Studiare le atlete invece di adattare i dati maschili
Un’indagine sul modello di corpo che la scienza dello sport si è costruita in laboratorio, e su cosa cambia quando un vuoto di conoscenza smette di essere denunciato e comincia a essere finanziato.
Il martedì sera corriamo lungo l’argine in una decina, appaiati due a due per i primi sei chilometri, con quel passo che concede una frase intera ogni tanto e poi te la riprende. Accanto a me, da tre anni, c’è sempre la stessa persona. Ventinove anni, una falcata più corta della mia e più frequente, e in tasca una tabella che le ho passato io: stampata, piegata in quattro, con le ripetute del giovedì cerchiate a penna.
Quella tabella l’avevo copiata da un manuale che mi è piaciuto molto. Le note stanno in fondo, in un corpo tipografico che scoraggia la lettura, e le ho aperte tardi. Dicevano che i protocolli erano stati validati su gruppi di venti o trenta soggetti, in prevalenza uomini, quasi tutti studenti universitari misurati per qualche settimana d’inverno.
Io le avevo consegnato una traduzione e l’avevo chiamata “piano”.
Descritte per analogia
Per gran parte del Novecento la fisiologia dello sport non ha descritto il corpo umano, ha descritto un corpo umano. Quello più semplice da reclutare in un campus, da infilare in una maschera per il consumo di ossigeno e da rimettere sul tapis roulant la settimana successiva nelle stesse identiche condizioni ormonali. Su quel soggetto si sono calibrate le soglie, le finestre di recupero, le strategie di reidratazione, le curve di adattamento al carico. Poi i numeri sono stati estesi a tutti gli altri corpi per proporzione: si prende la raccomandazione, si abbassano i valori in rapporto alla massa e alla statura, si consegna.
Quel soggetto è di sesso maschile. E l’analogia è uno strumento retorico eccellente e uno strumento clinico mediocre.
Secondo il resoconto pubblicato da Femtech Insider, meno del 10% della ricerca in scienze dello sport e medicina sportiva si concentra esclusivamente sulle donne, e quella quota è rimasta ferma nell’ultimo decennio. Lo stesso resoconto cita un’analisi del 2025 condotta su quasi 1.500 studi apparsi in tre riviste importanti del settore: meno del 6% aveva considerato la fase del ciclo mestruale delle partecipanti nel disegno della ricerca. Sempre lì si legge che le atlete subiscono lesioni del legamento crociato anteriore con un’incidenza da due a otto volte superiore rispetto agli uomini che praticano gli stessi sport.
Quel dato sul crociato lo conoscono tutti gli allenatori di pallavolo e di calcio femminile. Lo raccontano come si racconta il tempo atmosferico, una cosa che capita, una fatalità anatomica. Ma una fatalità che si ripete con quella regolarità ha delle cause misurabili, e le cause si misurano solo se qualcuno decide di finanziare la misurazione.
Metà delle persone si allena da decenni seguendo istruzioni scritte guardando qualcun altro.
Il passaggio dal discorso all’infrastruttura
Il vuoto è stato denunciato a lungo, e la denuncia costa poco. Sta bene in un panel di convegno, in una riga di comunicato, in un intervento a fine stagione quando l’infortunio è già avvenuto. Produce assenso immediato e nessuna conseguenza operativa. Il fatto nuovo comincia dove il discorso finisce.
A febbraio, a Boston, ha aperto il Women’s Health, Sports & Performance Institute, una struttura dedicata alla salute delle atlete che tiene insieme ricerca, formazione e assistenza clinica. Dietro c’è un investimento superiore ai 50 milioni di dollari, portato dai cofondatori David e Jane Ott e da Clara Wu Tsai. L’istituto è cofondato da Kathryn Ackerman, medico dello sport e ricercatrice che ha costruito la propria carriera sulla salute delle atlete e ha fondato la Female Athlete Conference, ed è istituzione membro e partner di ricerca della Wu Tsai Human Performance Alliance, un’alleanza scientifica da 220 milioni di dollari.
Ackerman ha raccontato di aver percepito quelle lacune prima da atleta, sulla propria pelle, e di aver poi passato gli anni da clinica e da ricercatrice a provare a chiuderle. Ha ricordato anche che il sistema sanitario intorno a cui ci muoviamo è stato costruito su misura di qualcun altro, e che sono trascorse due generazioni da quando la legge americana ha aperto lo sport universitario alle ragazze.
