‘Stand by Me’, 40 anni dopo: ricordo del ricordo di un’estate

Mi trovavo sul set del remake di Stand by Me – Ricordo di un’estate. Ero stato invitato ad assistere alle riprese della scena più famosa del film: quella in cui i quattro dodicenni Gordie, Chris, Teddy e Vern trovano finalmente il cadavere di un loro coetaneo lungo la ferrovia. Alla fine del sesto giorno di visita, però, quella scena non era stata ancora girata.

Il bosco era pronto. I binari anche. Il cadavere pure. L’attore, una persona educatissima di quaranta, al massimo quarantacinque anni (motivi sindacali), per non sprecare il trucco, passava le pause sdraiato all’ombra a leggere una copia cartacea di Quel che resta del giorno, interrompendosi solo per bere e farsi ritoccare il colorito. La troupe era già al terzo catering. Il mio minibar era come una piscina comunale a Ferragosto: vuoto e già in trattativa con la muffa. Mancavano solo i quattro protagonisti.

«Stanno organizzandosi», mi disse un assistente produzione con il sorriso tirato di chi ha appena finito di convincere un investitore che il ritardo è, tecnicamente, uno sviluppo narrativo.

Mi mostrò la chat che gli aveva girato uno dei ragazzi, facendomi capire che si trattava di un grosso favore.

Chris: Raga pare ci sia un cadavere oltre il bosco.
Teddy: Partiamo.
Vern: Quando?
Chris: Domani.
Gordie: Sì.
Vern: Aspetta controllo.

(…)

Chris ha creato un sondaggio.
Quando andiamo?
◯ Domani ◯ Venerdì ◯ Sabato ◯ Domenica ◯ Dopo l’estate

Vern: Domani no.
Chris: Venerdì?
Teddy: Ripetizioni per il debito in matematica.
Chris: Sabato?
Gordie: Calcetto.
Chris: Domenica?
Vern: Rientriamo dal lago.

(…)

Chris: Raga è un cadavere.
Vern: Infatti non sto dicendo di no.
Chris: Allora quando?
Gordie: Alle nove.
👍👍👍

Ventidue minuti dopo.

Vern: Le nove vere?

Rilessi la conversazione diverse volte. Cercavo di capire se i colpevoli fossero i telefoni. Poi ricordai che con le grandi tecnologie succede sempre la stessa cosa: arriva un momento in cui smettono di essere il problema e diventano il posto in cui il problema prende appuntamento la realtà. Nessuno dei quattro stava cercando di evitare gli altri. Tutti volevano partire. Il problema era che, prima di poter vivere un’avventura, dovevano riuscire a sincronizzare quattro infanzie.

Nel 1959, l’anno in cui è ambientato Stand by Me, il lusso non era possedere un iPhone 17 Pro prima di poter guidare legalmente un motorino. Era avere un pomeriggio vuoto.

Oggi i bambini fanno più sport, più musica, più teatro, più coding, più campi estivi, più attività pensate per arricchirli. Sono tutte cose eccellenti. Sommate insieme producono però un curioso effetto collaterale: trovare quattro ore completamente inutili sta diventando un’impresa degna di un film d’avventura.

Avrei potuto già togliere il disturbo, ma nessun giornalista serio rinuncia a osservare un fallimento quando qualcun altro gli paga la colazione continentale. La mattina del settimo giorno riuscii finalmente a parlare col cadavere.

Fumava una IQOS seduto su una sedia da regista con scritto semplicemente CADAVERE.

«Come procede?»
«Sono qui da lunedì».
«Non sono ancora arrivati?»
Scosse la testa.
«Continuano a organizzarsi»
«Secondo lei arriveranno?»
«Sì».
Lo disse senza esitazione.
«Prima o poi un pomeriggio libero lo trovano tutti».
Fece una pausa.
«Il problema è un altro».
«Quale?»
«Che, se continuano così, nel frattempo potrebbero avermi raggiunto come età».

È stata la frase più intelligente che abbia sentito pronunciare da una comparsa su un set, esseri ancora viventi inclusi. Ma non si fermò lì.

«Per quarant’anni ho creduto anch’io che Stand by Me parlasse di me. È normale. Sono il cadavere. Tutti ricordano il cadavere. Ripensandoci, però, mi sembra racconti qualcosa di ancora più raro: un’amicizia che, per un paio di giorni, diventa il mondo intero.

Guardando oggi Gordie, Chris, Teddy e Vern (anzi, immaginandoli, visto che ho la netta sensazione che non si siano ancora mossi dal divano) mi colpisce una cosa che allora sembrava così naturale da risultare invisibile. All’epoca, una volta usciti di casa, quei benedetti ragazzi non potevano essere altrove. Non perché qualcuno glielo impedisse. Perché, semplicemente, non esisteva un altrove.

Per quei giorni di cammino il loro mondo aveva le dimensioni delle persone che riuscivano a vedere voltando la testa. In quelle persone finiva per entrare tutto il resto: la paura, la vergogna, il coraggio, le bugie, i sogni, perfino il silenzio. Il cadavere era quasi un pretesto escogitato dalla sceneggiatura per costringerli a restare insieme e camminare nella stessa direzione.

Un dodicenne contemporaneo può appartenere a molte più amicizie. Mi sembra una fortuna. Davvero. Ogni nuova amicizia aggiunge una stanza alla casa in cui si cresce. Ma ogni amicizia è anche più porosa, continuamente attraversata da altri mondi, altre richieste, altri fili che tirano nella direzione opposta. Non è cambiata la disponibilità ad appartenersi. Si sono moltiplicate…».

Non riuscì a finire perché le lacrime gli rigavano tutto il cerone. Per la miseria se gli faceva male leggere Kazuo Ishiguro.

Quando lasciai il set stavano ancora aspettando i protagonisti. Si erano lasciati con Geordie che scriveva: «Per me va bene qualsiasi ora». Tre cuori di reazione.

Il sole scendeva dietro gli alberi.
Il cadavere fumava una IQOS.
I binari erano esattamente gli stessi del 1986, forse anche del 1959.
«Se arrivano oggi mi avvisi?», gli chiesi.
Lui sorrise.
«Tranquillo».
«Prima o poi un pomeriggio libero lo trovano tutti».
Per un attimo gli credetti.