Strage del bus di Mestre, mamma Maika: «Mi hanno rianimata, ad oggi non so dire se non sarebbe stato meglio che me ne fossi andata assieme alla mia bambina»
MESTRE - «Mi hanno rianimata, ad oggi non so dire se non sarebbe stato meglio che me ne fossi andata assieme alla mia bambina». In questa frase c’è tutto il dolore inspiegabile di Maika Frommherz, sopravvissuta alla strage del bus di Mestre, ma costretta a fare i conti con la perdita più atroce: quella di sua figlia Charlotte Nima Frommherz, la vittima più giovane del tragico incidente, di soli 18 mesi.
Il risveglio dopo il coma
La sera dello schianto, la famiglia si trovava a bordo del pullman. «Avevamo trascorso quattro giorni a Venezia ed era stato tutto perfetto – ricostruisce Maika –. Per la prima volta avevo sentito Charlotte ripetere “schön” (bello, in tedesco) di continuo». Un ricordo felice che si è interrotto bruscamente in un frammento di secondo.
Assieme a lei sul bus c’era il compagno, Nico Pierre Volkmann, che durante l'incidente non ha mai perso conoscenza.
Maika, invece, è rimasta in coma per un mese, risvegliandosi solo a fine ottobre in un letto d'ospedale. Inizialmente, la sua mente aveva rimosso il trauma: ricordava solo i giorni felici a Venezia, ma non la dinamica dell'impatto.
«Urlavano "Così cadiamo", ma io non capivo»
La memoria è tornata all'improvviso, poco prima di Natale, al momento delle dimissioni dall'ospedale di Tubinga, in Germania, dove era stata elitrasportata. «Uscendo dalla porta ho visto un pullman. Appena l’ho visto ho avuto un violento attacco di panico, ed è stato allora che ho ricordato: ero seduta sul bus a Mestre, avevo la mia bambina in braccio e davamo le spalle al conducente. A un certo punto ho sentito alcuni passeggeri urlare “Ehi, si rovescia! Così cadiamo!”, ma io non capivo».
«Io ero morta, mi hanno rianimata...forse sarebbe stato meglio andarmene con mia figlia»
Oggi, i segni di quella notte sono indelebili sia nello spirito che nel corpo. Entrambi i genitori sono sopravvissuti alla loro piccola, riportando ferite gravissime. «È stato difficile accettare che, dopo l’incidente, sarei stata per tutta la vita su una sedia a rotelle – confessa la donna –. Impossibile, invece, scendere a patti con l’idea di non rivedere più mia figlia Charlotte. Io quel giorno ero morta e mi hanno rianimata. Francamente però, ancora ad oggi non so dire se non sarebbe stato meglio che me ne fossi andata assieme alla mia bambina».
Davanti a un vuoto così immenso, Maika e Nico stanno cercando la forza di trasformare il proprio dolore in una missione. Non appena l’iter giudiziario sulla strage si sarà concluso, la coppia ha intenzione di impegnarsi in prima linea. «Vogliamo dedicare le nostre vite a impedire che tragedie come questa si ripetano – spiega Nico –, sensibilizzando la politica e l’opinione pubblica sul tema della sicurezza stradale. Lo dobbiamo a Charlotte, ma anche a tutte le famiglie delle vittime della strage di Mestre».