Stefano Mancuso: «Ci pensiamo intelligenti, ma non lo siamo. Il riscaldamento globale è il più grande problema che l'umanità abbia mai avuto. Tra 50 anni il 18 per cento del pianeta sarà invivibile»
Ogni volta che leggiamo un titolo di giornale che comincia con «ondata di calore», «temperature mai viste», «afa e notti tropicali» stiamo assistendo a un fallimento. Non del meteo, del pianeta o della sfortuna. Del nostro modo di ragionare. Lo sostiene Stefano Mancuso, il più celebre botanico italiano, che dell'intelligenza ha fatto il tema della quinta edizione del Pianeta Terra Festival, a Lucca dall'8 all'11 ottobre: Forme di intelligenza (il programma sarà disponibile dal 21 settembre, ndr).
Per Mancuso il problema è proprio qui: ci pensiamo intelligenti, ma abbiamo confuso l'intelligenza con la capacità di dominare. E stiamo prendendo decisioni disastrose in nome di un tipo di ragionamento che chiamiamo logico ma che, alla prova dei fatti, non sta garantendo la nostra sopravvivenza.
L'intelligenza, per lui, è una cosa molto più semplice e molto più antica: «È una caratteristica della vita. È la capacità di risolvere problemi. Più a lungo una specie sopravvive, più significa che è stata brava a risolverli». Le altre specie lo fanno da milioni di anni. Noi, dice, da pochissimo. E non abbiamo ancora dimostrato di essere capaci di affrontare le questioni che riguardano il nostro futuro come specie.
Perché per il Pianeta Terra Festival 2026 ha scelto di parlare di Forme di intelligenza?
«Vorrei che le persone iniziassero a capire che cos'è davvero l'intelligenza. È una parola che usiamo continuamente, spesso in modo abusato. Noi esseri umani abbiamo questa brutta convinzione: pensiamo di essere quanto di meglio esista su questo pianeta, e quindi anche i più intelligenti. In realtà esistono intelligenze naturali che risolvono i problemi in modo diverso. L'intelligenza umana ha come obiettivo il benessere del singolo individuo, o al massimo di piccolissime comunità. Le intelligenze naturali hanno come obiettivo l'intera specie, e la sua sopravvivenza».
Perché continuiamo a considerare intelligente soltanto ciò che assomiglia all'uomo?
«Pensare di essere i migliori è uno dei problemi fondamentali della nostra specie. Pensi all'idea dell'uomo come misura di tutte le cose: l'abbiamo scolpita dentro di noi. Misuriamo la realtà sulla base della sua vicinanza o lontananza da noi. Quanto più una cosa è vicina, tanto più è buona; quanto più è lontana, tanto peggio è. Persino gli animali che più ci assomigliano stanno con noi in un gruppo che abbiamo chiamato primati. Primates, dal latino, vuol dire i migliori. Noi ci mettiamo nei gruppi in cui siamo i migliori: siamo Homo sapiens e facciamo parte del gruppo dei migliori. È una forma di arroganza che sconfina nella stupidaggine. In natura, l'idea di migliore non esiste. Se volessimo pensare a una gara con le altre specie, l'unica che avrebbe senso sarebbe quella sulla sopravvivenza: quanto a lungo una specie è vissuta. E vedremmo che siamo lontanissimi dall'avere anche solo una piccola possibilità di gareggiare».
Parliamo di intelligenza artificiale, che ormai è piombata addosso a tutti. Cosa le manca per essere davvero intelligente?
«L'intelligenza artificiale è un algoritmo che descrive il nostro modo di essere intelligenti. Abbiamo sempre prodotto macchine che aumentavano le nostre capacità fisiche: ci permettevano di muoverci più velocemente, di spostare pesi maggiori. Oggi, per la prima volta, abbiamo prodotto qualcosa che amplifica le nostre capacità mentali. Uno potrebbe pensare che vada tutto bene. Il problema è proprio questo: l'intelligenza artificiale imita l'intelligenza umana. Abbiamo prodotto qualcosa che amplifica per miliardi di volte il nostro modo di ragionare partendo dall'idea che quel modo di ragionare sia perfetto. Basta guardarsi intorno. Questo mondo è frutto del nostro modo di ragionare. Se lo riteniamo perfetto, benissimo. Ma se ci vediamo qualche problema, significa che delle pecche ce le ha. E ne ha tante. Le amplificheremo miliardi di volte. Se sottoponiamo un problema a un'intelligenza umana, o a un'intelligenza artificiale costruita sul suo modello, ci proporrà una soluzione che garantisce il miglior beneficio per l'individuo. Se lo stesso problema lo sottoponiamo a un'intelligenza naturale, ci proporrà una soluzione che garantisce il miglior beneficio per la specie. E le due soluzioni possono essere l'una l'opposto dell'altra».
