazione. Vuoi sentire l’incertezza. Ma non ho paura di avere paura. Non saprei dirlo in altro modo. Non mi spaventa dire: «Ok, so che è un salto nel vuoto, ma facciamolo. Andiamo». Cerco di riconoscere ciò che non conosco, senza fingere di sapere né ciò che so né ciò che non so. Ecco come la vedo. Tu hai paura della morte? Hai paura di avere paura?

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Camicia personale Tom Ford. Jeans vintage Levi’s, da Raggedy Threads. Occhiali da sole Jacques Marie Mage.

Ho paura della morte? Credo di sì. Sì. Se dovessi lanciarmi con la moto da un precipizio, avrei paura.

TC: Guarda, so che non è una cosa per tutti. E non credo debba esserlo.

Parlare con qualcuno e avventurarsi in una conversazione che non so dove porterà, è per me la situazione più simile a trovarsi sull’orlo di un precipizio. Avverto una scarica di adrenalina che a me piace. Il pericolo fisico, quello in cui potresti davvero morire, non credo che faccia per me.

TC: Sai una cosa? Ognuno ha le proprie paure, le sue prove da affrontare. Ognuno ha qualcosa che lo spaventa.

AGI: Ricordo quando ho visto i making-of di Mission: Impossible, Tom, mentre facevi quelle acrobazie folli, e ho scorto Chris McQuarrie con un’espressione da infarto imminente. Mi sono identificato con te mentre parlavi, Zach, perché in Digger abbiamo vissuto una situazione simile nel girare una scena. Lui non rischiava la vita, certo, ma la coreografia era complessa. I pittori hanno i loro dipinti, i musicisti le loro composizioni, nel cinema, invece, c’è tutto: architettura, spazio, luce, dialoghi, recitazione, movimenti. È un sistema solare dove Tom è il sole, se sbaglia lui, tutto crolla. Attorno c’erano Sandra Hüller, Jesse Plemons, Riz Ahmed e trecento comparse, ognuno con la sua parte. Avevamo da girare una scena lunghissima, preparata per mesi con un sacco di idee, dialoghi, ritmo, tono ironico, tensione. Ogni secondo contava. E tu sei su quella maledetta gru, e basta una fottuta parola fuori posto, un’esitazione o un microerrore, per rovinare tutto. Poi, Tom torna e io gli do sette indicazioni. Mi guardava proprio con questa espressione. [Imita un TC super intenso.] I suoi occhi sembrano scattare foto. Clic-clic-clic. Finché ha detto: «Sì, ho capito». «Sei sicuro?». «Ho capito». «Telecamera pronta!» «Azione!». E io ero come quel cazzo di Chris McQuarrie, morivo dalla paura pensando: Per favore, non mandare tutto a puttane. E mentre lui azzeccava ogni nota, io continuavo a chiedermi: «Come diavolo fa questo tizio a capire la fisicità, le pause, l’urlo, l’aggressività, la vulnerabilità, la danza con la telecamera? Come fa a conoscere ogni singolo dettaglio?».

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T-shirt vintage Kincaid Archive.

Il primo trailer pubblicato per Digger era un montaggio di due minuti e mezzo sulla tua carriera cinematografica, Tom, con alcune immagini del nuovo film alla fine. Mi sono chiesto: quando guardi quel montaggio delle tue interpretazioni passate, cosa ti passa per la testa?

TC: Penso alla gioia che mi dona il potere della creatività, alle persone con cui ho lavorato, ai momenti straordinari vissuti insieme, alle meravigliose sfide superate, al fatto di avere la possibilità di realizzare film e di averlo sognato fin da bambino. Ricordo tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di ogni impresa. Provo un profondo senso di gratitudine. Mi tornano in mente i singoli momenti trascorsi a lavorare ai vari progetti e l’evoluzione che hanno avuto. Sono queste le cose a cui penso. Quanto a Digger, finalmente, dopo 25 anni, ho avuto la fortuna di lavorare con Iñárritu e mi rendo conto di come tutto mi abbia condotto a questo.

