Silvia Salemi: «Mia sorella morì a 5 anni, la sua voce in una cassetta mi ha insegnato a parlare. I capelli rasati? Pensavo di non dover nascere, così dissi "esisto"»
Una voce rimasta chiusa per anni e un’altra, custodita dentro una vecchia audiocassetta, capace di restituirle le parole e di cambiare il corso della sua vita. Silvia Salemi porta per la prima volta a teatro la sua storia più intima con La voce nel cassetto, il one woman show che debutterà in anteprima nazionale il 31 agosto alle 21 al Teatro Nido dell’Aquila, nell’ambito della quarantesima edizione del Todi Festival.
Scritto da Silvia Salemi e Roberta Savona con Raffaello Fusaro, che firma anche la regia, partendo dal backstage di un grande evento simile al Festival di Sanremo per tornare all’infanzia siciliana dell’artista. Al centro del racconto c’è Laura, la sorella scomparsa a soli cinque anni a causa di un tumore, e il registratore ritrovato da Silvia in un cassetto quando era ancora una bambina. A Leggo, Silvia Salemi racconta la genesi dello spettacolo, i dieci anni trascorsi lontano dalle scene per crescere le figlie e il legame che continua a sentire con Laura.
Il titolo dello spettacolo richiama proprio la registrazione ritrovata nel cassetto. Quanto è centrale quella voce e perché ha atteso così a lungo prima di portarla in scena?
«Mia sorella era una bambina nata nel 1974, quando non esistevano telefoni o video con cui registrare continuamente ogni momento. Avere una cassetta che riproduce fedelmente la voce di Laura rappresenta per me un reperto dal valore inestimabile, perché quella voce non potrei più ricostruirla in nessun altro modo. Ho atteso questo spettacolo per tanti anni: anche lui è rimasto nel cassetto, proprio come suggerisce il titolo. Oggi ha finalmente preso forma perché sono maturate le condizioni personali, professionali ed emotive per raccontarlo. Quindici o vent’anni fa non lo avrei fatto nello stesso modo».

Qual è la storia autobiografica dalla quale nasce tutto?
«È la storia vera di una famiglia colpita dal più terribile dei lutti e di come quella perdita si sia intrecciata profondamente con la mia vita e con il mio percorso artistico. Nello stesso giorno in cui mia mamma venne a sapere che la malattia di Laura era incurabile, scoprì di essere incinta di me. Il medico le disse: “Carmela, una te la toglie e una te la dà. Non devi pensare di lasciare andare questa bambina”. Lei portò avanti con coraggio una gravidanza in una situazione difficilissima. Oggi, da madre, non so se ce l’avrei fatta: vivere in ospedale accanto a una figlia malata e contemporaneamente affrontare una gravidanza non è una passeggiata. Inizialmente ci pensò, poi decise che quella nuova vita sarebbe stata un dono. Tutto è cominciato da lì. Io ero una bambina sana. Quando mia sorella morì, avevo un anno e mezzo e la mia casa piombò in un silenzio assordante. Nessuno mi parlava o mi stimolava e io smisi di emettere suoni, mi bloccai. A cinque anni trovai nel cassetto di mia madre un registratore con una cassetta. Premetti “play” e sentii una bambina parlare e un’altra, molto più piccola, risponderle: quella bambina ero io. In quel momento compresi che sapevo parlare e cominciai a fare da sola delle prove acustiche, nascosta in uno stanzino, per provare a tirare fuori quella voce».
Voleva ricreare il dialogo con sua sorella?
«Volevo dimostrare a me stessa che quella vocina ascoltata nella registrazione esisteva davvero e che ero proprio io. All’inizio riuscivo a produrre soltanto dei suoni, poi quei suoni sono diventati canzoni e attraverso le canzoni sono tornate anche le parole. Ho imparato prima a cantare che a parlare. Ho compiuto questo percorso di nascosto per circa un anno. Il primo giorno di scuola mi sono girata verso mia madre e le ho detto: “Ciao”. Lei è rimasta sconvolta e mi ha risposto: “Parli?”. Non sapeva nulla di quello che avevo fatto da sola. Da quel momento non mi sono più fermata. È arrivata la gavetta, il Karaoke di Fiorello, Castrocaro e poi Sanremo Giovani. Tutto si è concatenato in maniera quasi magica».

