Tentato omicidio in centro, il giudice: «Il 18enne resta in carcere perché può accoltellare ancora: ha colpito incurante di essere in piazza dei Signori in mezzo alla gente»
TREVISO - «Sì, sono stato io. Abbiamo discusso e l'ho accoltellato. Ho ricordi confusi, anche perché ero sotto psicofarmaci. Ci conoscevamo di vista. C'è stato uno scambio di sguardi e di battute. Poi l'ho colpito. Non ricordo bene quegli attimi ma quando ho visto che la mia ragazza era finita a terra non ci ho più visto e, in preda alla rabbia, ho tirato fuori il coltello». Ascoltato ieri, in carcere, davanti al gip Carlo Colombo per l'udienza di convalida dell'arresto, Mouhamed Ndiaye, il 18enne di origini gambiane residente a Conegliano (assistito dall'avvocato Andrea Zambon) finito in manette con l'accusa di tentato omicidio in concorso per l'accoltellamento di sabato sera in un'affollata piazza dei Signori, ha confessato. E si è detto, tramite il suo legale, pentito per l'accaduto: «Mi dispiace per ciò che ho fatto». Una versione che però non ha convinto il giudice che, dopo aver convalidato l'arresto, ha disposto nei confronti del ragazzo la custodia cautelare in carcere. Per il gip, c'è il rischio che, se libero, Ndiaye possa tornare a commettere gli stessi fatti di cui è accusato, specialmente alla luce dei numerosi precedenti di polizia che ha alle spalle (sono ben 25, tra cui diverse rapine, anche col coltello). Il gip, nell'ordinanza, sottolinea anche che «l'estrema gravità del gesto e la spregiudicatezza con la quale l'indagato ha sfoderato il coltello e colpito, incurante della presenza di decine di persone che in quel momento stavano passeggiando nel punto più centrale della città, denotano l'estrema pericolosità e l'assoluta mancanza di autocontrollo dell'indagato». La difesa, che aveva richiesto una misura meno afflittiva, come l'obbligo di dimora o gli arresti domiciliari, e sostenuto che l'accusa dovrebbe venire riqualificata in lesioni aggravate, ha già annunciato che ricorrerà al Riesame.
La ricostruzione
Nell'ordinanza del gip e nel verbale d'arresto si legge la chiara ricostruzione fatta dagli inquirenti sull'aggressione di cui è rimasto vittima un 21enne di origini venezuelane (ferito ma non in pericolo di vita). Una violenza che non è consistita solo nella coltellata. Prima il 21enne è stato vittima di un brutale accanimento fatto di pugni al volto, strattonamenti, violente percosse, bottigliate in testa e persino calci mentre era ancora a terra e tentava di sfuggire al pestaggio. A cui hanno partecipato, secondo le accuse, anche tre amici del 18enne. A venire denunciati sono stati un 19enne e due 17enni. Tutto inizia intorno alle 22, quando il 21enne, che stava passeggiando insieme alla fidanzata all'imbocco di vicolo Barberia, viene avvicinato dal 18enne, che era con un amico e due ragazze. I giovani si conoscevano fra loro. «Le ragazze ci fissavano in malo modo» ha poi riferito la fidanzata della vittima agli agenti. Sempre secondo il suo racconto, la coppia ha poi continuato la passeggiata finché, poche decine di metri dopo, il 18enne si avvicina di nuovo e apostrofa il 21enne: «Che c...o guardi co...ne». Pronta la risposta dell'altro: «Vai avanti». È qui che, dallo scambio di battute e di sguardi di traverso, scoppia la lite, poi degenerata. Secondo le accuse, prima Ndiaye colpisce il 21enne con un pugno al volto, poi ne nasce una colluttazione e i due finiscono ad azzuffarsi a terra. Quindi entrano in gioco gli amici del 18enne. Secondo la ricostruzione degli investigatori, uno colpisce ripetutamente il 21enne alla testa con una bottiglia di vetro che aveva in mano. Un altro invece lo picchia con il gesso che aveva al braccio e un terzo continua a dar loro man forte. Durante l'aggressione, sempre secondo la Procura, Ndiaye afferra poi per il collo la vittima, nel tentativo di strangolarla. Ma quest'ultimo sfugge alla presa, riuscendo a rialzarsi. È lì che viene sfilato il coltello e il 21enne si ritrova con una lama piantata nel fianco destro, mentre era di spalle: «Mi hanno accoltellato» urla verso la fidanzata, correndo verso l'ambulanza, mentre uno dei suoi aggressori gli lancia dietro la bottiglia di vetro. Il gruppo poi si dilegua. Il 18enne viene arrestato dalla polizia in quasi flagranza di reato pochissimi minuti dopo. Gli agenti della squadra mobile lo hanno rintracciato a 350 metri dal luogo dell'aggressione ancora affaticato e con i vestiti sporchi di sangue. Preziose anche le testimonianze di chi ha assistito alla scena («prima lo stava picchiando, poi lo ha colpito con una lama esclamando: "Fra, l'ho bucato"»). Fondamentale anche il racconto della fidanzata della vittima, che conoscendo il 18enne, ha subito indirizzato gli agenti attraverso alcune fotografie. A incastrare l'arrestato anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona, che hanno ripreso l'aggressione. Al 18enne, oltre all'accusa di aver portato fuori casa un'arma, la Procura contesta, in concorso con altri giovani, alcuni appunto anche minorenni, l'ipotesi di reato di tentato omicidio in concorso aggravato. Per il pm, l'aggressione è scaturita da motivi futili, per un banale diverbio verbale, e il 18enne - scrive nel capo d'imputazione - ha compiuto atti diretti in modo inequivocabile a provocare la morte del 21enne. Che non si è verificata solo per il tempestivo intervento dei sanitari. La qualificazione dell'accusa è stata confermata dal gip.