Stop alla sessualizzazione delle atlete: le nuove linee guida per le riprese tv

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  • Cosa dice il documento dell'EBU contro la sessualizzazione delle atlete?
  • Quali sono i motivi della svolta?
  • Molestie online e conseguenze psicologiche raccontate dalle atlete
  • Le divise sportive: polemiche e i primi cambiamenti
  • Lo sport come terreno di sessualizzazione

Telecamere piazzate davanti all'asta per inquadrare le gambe spalancate dell'atleta durante il salto in alto, oppure il primo piano del lato B nel salto con l'asta: dettagli non necessari, che però hanno a lungo caratterizzato le riprese televisive dello sport femminile, e non solo dell'atletica.

Da pochi giorni è stato fatto un passo avanti. Le nuove linee guida per evitare la sessualizzazione nell'atletica femminile, pubblicate dall'EBU, segnano uno spartiacque importante per il rispetto della donna e la dignità del corpo delle sportive. Le linee sono state elaborate in collaborazione con European Athletics e tra le atlete olimpiche coinvolte troviamo Ivana Spanović, saltatrice in lungo serba, Holly Bradshaw, saltatrice con l'asta britannica e Blanka Vlašić, saltatrice in alto croata.


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Cosa dice il documento dell'EBU contro la sessualizzazione delle atlete?

Il documento, intitolato "Raising the Bar" e lungo 23 pagine, è stato sviluppato congiuntamente dall'Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) e da European Athletics, con il feedback diretto di atlete olimpiche. L'obiettivo delle nuove regole è spostare l'attenzione mediatica dall'aspetto fisico al gesto tecnico e atletico.

Al momento le linee guida non prevedono sanzioni formali in caso di violazione, ma rappresentano un forte standard etico e di produzione televisiva a cui tutti i broadcaster europei sono invitati ad attenersi. Il vademecum redatto dall'EBU, infatti, esorta tecnici e registi televisivi a evitare inquadrature ritenute inappropriate e non necessarie durante le competizioni di atletica femminile, tra cui:

  • No alle riprese dal basso o da dietro. Sono vietate tutte quelle angolature che riprendono le atlete sotto il bacino o da dietro.
  • No ai primi piani prolungati e zoom su specifiche parti del corpo che sono prive di rilevanza sportiva.
  • No ai replay al rallentatore (slow-motion) non necessari, ovvero quelli che non offrono informazioni sul gesto tecnico e sono focalizzati sulla zona pelvica.
  • Sì invece alle inquadrature più ampie e laterali, che permettono di valorizzare e apprezzare la potenza, la dinamica della performance e la concentrazione dell'atleta.

sono state pubblicate nuove linee guida per evitare la sessualizzazione nell'atletica femminilepinterest

Bettmann//Getty Images

Quali sono i motivi della svolta?

A seguito delle proteste di numerose atlete, tra cui la saltatrice con l'asta britannica Holly Bradshaw, che denunciavano come la consapevolezza di inquadrature invadenti generasse ansia durante la competizione, portandole a concentrarsi sulle possibili angolazioni della telecamera invece che sulla performance, è arrivata la decisione di intervenire in modo efficace e ufficiale.

La consapevolezza di essere ripresa da angolazioni discutibili è un pensiero che distrae, precisamente in una disciplina dove la concentrazione ha un peso fondamentale. Inoltre, fermi immagine o video tagliati fuori contesto venivano sistematicamente ripresi e resi virali sui social media con finalità tutt'altro che nobili, e nemmeno di interesse sportivo, ma piuttosto voyeuristiche e sessualizzanti.

Molestie online e conseguenze psicologiche raccontate dalle atlete

"Ho subito personalmente molestie sui social media e ho visto online video inappropriati che ritraevano me e le mie colleghe durante i replay al rallentatore delle nostre gare", ha raccontato l'ex saltatrice con l'asta Holly Bradshaw.

Ivana Spanović ha collegato il problema delle inquadrature a quello degli stereotipi di genere, spiegando che alcune inquadrature, unite agli stereotipi di genere, non solo causano disagio alle atlete e distrazioni inutili durante la competizione, ma il modo in cui vengono trasmesse può avere anche gravi effetti a lungo termine sulla salute mentale delle atlete.

Il meccanismo è noto e non riguarda solo il mondo dell'atletica: un'immagine viene isolata dal contesto sportivo e condivisa e commentata migliaia di volte, fino a sfuggire al controllo di chi l'ha "generata" involontariamente e trasformando un gesto atletico in materiale di consumo visivo, spesso di basso livello, a sfondo sessuale e offensivo.

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Walter Iooss Jr.//Getty Images

Le divise sportive: polemiche e i primi cambiamenti

Il tema delle inquadrature si collega a quello, ancora più evidente, delle divise da gara delle sportive. Per anni le federazioni hanno imposto alle atlete uniformi succinte, la cui effettiva utilità sportiva non era facile da comprendere. A questo proposito fece scalpore la nazionale norvegese di beach handball, che nel 2021 ricevette una multa dalla Federazione Europea di Handball per aver indossato pantaloncini al posto del bikini regolamentare durante un torneo continentale. La protesta fu sostenuta anche dalla cantante Pink, che si offrì pubblicamente di pagare la multa, e contribuì alla modifica del regolamento internazionale nel 2023, che oggi consente shorts più coprenti e top sportivi, equiparando in parte il vestiario femminile a quello maschile.

Anche nell'atletica leggera qualcosa si è mosso: a seguito delle critiche sui body molto sgambati indossati da alcune squadre nazionali ai Mondiali, sono aumentate le richieste di maggiore libertà di scelta per le atlete tra modelli aderenti e più coprenti. Richieste simili riguardano tennis, volley e ginnastica ritmica, discipline in cui i regolamenti sull'abbigliamento sono stati spesso giustificati con motivazioni estetiche e non funzionali alla performance sportiva.

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Emilee Chinn//Getty Images

Lo sport come terreno di sessualizzazione

La questione delle inquadrature e delle divise si inserisce in una riflessione più ampia sul modo in cui il corpo femminile viene osservato e filmato. Un concetto chiave in questo senso è quello di male gaze, lo sguardo maschile, introdotto dalla teorica del cinema Laura Mulvey nel saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema (1975). Secondo Mulvey, la macchina da presa tende a costruire l'immagine della donna come oggetto di piacere visivo per un osservatore implicitamente maschile, trasformando il soggetto in spettacolo. Nel caso dello sport, lo spettacolo non si limiterebbe alla performance atletica in sé.

Le linee guida dell'EBU applicano questa critica al linguaggio televisivo sportivo, e chiedono ai registi di restituire alle atlete lo statuto di soggetti che compiono una performance sportiva, e non di corpi da inquadrare. Il corpo femminile viene infatti vissuto e rappresentato attraverso condizionamenti culturali che lo rendono costantemente oggetto - passivo - dello sguardo altrui, più che soggetto - attivo - in piena espressione atletica.

Sebbene le nuove linee guida rappresentino un passo avanti significativo per la parità di genere, le disuguaglianze restano diffuse: dalla minore copertura mediatica riservata alle discipline femminili, al linguaggio dei commentatori, fino alla differenza dei montepremi tra competizioni maschili e femminili. Le regole dell'EBU restano in ogni caso fondamentali perché indicano una direzione da seguire per affrontare questi squilibri strutturali più profondi, e raccontare finalmente lo sport femminile per ciò che è: talento e azione da ammirare e non corpi da osservare e commentare.