Test per infermieri, a Napoli record di candidati: «Crescono i bisogni»

Torna a crescere l’interesse dei giovani per la professione infermieristica e il segnale più forte arriva dalla Federico II. A Napoli le domande per partecipare al test di ammissione sono passate dalle 621 dello scorso anno a 1.013: 392 in più, pari a un incremento del 63,1 per cento ma in significativa crescita anche le adesioni negli altri Atenei campani, alla Vanvitelli ed a Salerno. Alla Federico II a fronte di 510 posti disponibili le candidature sono quasi il doppio: 1,99 per ogni posto dunque con 503 aspiranti oltre la capacità formativa programmata dall’Ateneo. Un’inversione di tendenza significativa dopo anni di progressiva perdita di attrattività del corso di laurea. «Un segnale incoraggiante – sottolinea Teresa Rea, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Napoli e docente della Federico II – una conferma del costante interesse dei giovani napoletani verso una professione essenziale, qualificata e ricca di opportunità, soprattutto alla luce della revisione del percorso formativo».

L’orientamento

Un risultato che premia anche il lavoro di orientamento. «Come Ordine – continua Rea – continueremo a collaborare con Scuole e Università per far conoscere il valore dell’assistenza infermieristica e accompagnare le nuove generazioni in una scelta consapevole». Il dato positivo non risolve, tuttavia, l’emergenza degli organici di Asl e ospedali: i candidati che supereranno il test del 16 settembre potranno entrare nel sistema sanitario solo al termine dei tre anni di studio. La Campania, invece, ha bisogno di infermieri subito: negli ospedali, nei pronto soccorso, nell’assistenza domiciliare e soprattutto nella nuova rete territoriale finanziata dal Pnrr. Il programma assegna alla regione 172 Case della comunità e 48 Ospedali di comunità, oltre alle Centrali operative territoriali.Ma completare gli edifici non basta: la vera sfida è dotarli di personale stabile. L’infermiere di famiglia e di comunità è chiamato a seguire anziani, malati cronici e persone non autosufficienti, controllare l’aderenza alle terapie, intercettare le riacutizzazioni e raccordare medici di famiglia, specialisti, assistenza domiciliare e servizi sociali.

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Negli Ospedali di comunità, destinati ai ricoveri a bassa intensità clinica, l’assistenza è prevalentemente infermieristica. Il problema è ancora più evidente nelle aree interne dell’Irpinia, del Sannio, del Cilento, del Matese e dell’Alto Casertano dove in alcuni casi le graduatorie sono state aesurite con tante rinunce e si è passati ai contratti libero professionali molto onerosi e non stabili. In questi territori alla carenza di organici si aggiungono distanze, collegamenti difficili, dispersione della popolazione e invecchiamento degli abitanti. Sono proprio i territori nei quali Case e Ospedali di comunità potrebbero fare la differenza, ridurre ricoveri impropri e viaggi verso i grandi centri. Ma sono anche le aree meno attrattive per i professionisti.

Le aree disagiate

Per popolare la nuova rete servono concorsi rapidi, contratti stabili e incentivi per chi sceglie le sedi disagiate. Retribuzioni, alloggi, trasporti, formazione e percorsi di carriera possono fare la differenza come per i medici per evitare che i giovani laureati si spostino verso altre regioni o all’estero. La riforma territoriale, inoltre, non riguarda soltanto gli infermieri. Le Case della comunità devono diventare il luogo di integrazione con le altre 18 professioni sanitarie (tecnici di radiologia e laboratorio, professionisti della riabilitazione, della prevenzione e dell’area tecnico-assistenziale. «La presa in carico di anziani e cronici richiede équipe multiprofessionali, non la semplice somma di prestazioni isolate» commenta Franco Ascolese presidente dell'Ordine interprovinciale. La ripresa delle candidature degli infermieri interessa intanto tutta Italia. Nel 2026 sono state presentate 21.907 domande per 20.672 posti, contro le 18.836 richieste per 20.409 posti del 2025.