Qual è la forma di intelligenza che abbiamo più sopravvalutato?
«L'intelligenza logica. L'abbiamo glorificata, ma è una delle migliaia di tipi di intelligenza che esistono. Da un punto di vista scientifico, la logica è sicuramente la maniera giusta per risolvere un problema. Ma nella vita di tutti i giorni non prendiamo le decisioni in base alla logica. Le racconto un aneddoto. Charles Darwin, considerato da molti la persona più intelligente mai nata - Francis Crick, uno degli scopritori del DNA, disse proprio così - a un certo punto si trova davanti a un dilemma classico: sposarsi o non sposarsi. Vuole risolverlo logicamente. Prende una pagina del suo taccuino - lo sappiamo perché quel taccuino ce l'abbiamo, ed è divertentissimo — e la divide in due. Da una parte scrive to marry, dall'altra not to marry. L'unico pregio che riesce a trovare nel matrimonio è una compagnia per la vecchiaia. Dalla parte dei difetti, una lista lunghissima: non potrò più vedere i miei amici, non avrò più tempo per studiare. A un certo punto ce n'è una buffissima: molto probabilmente mia moglie vorrà andare a vivere in campagna e non potrò più vivere a Londra. Eppure sei mesi dopo si sposa. È così che funzioniamo. Non prendiamo decisioni in maniera logica: le prendiamo in maniera intuitiva, affettiva, simile a quella degli altri esseri viventi. La scienza da cent'anni ci dice esattamente cosa sta accadendo e cosa dovremmo fare. E invece ce ne guardiamo bene, proprio perché non siamo una specie logica. Alcune volte spingiamo questa illogicità a un estremo tale da portarci su soglie pericolose. Il riscaldamento globale è una di queste. Continuiamo a pensare che tutto si risolverà da solo. Invece il pianeta si sta riscaldando a una velocità molto superiore a quella che avevamo ipotizzato. Non è irrisolvibile, ma dobbiamo iniziare ad agire».
E invece facciamo fatica persino a rinunciare a qualche parcheggio vicino casa.
«Esatto, questo è il problema. In un periodo in cui le ondate di calore durano l'intera estate, e questo si ripercuote - sono dati scientifici - in un numero enorme di morti di cui non ci rendiamo conto, rinunciare a una strada o a qualche parcheggio è davvero un grande sacrificio? No. Pensiamo sempre in termini individuali, non in termini di specie. Ma qualche volta persino pensare in termini individuali, egoistici, immediati, ci porta a essere ciechi rispetto al nostro futuro individuale».
Se lei fosse sindaco di una grande città italiana, quale sarebbe il suo primo provvedimento?
«Ho le idee chiare. Ci ho scritto anche un libro, Fitopolis. Il mio primo provvedimento sarebbe togliere il 20 per cento della superficie delle strade. Abbiamo fatto studi molto approfonditi: è una cosa che si potrebbe fare senza indurre chissà quali sconvolgimenti. Togliere il 20 per cento delle strade vuol dire sottrarle alle macchine, togliere l'asfalto e mettere al suo posto fiumi di alberi, giardini infiniti. Avrebbe ripercussioni straordinarie sul clima della città: abbasserebbe la temperatura e permetterebbe d'estate a grandi numeri di persone di trovare riparo sotto quegli alberi. Perché raffreddarsi diventerà il problema del futuro, soprattutto per chi non ha i mezzi. Come fa a raffreddarsi chi non può permettersi di vivere in una casa con l'aria condizionata? E sono tanti».
Stare a una temperatura vivibile rischia di diventare un lusso, mentre dovrebbe essere un diritto. Il consenso elettorale è incompatibile con decisioni ambientali che possono sembrare impopolari?
«Un sindaco dovrebbe semplicemente avere il coraggio di prenderle. Perché poi si troverebbe di fronte a una situazione opposta rispetto a quella che immagina. Se ha il coraggio di resistere per un anno - perché per un anno avrebbe contro tutti quanti - dopo un anno, forse anche prima, una gran parte della popolazione inizierebbe a rendersi conto della quantità di vantaggi che derivano da quelle che fino a quel momento erano state considerate soltanto privazioni. Ci sono esempi. Il primo è Curitiba, in Brasile, che agli inizi degli anni Settanta fu la prima città al mondo a chiudere una parte del centro al traffico, inventando quelle che oggi conosciamo come aree pedonali. Per i primi sei mesi, il sindaco lo volevano ammazzare. Dopo sei mesi è diventato una star, non solo della sua città ma dell'intero Brasile. Ada Colau, a Barcellona, ha chiuso intere strade, ha tolto l'asfalto e ne ha fatto enormi parchi lineari. Anche lì all'inizio ci sono state contestazioni straordinarie. Oggi, su quelle strade diventate parchi, l'intera Barcellona si incontra. Se a Barcellona chiede a un amico: "Dove ci vediamo?", le risponde: "Ci vediamo lì". Serve un po' di coraggio e la capacità di resistere per sei mesi, un anno».
