Stiamo diventando meno intelligenti? La scienza analizza il trend ed è preoccupante

Per quasi un secolo i punteggi dei test di intelligenza sono saliti di generazione in generazione, un progresso costante e quasi scontato. Oggi quella curva si è piegata verso il basso, e a documentarlo su centinaia di migliaia di persone è la ricercatrice Elizabeth Dworak della Northwestern.

Il fenomeno che per decenni ha spinto i punteggi verso l'alto si chiama "effetto Flynn", dal nome dell'educatore James Flynn che nel 1984 lo descrisse per primo: una crescita media di circa 3 punti di QI per decennio, legata a una nutrizione migliore, a famiglie meno numerose e a più anni di istruzione.

Dworak ha analizzato i dati del SAPA Project attraverso l'ICAR, un test cognitivo open-source, su un campione di 394.378 adulti persone tra i 18 e i 90 anni seguiti dal 2006 al 2018, pubblicando i risultati sulla rivista Intelligence.

Quali abilità cognitive stanno cambiando

Il calo, però, non è uniforme tra le diverse abilità misurate. Il ragionamento matriciale, quello dei pattern astratti e del problem solving, è sceso in modo marcato, mentre il ragionamento logico-sequenziale misurato dalle serie numeriche e alfabetiche ha registrato una flessione comunque evidente.

Il vocabolario e la cultura generale hanno mostrato variazioni minime, troppo piccole per parlare di un vero effetto Flynn inverso in quell'area, mentre la rotazione tridimensionale, la capacità di visualizzare oggetti nello spazio, è addirittura migliorata: gli studiosi la collegano alla diffusione dei videogiochi che, dopotutto, fanno bene al nostro cervello.

I gruppi più colpiti e i limiti dello studio

La flessione più marcata riguarda i giovani adulti tra i 18 e i 22 anni e le persone con titoli di studio più bassi, un dato che emerge anche dai test di ammissione universitaria ACT e SAT, in calo costante da dieci anni.

Il trend si è consolidato attorno alla diffusione degli smartphone, alla fine degli anni 2000, non con l'arrivo di dell'intelligenza artificiale come possiamo pensare, né con i lockdown della pandemia, entrambi troppo recenti per spiegarlo.

Ovviamente, c'è da sottolineare che lo studio si basa su dati trasversali ripetuti nel tempo, non sul tracciamento degli stessi individui, e questo individua la tendenza senza stabilirne la causa.

L'ipotesi culturale dietro il calo

A sostenere una lettura culturale del fenomeno è il saggista James Marriott, editorialista del Times of London, che al podcast UnHerd ha spiegato come il passaggio dalla pagina stampata agli schermi touch avrebbe indebolito il pensiero strutturato.

Il motivo è presto detto: un'argomentazione scritta su carta impone di far combaciare i tasselli sul piano razionale, mentre i contenuti brevi di TikTok o YouTube o giochi demenziali come i Brain Rot si limitano ad asserire senza dimostrare.

Tuttavia, è ancora presto per dire quanto queste trasformazioni peseranno sulla società nel lungo periodo.

Il quadro che emerge non è quello di un declino generale, ma di uno spostamento: il ragionamento verbale resta quasi stabile, la visualizzazione spaziale cresce grazie ai videogiochi, e a calare sono soprattutto le abilità logico-matematiche misurate dai test tradizionali.

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