Spari al pronto soccorso di Prato: diffuse le immagini dell'agente che apre il fuoco per fermare il detenuto

Il poliziotto è indagato per tentato omicidio. Solidarietà del sindacato Sappe e del vicepremier Salvini. Tutti gli aggiornamenti

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I filmati di videosorveglianza del pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano di Prato ricostruiscono le fasi concitate della sparatoria avvenuta domenica scorsa all’interno della struttura sanitaria. Un detenuto di 22 anni, fermato in precedenza dopo aver tentato di introdurre droga e cellulari nel carcere della Dogaia, ha cercato di fuggire creando il caos con un estintore. Un agente della polizia penitenziaria di 29 anni lo ha colpito a una gamba esplodendo tre colpi ed è ora indagato per tentato omicidio. Le immagini, della procura, sono state diffuse dal quotidiano La Repubblica.

Le polemiche sulle indagini contro l’agente

La decisione della Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, ha sollevato immediate reazioni politiche. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è intervenuto a difesa del poliziotto: «Altro che tentato omicidio: ha semplicemente fatto il suo lavoro, fermato un pericoloso delinquente (peraltro già dimesso dall’ospedale)».

La ricostruzione della Procura e i filmati

Secondo le note diffuse dalla Procura, i rilievi sulle immagini mostrano l’agente mentre spara contro il giovane ammanettato in un locale chiuso dell’ospedale «dal quale non poteva uscire». Uno dei proiettili ha raggiunto il 22enne alla gamba, rendendone necessario il trasferimento all’ospedale di Pistoia per le cure.

La difesa del legale e le dichiarazioni del Sappe

L’agente coinvolto, originario di Airola (Benevento), si trova attualmente sotto supporto psicologico. Il suo legale, Vittorio Luigi Fucci, ha dichiarato che il poliziotto è «provato per quanto accaduto, sta effettuando sedute di sostegno psicologico… Ha esploso due colpi in aria scalfendo in parte la parete alta e il terzo verso il basso dopo che il suo collega, da quello che ho potuto capire, aveva chiesto aiuto, in una situazione complicata accentuata dalla “nebbia” provocata dall’estintore». L’avvocato ha inoltre chiesto l’applicazione delle tutele previste dalle ultime norme del Decreto Sicurezza, auspicando l’iscrizione nel modello relativo alle notizie di reato prive di rilevanza penale anziché nel registro degli indagati.

La nota del Sappe

Ulteriori dettagli sull’aggressione subita dalle forze dell’ordine arrivano da Francesco Oliviero, segretario nazionale del Sappe. «Piena solidarietà, umana e professionale, al collega della polizia penitenziaria indagato per tentato omicidio dopo aver utilizzato l’arma in dotazione nel tentativo di fermare la fuga di un detenuto dall’ospedale di Prato», è stata espressa da Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe). «Massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato, ma proprio per questo riteniamo che debbano essere gli atti, le indagini e infine il giudice a stabilire che cosa sia realmente accaduto» sostiene in una nota. «L’iscrizione del collega nel registro degli indagati – prosegue Capece – è già di per sé un fatto enorme. Le indagini sono appena iniziate e riteniamo doveroso evitare che una ricostruzione ancora necessariamente provvisoria finisca per assumere, nell’opinione pubblica, il valore di una verità già accertata». Il Sappe, sottolinea Capece, «non chiede alcun privilegio per il collega e non pretende che nessuno chiuda gli occhi davanti alla legge». «Chiediamo – prosegue – esattamente il contrario: che sia la legge, attraverso tutti gli strumenti di indagine e le garanzie del processo, a stabilire che cosa sia realmente accaduto. Se il collega ha sbagliato saranno gli accertamenti a dimostrarlo. Se invece ha agito nell’adempimento del proprio dovere, trovandosi a fronteggiare una situazione che in quei momenti ha percepito come pericolosa e nella quale doveva impedire una fuga, anche questo dovrà emergere con la stessa chiarezza. Essere indagati non significa essere colpevoli e questo principio deve valere per tutti, anche nella comunicazione pubblica».

L’episodio ha riaperto la discussione sulla gestione dei detenuti all’interno delle strutture sanitarie territoriali. Il sindacato di polizia penitenziaria evidenzia come gli invii quotidiani dal carcere al pronto soccorso si traducano spesso in codici di scarsa urgenza, esponendo personale e pazienti a potenziali rischi di sicurezza nelle sale d’attesa.