La regia evita il melodramma nonostante la durezza della vicenda. Come avete trovato questo equilibrio?
«Lo spettacolo si è diviso quasi naturalmente in due parti e abbiamo voluto mantenerlo così. La prima è molto ironica: ci sono leggerezza e momenti nei quali si sorride. Nella seconda, invece, arrivano i pugni nello stomaco. Racconto, per esempio, quello che accadde dopo Sanremo. I medici dell’ospedale Umberto I di Catania videro in televisione una ragazza di 19 anni, Salemi e originaria di Palazzolo Acreide. Facendo due conti capirono che potevo essere soltanto la bambina che mia madre portava in grembo mentre percorreva i corridoi dell’ospedale con Laura. Telefonarono a mia madre e le domandarono: “Signora Salemi, quella è sua figlia? Noi ci ricordiamo di una bambina che non c’è più”. Poi mi invitarono a incontrare i bambini del reparto oncologico».
In quel periodo aveva i capelli completamente rasati.
«Arrivai nel reparto con la testa rasata e cercai di essere volutamente spavalda. Quei bambini non avevano i capelli corti perché erano rockstar, ma perché stavano affrontando una malattia. Io volevo trasmettere loro un messaggio forte: in quel momento il taglio rasato era anche il simbolo di una vittoria. Volevo dire: “Non siete brutti, non siete antiestetici.
Siete bellissimi e a voi andrà bene". È come se mia sorella fosse lì, in quelle stanze, e mi dicesse: “Adesso tocca a te dare una mano con la musica e con la forza”. La voce ritrovata ha portato gioia alla mia famiglia e mi ha regalato tutto ciò che ho oggi. Anche il padre delle mie figlie l’ho conosciuto cantando durante un concerto. È come se Laura mi avesse restituito ogni cosa».Perché a 19 anni scelse proprio quel taglio così estremo?
«Volevo essere vista. Dentro di me portavo quello che definisco un peccato ancestrale: l’idea di essere arrivata nel momento sbagliato e di non dover nascere. Ho trascorso gran parte della vita cercando di dare il minor fastidio possibile e di essere utile agli altri. Tagliare i capelli fu una ribellione e un modo per dire: “Sono nata, ci sono, esisto”. Quella ragazza con il taglio corto è la stessa che ha affrontato Castrocaro, Sanremo e poi tutta la carriera con la medesima grinta».
Dopo trent’anni nel mondo dello spettacolo si sente ancora parte di quell’ambiente?
«Ne faccio parte perché è il mio lavoro, ma non lo frequento molto. Non perché lo disprezzi. Non sono una festaiola. Io sono la mia isola e sono la Sicilia: la incarno in tutto. Non significa che sono sola o distante dagli altri, ma che vivo in una dimensione molto personale, fatta di interiorità e riflessione. La musica, i concerti e il pubblico richiedono invece una parte di te che devi essere pronta a donare, altrimenti vieni sbranata e non hai più nulla da dare».
Tornerebbe al Festival di Sanremo?
«Sanremo è una settimana che ti sbrana e ti prosciuga, però ben venga. È una grande consacrazione, io l’ho sognato e l’ho scritto nel mio diario quando avevo undici anni. Se tornasse l’occasione, la vivrei sapendo che quel palco richiede tutto».
Per crescere le sue figlie ha messo in pausa la carriera per dieci anni. Come hai vissuto quella scelta?
«Non volevo essere una superwoman. Sono consapevole di aver potuto compiere questa scelta perché c’era mio marito che lavorava e non avevo l’ansia di dover portare necessariamente uno stipendio a casa. Allo stesso tempo, i miei genitori erano giovani ma vivevano in Sicilia, a mille chilometri di distanza, e i miei suoceri non c’erano più. Non avevo un sostegno familiare vicino e mi sono anche un po’ imposta quella decisione. C’è stato comunque un prezzo molto alto da pagare. Nel nostro mestiere, se non ci sei per dieci anni, quando torni rischiano di non ricordare neppure come ti chiami. Nessuno ti fa un applauso perché hai cresciuto le figlie, le hai accompagnate a scuola e le hai viste nuotare per la prima volta. Quando rientri, ricominci quasi da zero».
Ha avuto paura che non ci fosse più spazio per lei?
«Mentre ero a casa sono arrivate nuove cantanti, come Emma e Alessandra Amoroso. Sono ripartita con umiltà, proponendo nuove canzoni, nuovi dischi e tornando poco alla volta a fare ospitate. Intanto guardavo crescere le mie figlie e quello, per me, è stato il più grande dei patrimoni. Oggi sono ragazze serene, assennate, educate e vanno molto bene a scuola. Non dico che sia un merito, ma sicuramente dietro c’è stato un impegno costante. Rifarei quella scelta ogni giorno».
Che rapporto hanno le sue figlie con la storia di zia Laura?
«Continuano a farmi domande: “Zia Laura faceva questo? Era così?”. Non l’hanno conosciuta e non hanno respirato direttamente la sua presenza, ma credo avvertano quanto quella storia abbia reso magica tutta la concatenazione della mia vita. È una sorta di motore immobile: un legame che materialmente non c’è più, ma che continua a produrre effetti».
Che ricordi ha lei di sua sorella Laura?
«Non posso avere ricordi perché avevo soltanto un anno e mezzo. Ho però quelli che mi ha trasmesso mio fratello: mi racconta che giocavano insieme e che lei era molto protettiva nei miei confronti. La cassetta lo conferma. Dall’ospedale mi dava la buonanotte e mi diceva: “Quando torno a casa giochiamo”. Lo spettacolo termina proprio con la sua voce: “Ciao, buonanotte Silviuccia, buonanotte Paoluccio, buonanotte mamma, buonanotte papà. Quando torno a casa giochiamo”. Laura parlava delle medicine, della febbre e diceva che, quando sarebbe andata da Gesù, avrebbe lasciato a me tutti i suoi giochi».

Se oggi potesse parlare con Laura, che cosa le direbbe?
«Le chiederei: “Sto facendo bene?”. E poi le direi: “Continua a seguirmi, continua a seguirmi”. Io le parlo e sento che mi protegge. Ho fede e, quando hai fede, possiedi uno scudo potente».
Diventando madre ha compreso diversamente anche il dolore della sua mamma?
«Non ho avuto bisogno di dirle qualcosa: ho guardato. Ho visto tornare la luce negli occhi di mia madre soltanto quando ha preso in braccio la sua prima nipotina. Quella nuova vita è stata il momento in cui non ha superato il dolore, perché la perdita di un figlio non si supera mai, ma ha lenito per un istante quella dannazione eterna. In quel momento l’ho vista provare una gioia piena, senza ombre. Era presente e il suo sguardo diceva finalmente: “Sto sentendo qualcosa di bello”».
Ultimo aggiornamento: lunedì 31 agosto 2026, 05:00
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