In parte avete girato Digger ai Pinewood Studios vicino a Londra, giusto? Tom, tu hai girato Legend e Eyes Wide Shut lì.

TC: Mission, il primo film che abbia mai prodotto. E Intervista col vampiro.

Allora, cos’hai provato a tornare nel posto dove hai girato quei film?

TC: È stato bellissimo. Lo adoro. È casa mia. Per me, casa è un set cinematografico. La gente mi chiede: «Dove vivi?». E io rispondo: «Sui set cinematografici. E in giro per il pianeta. Sono un cittadino del mondo, un cittadino dell’umanità».

In altre parole, hai rivisto a Pinewood la versione più giovane di te stesso? Un po’ come se, girando l’angolo, ti fossi trovato davanti al fantasma dei tuoi anni giovanili?

AGI: Quando ho incontrato Tom a Londra, proprio mentre stavamo finalizzando l’accordo per Pinewood, gli ho detto: «Gireremo a Pinewood». «Oh», ha reagito lui, «ho già girato lì». Io: «Davvero?» Lui: «Sì, 40 anni fa abbiamo dato fuoco a quel set».

A pranzo, durante le riprese di Legend di Ridley Scott.

AGI: «L’abbiamo bruciato». Ma come diavolo fa qualcuno a dirmi: «Quarant’anni fa abbiamo bruciato un set»? Ho commentato: «Beh, spero che questa volta saremo più fortunati».

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T-shirt vintage Raggedy Threads. Jeans vintage Levi’s, da Raggedy Threads. Cappelli (in tutto il servizio) Nick Fouquet.

È stato un film facile da realizzare? Potrebbe sembrare una domanda ingenua.

TC: Il punto è che non esiste un film facile da realizzare. Va chiarito bene. Se ci tieni davvero a qualcosa, non scegli la strada semplice. È stato piacevole? Ogni singolo minuto. Per me lo è stato. Ma non significa che non ci siano stati momenti di sconforto e difficoltà. Se cerchi una strada facile, non è questa. E non ho mai voluto che la mia vita fosse così. La vita è un’avventura. Te l’ho detto, voglio stare sul bordo del precipizio e guardare giù, sia fisicamente sia metaforicamente. Ed è lì che vive lui [indica Iñárritu]. Come puoi vedere, ti immerge in un mondo cinematografico pulsante che sembra emotivamente autentico. Il film è davvero divertente. L’umorismo è fantastico, ma non esiste una commedia che vada bene per tutti. Ogni commedia richiede capacità diverse. C’è un elemento comico diverso in Risky Business - Fuori i vecchi... i figli ballano rispetto a Rain Man – L’uomo della pioggia, un altro ancora nel personaggio di Les Grossman rispetto a questi…

Edge of Tomorrow è molto divertente.

TC: Ma non è la stessa cosa. La gente alla fine guarda il film, e non parlo mai di questo, ma devi trovare il linguaggio più adatto allo specifico della storia e devi sognare e puntare a qualcosa.

Alejandro, voglio farti una domanda che forse è un po’ stupida. Ritieni di essere un autore di commedie?

AGI: Credo di sì. Adoro la nostra assurdità come esseri umani e rido molto. La gente pensa che io sia un tipo serio. Non lo sono affatto. Penso solo che, ovviamente, la fonte della commedia più grande, bella e straordinaria sia la tragedia. Come si dice? La commedia è tragedia più tempo. Quando osservi la follia umana, capisci che siamo scimmie imprevedibili, dotate di organi affilati che ci penzolano dalla bocca, chiamati lingue. E con il bla-bla-bla, cambiamo la fottuta storia ogni volta. Cerchiamo di capire chi siamo, di diventare ciò che vorremmo essere, e nel frattempo litighiamo continuamente. È esilarante. Ma, Zach, c’è qualcosa di speciale che voglio dire su questo film, qualcosa che lo distingue da tutto quanto ho fatto finora. Fin dal mio primo lavoro ho avuto la fortuna di lavorare quasi sempre su materiali originali. L’unico film tratto da un romanzo è stato…