Di per sé un investimento garantisce poco sul piano della verità scientifica. Fa però una cosa concreta e verificabile: trasforma un problema riconosciuto in una voce di bilancio, in un indirizzo civico, in stipendi di ricercatrici che qualcuno dovrà pagare anche l’anno prossimo. Un’affermazione scritta in un editoriale si può ritirare. Un laboratorio con le bollette da saldare produce dati anche quando il tema smette di essere di moda.
Cosa produce una filiera che tiene insieme ricerca, tecnici e cura
Sotto lo stesso tetto ci sono un laboratorio di fisiologia, i test metabolici, una cucina di livello sperimentale, un sistema di analisi tridimensionale del movimento, la strumentazione per la densità ossea e per i marcatori ematici. Le aree dichiarate di lavoro comprendono gli effetti lungo l’intero arco della vita, la gravidanza e il post-partum, le differenze legate al sesso e l’effetto del ciclo mestruale sulle strategie di prestazione, l’endocrinologia sportiva e il metabolismo osseo, la prevenzione degli infortuni e il recupero. Compaiono anche i REDs, sigla di Relative Energy Deficiency in Sport, il deficit energetico relativo nello sport: la condizione che intacca ormoni, ossa, sistema immunitario e umore quando quello che entra resta cronicamente sotto quello che si spende.
Detto così suona come un catalogo di specialità. La differenza sta nel secondo piano dell’edificio, quello della formazione, che si rivolge insieme ad atlete, allenatori, clinici e a chi se ne prende cura in famiglia. È la parte che di solito manca. Una ricercatrice pubblica su una rivista specializzata, e quell’articolo un allenatore di provincia non lo aprirà mai. La distanza tra le due cose si misura in anni. L’istituto mette la traduzione della conoscenza tra i propri oggetti di studio, e indica esplicitamente nel ritardo con cui la ricerca arriva alla pratica clinica uno dei problemi da accorciare.
Poi c’è il terzo elemento, la cura vera, l’ambulatorio. La collaborazione con la struttura medica di Boston mette in una sola squadra la medicina sportiva, l’endocrinologia, la riabilitazione, la nutrizione e la salute mentale, con l’idea che prestazione e salute vadano lette insieme. Chi si allena seriamente sa quanto sia raro. Di solito ognuno guarda il proprio pezzo, e l’atleta resta l’unica persona nella stanza che tiene insieme il quadro completo.
Quando questa catena funziona, una domanda nata in ambulatorio il lunedì può diventare un disegno sperimentale, poi un contenuto per chi allena, poi una modifica in una tabella come quella che ho piegato in quattro. Diventa possibile programmare gli allenamenti assecondando le fasi ormonali invece di ignorarle. E il movimento comincia ad avere la stessa precisione che pretendiamo da una terapia, dove un consiglio generico vale poco e conta la posologia esatta dell’esercizio.
Quello che non sappiamo ancora, detto per intero
Un istituto che apre è una promessa, e le promesse vanno valutate a distanza di anni. La percentuale di ricerca dedicata alle atlete è rimasta immobile per un decennio intero, e un edificio a Boston non la muove da solo. Servirebbero decine di gruppi che cambiano metodo insieme, finanziatori pubblici che smettano di considerare quella variabile un fastidio.
Dietro il vuoto c’è poi una ragione poco nobile e molto pratica. Studiare atlete costa di più: una fisiologia che si modifica lungo il mese impone più prelievi, più sedute, campioni più ampi, calendari che si complicano. Nessuno ha escluso nessuno con un decreto. È bastata la comodità, ripetuta per decenni, di misurare il soggetto più “stabile” a disposizione.
C’è poi un rischio nella direzione opposta, e vale la pena citarlo. Una volta che gli ormoni entrano nel discorso pubblico dell’allenamento, diventano una spiegazione buona per tutto: la giornata storta, la gara sbagliata, il ginocchio che cede, la settimana in cui non si dorme. Il determinismo biologico ha un fascino pigro. Una conoscenza fatta bene restituisce ad atlete e team tecnici più margine di manovra, anziché un nuovo alibi ben documentato.
E resta la distanza fisica tra un laboratorio del Massachusetts e un argine di provincia il martedì sera. Le prime a beneficiarne saranno le atlete di vertice, come sempre. Alla mia compagna di allenamento quei risultati arriveranno tra qualche anno, diluiti in un articolo, in un corso per allenatori, in una nota a piè di pagina scritta finalmente su di lei.
Giovedì torniamo sull’argine. La tabella è ancora quella, piegata in quattro nella tasca posteriore, con il cerchio a penna intorno alle ripetute. Un giorno ne uscirà una versione scritta guardando lei. Intanto corriamo, e l’aspettiamo.