Sheep in the Box, la recensione: lutto, memoria e IA nel nuovo film di Kore-eda

E se poteste riavere accanto chi avete perduto grazie a un algoritmo? Kore-eda torna al cinema con Sheep in The Box, un viaggio toccante tra lutto, architettura e legami che vanno oltre il sangue.

Una scena del film Sheep in The Box

Il rischio nel raccontare l'intelligenza artificiale al giorno d'oggi risiede nel fatto che qualsiasi elemento sembri un problema contingente o futuristico, domani sarà già obsoleto. Le IA corrono molto più veloci di noi e il loro sviluppo è ormai talmente rapido che fatichiamo a rimanere aggiornati. Un grande autore, però, sa interpretare il fenomeno declinandolo in modo da affrontare concetti senza tempo, riflettendo sull'oggi e raccontando l'animo umano attraverso una mente artificiale.

È il caso di Hirokazu Kore-eda e del suo Sheep in the Box (Hako no Naka no Hitsuji), lungometraggio presentato a Cannes che arriva finalmente nelle nostre sale dal 27 agosto. Delicato e intenso, il film parla di lutto, famiglia e appartenenza con una sensibilità rara e una forza inaspettata.

I ricordi in un codice

Otone e Kensuke Komoto hanno da poco affrontato il dolore peggiore di tutti: la perdita di un figlio. Nonostante la loro quotidianità sia tornata a una confortante routine (lei è un'architetta, lui lavora per un'impresa edile), il dolore ovviamente non è scomparso. Quando la donna viene a sapere che un'azienda tech è in grado di creare robot umanoidi capaci di replicare alla perfezione le fattezze, la voce e i comportamenti di un defunto, decide di tentare pur di riavere indietro anche solo un vago ma vivo ricordo del suo Kakeru.

Sheep In The Box Immagine Film

La famiglia Komoto

Nonostante le rimostranze del marito, a casa loro arriva un'IA spaventosamente uguale al piccolo, pur priva delle esperienze di vita che lo caratterizzavano. Il nuovo Kakeru inizia così a fare esperienza del mondo e a cercare di comprendere le dinamiche affettive umane, acquisendo sempre più consapevolezza e mostrando un particolare interesse per l'arte e i meccanismi dell'architettura.

Oltre il sangue: la famiglia secondo Kore-eda

Una tematica cara a Hirokazu Kore-eda è quella della famiglia nella sua accezione più ampia: un gruppo di persone mosse da sentimenti di comunità e affetto che decidono deliberatamente di formare un nucleo, un rifugio sicuro per l'anima. Titoli come Un affare di famiglia, Father and Sons e molte altre sue opere raccontano, infatti, come ad unire le persone non sia il sangue, bensì qualcosa di più profondo e intenso; ed è in questa ideale costellazione di pellicole che si inserisce anche Sheep in the Box.

Sheep In The Box Scena Film

Una scena di Sheep in the Box

La storia di Kakeru e dei Komoto presenta una miriade di chiavi di lettura che finiscono per convergere tutte in questo tema. Il racconto dell'intelligenza artificiale diventa quindi un pretesto non solo per agganciarsi al presente, ma soprattutto per aprire una riflessione sul concetto di vicinanza (emotiva prima che fisica) e di affettività.

Kakeru simboleggia il lutto e allo stesso tempo la vita: nasce per aiutare Otone e Kensuke ad elaborare la perdita, ma ben presto diventa qualcosa di più di un semplice strumento. Nel fare esperienza del mondo scopre attitudini e un pensiero esclusivamente suoi, che lo portano a sviluppare una propria visione del mondo, a cercare di capire chi lo circonda e l'impatto che ciascun essere ha sull'ambiente. Il concetto di convivenza si allarga e si fa più ampio, assumendo poi velate sfumature ambientaliste.

Fantascienza e architettura dell'anima

Sheep in the Box non è quindi un film sull'Intelligenza Artificiale in senso stretto, e chi si aspetta un'opera di pura fantascienza potrebbe rimanere deluso. Tuttavia, questo approccio all'IA è forse uno dei migliori possibili in un momento di continui stravolgimenti tecnologici.

Sheep In The Box Scena

I protagonisti del film

La regia rimane coerente con la cifra stilistica del cineasta giapponese. Immagini delicate accompagnano un racconto intimo, dove la rappresentazione degli spazi gioca un ruolo fondamentale, sostenendo una narrazione quasi filosofica dell'architettura. Gli spazi urbani si fondono con la natura in un'armonica convivenza che traduce in visioni il cuore di un film ispirato e intelligente, capace di raccontare non il futuro, ma tutto ciò che ci rende davvero umani.

Conclusioni

Più che una storia di fantascienza sull'intelligenza artificiale, l'opera di Hirokazu Kore-eda si rivela una riflessione intima e senza tempo sull'elaborazione del lutto e sul significato profondo della famiglia. Evitando le trappole di una tecnologia destinata a invecchiare in fretta, il regista utilizza la mente artificiale come un pretesto per esplorare la natura dei legami e dell'affettività. Sostenuto da una regia delicata in cui l'architettura e lo spazio diventano elementi narrativi, il film supera i confini del genere per concentrarsi su tutto ciò che ci rende autenticamente umani.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

2.0/5

Perché ci piace

  • L’IA non come semplice espediente narrativo.
  • L’elegante cifra stilistica di Hirokazu Kore-eda.
  • La scrittura dei personaggi.

Cosa non va

  • Può trarre in inganno chi cerca il classico film di fantascienza.