Revenant

AGI: Esatto. Tutto il resto parte da un’idea originale. Quando lavori su materiale originale, è una strada aperta e nuova. Credo sia un dovere dell’artista provare a fare cose che non sono state fatte, o che non hanno funzionato in passato. È, come dice Tom, un’avventura. Per me il cinema è uno spazio in cui posso esplorare e certamente anche fallire. Non voglio fare qualcosa che assomigli a una ricetta. Non mi interessa. Faccio altre cose di quel tipo, ma non i film. E penso che questo film sia un lavoro particolarmente originale. Può piacere o no, ma resta un’opera straordinaria proprio perché è unica, perché non assomiglia a nient’altro.

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Cappotto Tom Ford. Camicia Dolce & Gabbana.

Alejandro, in gran parte del tuo lavoro, in particolare in Bardo e Birdman, ma non solo, si percepisce una tensione costante tra il tuo desiderio di realizzare opere profondamente originali e le esigenze commerciali che derivano dall’essere un artista dentro il sistema hollywoodiano. A volte affronti questo tema in modo esplicito, altre volte lo lasci scorrere in filigrana. Tom, invece, è uno degli attori di maggior successo commerciale che la Terra abbia mai visto. Allora mi chiedo: dove vi incontrate?

TC: Quello che devi capire, e forse non sai, è quanti film la gente non voleva girare. Ogni film che ho realizzato è stato uno studio su una domanda: come racconto questa storia? Che cos’è questa commedia? Cos’è, in genere, la commedia? Cos’è il dramma? Come faccio, senza ricorrere a soluzioni preconfezionate, a costruire i personaggi all’interno di uno specifico contesto? Come faccio a prendere Nato il 4 luglio, un film che non volevano realizzare, Rain Man, un film che non volevano realizzare, e farli arrivare al mondo? Hai trasformato Mission da una serie TV a un lungometraggio e all’epoca la reazione era: “Ma che stai facendo?”. E io mi sfidavo chiedendomi: “Ce la posso fare? Che capacità sono necessarie per produrre? Come faccio a mettere insieme tutti questi elementi? Cos’è il tono? Come si crea…?”. Il punto, però, è un altro: ho sempre pensato che se avessi avuto l’occasione di farlo e il risultato fosse stato positivo, avrei potuto prendere tutte le mie risorse e rimetterle in gioco, dicendo: “Voglio rimettere tutto in gioco nel modo più creativo possibile”.

Mi capita di sentire persone, e a volte quella persona sono io stesso, riferirsi a te, Tom, come all’ultima star del cinema. Ma ho l’impressione che tu non sia d’accordo.

TC: Senti, prima di tutto devo dire che ci sono attori davvero di talento. Capisci cosa intendo? Brad Pitt è un grande attore, un’autentica star, con un carisma enorme. E ce ne sono molti, molti, molti altri. Da ragazzino mi trovavo sul set con i maestri del mestiere e quello che mi trasmettevano non era solo ciò che sapevano in quel momento, nel 1981, era il patrimonio di generazioni di cineasti prima di loro. Nel cinema la conoscenza passa di mano in mano, si eredita e si rinnova. Così, mentre lavori, assorbi quanto gli altri hanno imparato, lo trasformi e alla fine lo fai tuo.

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Camicia vintage Sumshitifound. Jeans Wrangler.

Hai fatto da mentore a molti attori più giovani. Glen Powell ha raccontato di avere guardato un tuo video didattico di sei ore sulla recitazione cinematografica. È vero?