Quando visita una nuova città, qual è la prima cosa che osserva?
«A parte la bellezza, che è la prima cosa, guardo il numero di parchi, anche piccoli, anche semplici giardini, e quanto sono diffusi. E il numero delle librerie. È una mia deformazione personale. Ho sempre pensato che una città civile sia una città in cui ci sono tanto verde e tante librerie. Da questo punto di vista abbiamo città meravigliose sul piano artistico, ma molto deficitarie sul piano della copertura arborea».
Il Mediterraneo è diventato uno dei luoghi simbolo della crisi climatica. La preoccupa particolarmente?
«Moltissimo. Il Mediterraneo è un hotspot, uno di quei luoghi del pianeta che sappiamo da decenni riscaldarsi molto più velocemente del resto del mondo. Quando parliamo del famoso grado e mezzo che non avremmo dovuto superare, e che di fatto abbiamo già superato, parliamo di livello globale. L'Italia è già 2,2-2,3 gradi più calda. Il Mediterraneo è un mare in ebollizione. La temperatura delle sue acque è molto più alta di quanto dovrebbe essere. C'è un problema di accumulo di energia nel mare, che viene rilasciato con eventi atmosferici che cominciamo a definire catastrofici, inauditi, epocali, quando invece stanno diventando la normalità. Le faccio un esempio: qualche tempo fa ero a Modica, in Sicilia, per una conferenza. C'erano 42 gradi il primo giorno, 44 il secondo. A quelle temperature non è possibile vivere. Non si può camminare per strada. Ma non si può neanche stare in casa. Io ero chiuso nella mia stanza d'albergo con il condizionatore al massimo, ma se fuori ci sono 42 gradi il condizionatore non ce la fa: si arrivava a 32-33 gradi. Questa è già la situazione normale per un numero enorme di persone. A Milano, Firenze, queste ondate di caldo sono terribili, atroci, portano tantissimi morti, ma possono ancora essere tollerate. In una città della Sicilia o del Nord Africa, arrivano ai limiti stessi della sopravvivenza. Corriamo il rischio, come al solito, che fra un paio di mesi inizi a fare un po' più fresco e ce ne dimentichiamo».
Non solo come scienziato, ma anche come uomo, qual è lo scenario che la spaventa di più?
«Proviamo a guardare avanti di cinquant'anni: io non ci sarò più, quindi lo dico per fortuna. Lei, invece, ci sarà. Vivrà in un mondo che, se non avremo fatto nulla, sarà invivibile per il 18 per cento della sua superficie. Questo è lo scenario che a me spaventa di più. Su tutta questa terra che non sarà più abitabile oggi vivono tantissime persone. Dove andranno? Se pensiamo a quello che ha provocato in Europa e in Italia la migrazione di qualche milione di persone, cosa accadrà quando si tratterà di migrazioni che riguarderanno miliardi di persone? Il riscaldamento globale, per la scienza unanimemente, è considerato il più grande problema che l'umanità abbia mai avuto nel corso della sua storia. È proprio questa differenza di percezione tra ciò che la scienza sa e ciò che i non addetti ai lavori percepiscono come un problema di poco conto, passeggero, che mi preoccupa di più».
Torniamo da dove siamo partiti: l'uomo è una specie intelligente o è soprattutto una specie che ha potere?
«Credo che quello che ci differenzia rispetto a tutte le altre specie sia la grandezza del nostro cervello. Abbiamo un cervello fuori scala, in proporzione al nostro peso. La vera questione è se avere questo grande cervello sia un vantaggio evolutivo oppure no. La mia opinione è che sia un vantaggio evolutivo, uno strumento eccezionale. Ma siamo una specie molto giovane, come bambini di pochi anni in confronto alle altre. E allora usiamo questo straordinario strumento nella maniera peggiore possibile. È come dare in mano a un bambino un martello: è un bellissimo strumento, ma il bambino all'inizio lo usa per sfasciare la casa. Poi, se fa in tempo a diventare grande, con quello stesso martello può costruirne altre, di case. Vedo la nostra specie in una situazione analoga: una specie bambina a cui è stato donato uno strumento straordinario che per ora sta utilizzando nella maniera peggiore possibile».