Una scultura sottile: la mostra di Maria Lai al Museo Madre di Napoli

Si può sottrarre da una tela la pittura così come si fa per scucire, un filo alla volta, le forme prime di una stoffa, finché restano nodi, punti e trame che davano forma all’immagine e che l’immagine aveva il compito di celare. Ciò che “resta” nei lavori di Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013) e che diventa primario si presta, in questo senso, a una curvatura che non può adeguarsi alle molte sistematizzazioni dei linguaggi del Novecento — pur sfiorandone molti da vicino. Maria Lai. Essere è tessere, al Museo Madre di Napoli fino al 12 ottobre 2026, a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai e con l’assistenza curatoriale di Giulia Brandinelli, raccoglie circa duecento opere, libri d’artista e documenti per restituire all’opera dell’artista sarda uno sguardo capace di problematizzarne l’intera produzione osservata tra differenze e somiglianze rilevate in profondità.
La mostra arriva a valle di una riscoperta già in corso, che dopo la scomparsa dell’artista nel 2013 è passata per la Biennale di Venezia e per documenta 14 nel 2017, per la retrospettiva del MAXXI del 2019 e, nel 2024, per Magazzino Italian Art a New York. Al Madre la domanda si sposta così dal quando al come. I curatori si occupano così di formare una nuova documentazione e di liberare Lai dalle letture che l’hanno legata alla sola biografia o all’isola, tenendo però la Sardegna al centro come struttura del suo pensiero, quello che chiamano «un filo strutturale cruciale» per interrogare i limiti dell’opera e del sistema che la accoglie.
Leggere Lai con questi strumenti permette di sottrarla alla genealogia dell’Arte Povera, a cui viene accostata con una certa disinvoltura, e di collocarla tra le periferie del modernismo. Uno sguardo periferico perché capace di osservare i centri dell’arte e di riportarli a una tecnica “laterale” e allo stesso tempo convergente.

Il progetto si inserisce inoltre tra le linee che Eva Fabbris ha pensato per il Madre — di cui si è raccontato in un’intervista recente — rivolte, tra le altre cose, ad artiste del secondo Novecento, la cui storiografia resta ancora da costruire, e ai dibattiti della stagione femminista dell’arte. Il riferimento più concreto, in questo senso, è Materializzazione del linguaggio, la mostra con cui Mirella Bentivoglio portò alla Biennale del 1978 ottanta artiste impegnate sul rapporto tra parola, immagine e oggetto, e dove Lai presentò i primi libri cuciti in un contesto verbovisuale, in cui il linguaggio diviene una materia da manipolare e rivendicare.

D’altro canto, la riflessione sui “sistemi” e sulle reti complesse che hanno coinvolto certe artiste, resta un racconto profondamente esplorato dal Museo Madre negli ultimi anni, per cui, piuttosto, è utile evidenziare l’esplorazione attenta rivolta alla produzione di Maria Lai riconfermando la capacità del museo a non ridurre certi racconti a una curvatura d’insieme e generazionale, ma di rivelare soprattutto le specificità e le inedite posture di certe figure. In mostra, infatti, si osserva pienamente la ricerca “materica” e “linguistica” di Maria Lai, ben oltre qualsiasi fondale interpretativo.

Il percorso, cronologico e tematico insieme, racconta una storia in apparenza familiare, dagli esordi figurativi legati all’iconografia sarda all’astrazione maturata a Roma, dai materiali poveri dei primi anni Settanta al filo che si fa scrittura, fino alle azioni collettive. Una sequenza simile lascia intendere che figurazione, astrazione e materia si diano il cambio, ciascuna a superare la precedente. Attraversata contro il verso della cronologia, la mostra permette di osservare il contrario, cioè tre registri che in Lai convivono e si contaminano fino a confondere i propri margini. Il legno di un telaio, la stoffa, il pane, il filo entrano nell’opera con il proprio uso, e un telaio privato della funzione continua a evocare la tessitura per semplice contiguità. La figurazione sopravvive così dentro l’astrazione, trasferita dalla somiglianza alla metonimia, mentre l’opera raffigura al contempo i procedimenti e gli strumenti.

Eppure, in certe opere si può continuare a rintracciare il volume, la complessità delle dimensioni, come in scultura. Oltre i materiali, infatti, nell’opera di Lai sopravvive un ordine compositivo di forme concave e convesse che, in ogni caso, generano un volume scultoreo, anche se sottile come un filo. Così la tessitura delle forme, delle immagini e della vita stessa, passa necessariamente per una costruzione che sembra voler fuggire dalla tela, deformarla e sovvertirne la struttura; eppure, vi resta ancorata, non perché incapace di fuggire ma perché lo spazio della tela ne rende visibile la sovversione, la rivoluzione delle forme che, altrimenti, resterebbero “semplici” sculture nel vuoto.

Così, come lo sguardo da un’isola che però muove tra le terre emerse e vi entra in contatto, anche l’opera dell’artista “torna” sui propri tracciati, ma soltanto dopo averli ricostruiti e avendone segnato, con un filo, le migliori prossimità.