TC: Era solo una raccolta di nozioni di base. Un modo per aiutare gli attori a capire l’importanza delle lenti, che cosa sia davvero un’inquadratura e come leggerla. È lo stesso principio che vale per il palcoscenico, conoscere da dove nasce il cinema, cosa significa una scelta visiva, come interpretarla. Ci sono diversi livelli di narrazione, di struttura, di costruzione. Soprattutto, devi capire certe cose per potertene poi liberare.

Cos’altro dici ai giovani e alle persone del tuo settore quando ti chiedono consigli?

Prima di tutto ascolto. Voglio sapere cosa desiderano. Non si tratta di me. Mi interessa di più capire quali siano i loro obiettivi, cosa cercano veramente. E non mi riferisco solo ai giovani. È quello che facevo anch’io da ragazzo. Chiedo sempre: “Cosa ti interessa?”.

Davvero?

TC: Sì. “Di cosa parla questo film?” “Che cos’è questo?”.

Quando eri un ragazzino, come reagivano le persone?

TC: Beh, sì, spesso dicevano: “Cosa?” [Ride.] Ma ero curioso. Ero il nuovo arrivato, e credo che la mia prima reazione fosse sempre fare una domanda: “Cosa fai? Da dove vieni? Dove hai preso quelle scarpe? Cosa studi? Che succede?”. Ero un ragazzino che guardava fuori dalla finestra. Gli insegnanti mi chiedevano: “Che succede?” Ma io volevo prima capire cosa volessero sapere loro, che cosa li interessasse. E poi finivo per interessarmi a cosa interessava loro. Quando lavoro con persone diverse, mi chiedo sempre che visione abbiano della vita. Da lì capisco come parlare con loro di ciò che significa, per me, fare cinema. Dico spesso: “Ascolta. Cerca di capire prima di agire. Non limitarti a lavorare con qualcuno, chiediti chi è, cosa rappresenta, che cosa sta cercando di fare”.

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Abito personale Giorgio Armani. Papillon personale.

Una cosa che hai imparato presto.

TC: Ho dovuto impararla presto. Ho frequentato tante scuole diverse, un’esperienza che mi ha insegnato molto sul comportamento umano, sulla vita. È un percorso. Per me i film sono soprattutto una cosa: umanità. Non ho nulla contro la TV via cavo, la televisione tradizionale o Netflix. Penso che siano fantastici. Creano posti di lavoro e opportunità. Ma ciò che amo del cinema è il ritrovarsi tutti insieme in una sala a condividere un’esperienza. Dico: “Comprendi gli strumenti, poi vai a creare ciò che vuoi creare”. Quando lavoro con le persone, non ho paura di sembrare sciocco mentre recito. Non è quello il punto. Si tratta di trovare il nostro tono, di scoprire insieme gli strumenti e di vivere un’esperienza, Zach. E guarda, io lavoro sodo, e chi lavora con me lo sa. Mi aspetto molto e lo dico chiaramente. È come dire: “Le voci sono vere. È questo che vuoi?”.

Lo dici davvero?

TC: Sì! [Ride.] È così. Gli dico: “Fidati, le voci sono vere. Sarò qui prima di te. Che tipo di esperienza vuoi?” E sono molto disponibile. Non è che non abbiamo un piano: abbiamo copioni, strategie e le mettiamo in pratica. Ma sento anche quel senso di responsabilità verso... immagino, verso tutti. Anche quando ero bambino, mi dicevano: “Oh, dai, Tom. Sei così intenso”. E io rispondevo: “Non so che dirti. Sono intenso”. [Ride.] L’ho sempre presa con ironia, ma è la verità: quando qualcosa mi interessa, voglio impararla. Voglio capirla. Voglio superare la confusione e sviluppare quella capacità.

Hai accennato alla tua intensità nel lavoro. Penso che la gente si chieda cosa fai in un martedì qualsiasi quando non sei sul set di un film.

TC: Mi preparo per il prossimo progetto. Studio sempre qualcosa. Imparo sempre qualcosa, sempre. Un film non comincia quando si gira e ci si trova sul set. A volte richiede anni di preparazione. Iñárritu ha impiegato dieci anni a preparare questo film. Io e lui ne parlavamo già dal 2018, 2019.

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Giacca e pantaloni Gucci. Camicia Stock Vintage.

Ok. Com’è il tuo rapporto con il telefono?

TC: Lo tengo il più lontano possibile da me. A volte devo usarlo, certo, ma cerco di dedicargli il tempo strettamente necessario. La mia troupe e le persone che mi circondano lo sanno: “Non mandatemi un’e-mail piena di dettagli. Venite a parlarmi”. Mi piace parlare con le persone.

Ti chiedo cose che credo corrispondano, in fondo, alla curiosità del pubblico. Qual è il malinteso più grande che circola su di te?

TC: Non lo so. Davvero. Non ne ho idea. Non passo il tempo a pensarci, non l’ho mai fatto. Guardo avanti. Per me contano il presente e il futuro.

Non ti guardi mai indietro?

TC: Lo faccio, sì, ma solo per capire come migliorare. Mi chiedo: “Cosa ha funzionato? Cosa no?” E riesco a guardare al passato con gioia. Studio la storia, osservo ciò che ha funzionato. Ora stiamo tornando a guardare con una prospettiva più classica e ci chiediamo: come otteniamo quello sguardo, come lo realizziamo oggi e verso dove ci stiamo muovendo? Non vivo nel passato, capisci? Non ci rimango incastrato. C’è la gioia di creare qualcosa, di vedere un risultato, e poi c’è un nuovo sogno, uno più grande. È questo che mi ha sempre mosso.

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Camicia personale Tom Ford. Jeans Wrangler. Occhiali da sole (in mano) Jacques Marie Mage.

Stavo riflettendo, Tom, sul fatto che è da molto tempo che non ti siedi per parlare in un contesto come questo.

TC: No. Sono stato molto impegnato. Quando il pubblico guarda un film, vuole che sembri tutto semplice e naturale. Dietro, però, c’è un enorme lavoro, e cose che gli altri artisti devono sapere. La gente mi chiede: “Cosa fai?”. Se guardi alla mia carriera, non è un caso essermi trovato a Praga proprio quando ci sono andato, o in Cina, o a Dubai, o ovunque mi sia recato. In Inghilterra, quando ci sono andato per girare Legend con Ridley Scott. Vedevo quelle porte aprirsi e pensavo: “Ecco un’opportunità”. Mi interrogavo su ciò che dovevo imparare e lo affrontavo con una cura quasi maniacale. Valutavo e osservavo tutto con estrema attenzione, riconoscendo che non esiste un unico modo di fare le cose. Mi nutrivo dei punti di vista degli altri: la loro vita e il loro modo di raccontare Nel pensare a quel periodo, provo sincera gratitudine per tutto il tempo trascorso con persone che hanno condiviso la loro esperienza con me. Posso contemplare quel percorso e dire: “Ok, questo è ciò che significa recitare: attraversare storie, assorbire prospettive, trasformare le cose che vedo in qualcosa in grado di toccare gli altri”.

In sostanza, stai dicendo che non ti sei mai seduto a un tavolo per un’intervista perché non vuoi svelare il segreto di come vengono realizzati i film?

TC: Semplicemente non ne ho avuto il tempo. La mole di progetti che ho avviato e deciso di portare avanti mi ha tenuto in movimento continuo. Riflettendo su ciò che aveva funzionato, ho scelto di puntare sulla competenza, di imparare qualcosa e riconoscere il punto preciso su cui focalizzarmi. Perché sono un insegnante e uno studente. Devo trasmettere alle persone cosa significa fare cinema, e allo stesso tempo ascoltare ciò che pensano.

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Giacca Saint Laurent by Anthony Vaccarello. T-shirt vintage Raggedy Threads. Pantaloni Gucci.

Ti vedo qua e cerco di capire a cosa dobbiamo l’onore che tu abbia rallentato il ritmo per parlare con me? Non sto cercando di strappare un complimento.

TC: No, ascolta, è molto carino da parte tua. La verità è che il COVID ci ha portato via un’enorme quantità di tempo ed energie. Eravamo dentro una corsa continua, a un ritmo altissimo, cercando di tenere insieme tutto, i set, le persone, i progetti… Volevamo che tutti riuscissero ad andare avanti, a superare quel periodo e a lavorare comunque a un livello molto alto. E adesso, finalmente, è il momento giusto per parlarne.

Hai compiuto 64 anni la settimana scorsa. Significa qualcosa per te?

TC: Significa che ho 64 anni.

C’è qualcosa che, nel tempo, ha cambiato il modo in cui pensi alla recitazione?

TC: Zach! È proprio così: no! [Ride] Zach dice sempre: “Cambia qualcosa?” E io gli rispondo: “Amico, non cambia nulla.” Quello che fa la differenza, per me, è vedere le persone fare bene.

Mi hai appena fatto sentire come uno che non capisce niente. Questa cosa mi perseguiterà per sempre.

TC: No, no, no, amico, scusa. Il punto è un altro. Io vivo la mia vita inseguendo sogni che ho da sempre. Ma so anche che per realizzarli serve impegno, bisogna capire la vita, acquisire competenze, continuare a imparare. È un processo costante.

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Giacca Dries Van Noten. Camicia Giorgio Armani.

Il motivo per cui te lo chiedevo è che una volta ho sentito George Clooney dire di aver raggiunto un punto in cui ha iniziato a vedere la recitazione sullo schermo in modo diverso. Ricordava di aver sentito Cary Grant dire qualcosa del tipo: “Sapevo di non poter più essere il ragazzo che bacia la ragazza”. Era un ruolo diverso sullo schermo quello che cercava. E mi domandavo se tu avessi avuto pensieri simili.

TC: Io vedo la vita in modo diverso. La vedo attraverso le storie. Non la guardo come un percorso che cambia in base all’età o al ruolo. La vedo come un insieme di possibilità. Vedo il futuro, vedo ciò che può nascere. Ci sono tantissime cose che mi piacciono, mi divertono e mi interessano. Ecco, è così che guardo la vita.

L’anno scorso, dopo avere ricevuto un Oscar alla carriera ai Governors Awards, hai pronunciato una frase del tipo: «Farò tutto ciò che è in mio potere per questa forma d’arte».

TC: È vero, la adoro. Adoro il cinema. È una forma d'arte da non dare mai per scontata. Mi è capitato di trovarmi in compagnia di persone pronte a dire: «Sei nel film. Avrà successo». In quei casi rispondo: «È un tipo di ragionamento da non fare mai». Qualcuno replica: «Beh, è il tuo film». Allora spiego: «No, no, no. Questo è il nostro film, amico. Non è mio. È nostro». Voglio che sia un’esperienza indimenticabile per tutti noi e la più bella possibile.

Quando dici queste cose, ti capiscono? Ritieni che la gente comprenda il tuo punto di vista?

TC: Sono una persona estremamente determinata, Zach. Non so come spiegarlo. La vita io la affronto a testa alta. Lei mi viene incontro e io le corro incontro a testa alta. Non sono uno che fa le cose a metà. Proprio no. E non voglio sentirmi dire: «Hai raggiunto l’apice». C’è sempre un nuovo sogno. Mi hai chiesto cosa provo ad avere 64 anni. Ti rispondo che c’è ancora tanta vita da vivere e c’è sempre un altro sogno. Penso che una persona che non ha sogni abbia deciso di non vivere.

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Giacca Brioni. Camicia Dolce & Gabbana. Jeans Wrangler.

Ho una domanda sul personaggio di Digger, Alejandro. Ti considero un esperto di uomini difficili. Tom, tu hai interpretato figure complesse in passato, ma negli ultimi anni hai dato vita a personaggi quasi immortali, uomini che, in un modo o nell’altro, non riescono a morire. Maverick, Ethan Hunt, il protagonista di Edge, che letteralmente non riesce a morire per sempre. Com’è stato per te calarti nei panni di un uomo così imperfetto, moralmente contorto, un tipo di personaggio in cui Alejandro è un vero specialista?

TC: So che vuoi inserirlo in una categoria, in uno schema. Ma non è così che vedo la vita, o l’arte. Ogni nuovo progetto è esaltante. E interpretare questo personaggio, soprattutto immergermi nel mondo che abbiamo costruito e nell’approccio al cinema che abbiamo scelto, è stato fantastico. Mi piace riportare le cose alla loro semplicità, senza generalizzazioni. Perciò, quando guardo a Digger, penso che sia stato divertente, emozionante. Mi chiedevo: “Come arriveremo a costruire un personaggio così?” Poi, lavorando, inizi semplicemente a scoprire cose, dettagli, intuizioni, direzioni che non avevi previsto.

AGI: Quello che posso dirti, Zach, è che mi sembra un lavoro divertente. È una commedia nera, se vuoi. Ho sempre pensato che la commedia sia una cosa molto seria e richieda una costruzione meticolosa. La sfida più difficile, per me, è creare quella leggerezza con un’anima che sia onesta, veritiera, profonda e chiaramente radicata nella realtà. Il film affronta molti temi, questioni divertenti e contraddittorie, e per farle arrivare allo spettatore servono dialoghi precisi, un ritmo serrato, una velocità che coinvolga tutti gli attori. È come un balletto, una musica. È jazz. I dialoghi hanno il passo di Howard Hawks, perciò devi essere consapevole del corpo, dell’accento, del modo in cui usi le parole, dei silenzi, delle pause, dell’intenzione.

TC: Quando parliamo di Howard Hawks, tu e io sappiamo bene che la gente tende a dire: “Basta recitare i dialoghi in fretta”. Ma dietro c’è una stratificazione di intenzioni da comprendere e poi lasciare andare, fino a raggiungere il livello di maestria necessario. E in quella precisione c’è anche libertà. È un lavoro incredibilmente meticoloso.

Il film arriva in un momento particolarmente instabile per Hollywood. Alejandro, in passato hai criticato il modo in cui l’industria si è affidata a proprietà intellettuali e personaggi già esistenti. Ora state per lanciare un grande prodotto originale. Sei nervoso? Sei ottimista? Come ti senti?

TC: Attenzione, Hollywood ha sempre attraversato alti e bassi. Se studi la sua storia, trovi periodi di boom, di crisi, perfino di bancarotta. Io sono entusiasta. Davvero entusiasta della direzione in cui sta andando il cinema.

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Davvero?

TC: Basta guardare quante persone continuano ad andare al cinema, cosa cercano e desiderano.

AGI: A essere sincero, non vedo l’ora di vedere come reagirà il pubblico. Ripeto, non si può mai sapere. Di certo, so che ci abbiamo messo tutta la nostra energia. Mi ci sono voluti venticinque anni per acquisire le competenze necessarie o ciò di cui avevo bisogno per dirigere un film del genere. Dieci anni fa non avrei potuto farlo. Quindi, ci ho messo tutto. Non so se sia molto o poco, ma è tutto il possibile.

TC: Ci abbiamo messo tutto. Qualunque cosa tu possa immaginare è tutta lì. Abbiamo dato proprio tutto, amico. È tutto ciò che avevo.


CREDITI DI PRODUZIONE:

Foto di Mario Sorrenti
Styling di George Cortina
Hair styling di Jennifer Harling
Skincare di Bruce Grayson per GMS Medicosmetics
Tailoring di Susanna Badalyan
Set design di Philipp Haemmerie
Prodotto da North Six