"Senza piogge, 10-15 giorni d'autonomia": la crisi idrica colpisce i
TRENTO. Dal caldo record del 2003 all'imponente siccità del 2022, tra temperature eccezionali e un'emergenza idrica che non accenna a risolversi, i paragoni ormai si sprecano per cercare di descrivere quanto sta avvenendo in questa estate 2026 – che sembra destinata a rappresentare un nuovo spartiacque nella sempre più rapida evoluzione della crisi climatica.
E dopo gli appelli e gli allarmi arrivati dalla pianura – in Veneto l'emergenza idrica è scattata il 1 luglio, dalla Lombardia è arrivata al Trentino la richiesta per maggiori rilasci nel lago d'Idro – e le contromisure prese dalle amministrazioni locali anche in diverse zone del Trentino Alto Adige, con l'approssimarsi del picco della stagione turistica grosse difficoltà vengono segnalate anche dai rifugi di montagna, dove in molti casi l'acqua scarseggia.
“Per quanto riguarda le nostre 35 strutture dislocate sul territorio regionale – spiega a il Dolomiti il presidente del Cai Veneto, Francesco Abbruscato – mediamente possiamo stimare un'autonomia sul fronte idrico di circa 10-15 giorni in assenza di piogge importanti. Poi sarà un grosso problema”. In altre parole, dopo un inverno con poche nevicate, l'insieme di altissime temperature, scarse precipitazioni e forte presenza turistica ha ridotto all'osso le disponibilità d'acqua delle strutture in quota, che se dovessero finire 'a secco' sarebbero costrette, di fatto, a chiudere.
In Trentino la situazione è invece più diversificata, dice il presidente della Sat Cristian Ferrari, e la problematica si presenta con intensità diverse in base alle diverse zone geografiche di riferimento: “L'ambito dolomitico – spiega – è quello messo peggio, la situazione è simile a quella che si registra in Veneto. La crisi si sente un po' di meno nel territorio dell'Adamello, per esempio, o sul Lagorai. Ma la problematica è ben presente e si lega non solo alla riduzione degli apporti delle sorgenti, ma soprattutto alla massiccia presenza antropica”.
Già negli scorsi giorni, il Cai Veneto aveva discusso della questione con le autorità della Provincia di Belluno, convergendo sulla necessità di elaborare degli interventi per aumentare la resistenza e la resilienza delle strutture d'alta quota di fronte agli effetti del cambiamento climatico.
“Ad oggi – dice ancora Abbruscato – non possiamo fare altro che sperare che la pioggia arrivi, ma a fine stagione sarà necessario pensare seriamente a una serie di interventi da mettere in campo, dai bagni a secco a strategie per ridurre ulteriormente il consumo d'acqua. Allo stesso tempo dovremo lavorare sul fronte della sensibilizzazione: molte delle persone che frequentano la montagna scambiano i rifugi per degli autogrill. E con questa pressione antropica in quota la situazione è ingestibile: se alla riduzione degli apporti garantiti dalle sorgenti, sotto stress per la mancanza di precipitazioni, si accompagna un continuo aumento del consumo idrico è chiaro che la disponibilità d'acqua sarà sempre più un problema. Una delle scelte possibili per chi decide di andare in montagna, per esempio, potrebbe essere quella di portarsi nello zaino la propria acqua”.
E nel contesto veneto c'è già chi ha comunicato una stretta sia sulla possibilità di effettuare docce che sull'utilizzo dei servizi (Qui Articolo): “Proprio i bagni – continua il presidente del Cai Veneto – rappresentano una delle voci di consumo più importanti. Uno sciacquone consuma tra i 6 e gli 8 litri d'acqua: se a pranzo un rifugio serve 50 o 60 persone, si possono consumare oltre 500 litri come niente. E quando le riserve d'acqua finiscono, per molti contesti l'unica possibilità di rifornimento è rappresentata dai viaggi in elicottero, con i quali è possibile trasportare circa 800-900 litri alla volta: la problematica però è presente su tutto il territorio ed è chiaro che, a livello etico e ambientale, l'utilizzo continuativo e prolungato degli elicotteri è impensabile. Un rifugio in piena stagione arriva a consumare tranquillamente anche 2 o 3 mila litri di acqua al giorno e, in vista di Ferragosto, la situazione non potrà che peggiorare”.
Di fronte numeri di questa portata, aggiunge Ferrari, chiudere per esempio il servizio doccia rappresenta certamente un modo per risparmiare risorsa idrica, ma la sfida di fondo è rappresentata dai numeri di turisti che, ogni anno di più, arrivano nelle strutture di montagna. “Pensiamo solo a chi si lava le mani o utilizza i servizi. In questa fase di siccità siamo in molti casi di fronte a una riduzione delle portate delle sorgenti che alimentano i rifugi, ma di fronte al numero di persone che abbiamo visto in montagna negli ultimi anni anche solo l'utilizzo del bagno rappresenta un problema significativo. Durante la stagione, a causa della mancanza d'acqua, al rifugio Rosetta Giovanni Pedrotti sulle Pale di San Martino si devono per esempio portare in quota i bagni chimici: naturalmente vanno svuotati e i rifiuti vanno poi portati a valle, richiedendo un impegno molto maggiore. Ma almeno si risparmia sullo sciacquone”.
Oltre agli escursionisti che arrivano in montagna per le vacanze, poi, nella gestione delle scorte idriche bisogna tenere conto anche delle esigenze di chi nelle strutture vive e lavora. "In molti casi - continua il presidente della Sat - parliamo anche di 15-20 persone, che naturalmente hanno bisogno di acqua per le normali attività quotidiane. Guardando al dato complessivo dei consumi, per quelle strutture che possono 'pescare' acqua da un lago vicino o sono connesse all'acquedotto il problema è relativo: per altre, e in particolare per chi si appoggia a sorgenti con una netta stagionalità, una fase di scarse precipitazioni come quella che stiamo vivendo è estremamente problematica. Oltretutto, le uniche piogge che abbiamo visto in questo periodo sono state legate a episodi estremamente intensi e veloci: la roccia però non è in grado di assorbire le precipitazioni come fa il terreno, rendendo molto più difficoltosa la ricarica delle sorgenti”.
Dopo un bando ad hoc del Cai nazionale, dice Abbruscato, in Veneto molte strutture si sono dotate di vasche di raccolta dell'acqua piovana proprio per far fronte alla situazione: “Il problema è che quest'anno sono mancati gli apporti di precipitazioni tra inizio giugno e luglio. E il gran caldo non fa che peggiorare la situazione: il cambiamento climatico ci sta presentando il conto. Qualche rifugio oggi sta già facendo affidamento sul trasporto di acqua in quota con l'utilizzo di elicotteri, ma come anticipato non può essere questa la soluzione. D'altra parte non si possono però nemmeno chiudere i bagni”.
In definitiva, in assenza di acqua lo scenario peggiore per le strutture in quota è quello di essere costrette a chiudere, proprio nel cuore della stagione estiva. Un disastro non solo per i gestori, ma anche per tutti i dipendenti – oltre che un danno per l'intero comparto turistico di montagna. Per questo, sottolineano nuovamente Cai Veneto e Sat, diventa fondamentale ridurre i consumi e promuovere un utilizzo più consapevole della risorsa idrica.
“Qualcuno – aggiunge Ferrari – arriva a chiedere ai gestori delle strutture di potersi fare la doccia sia la sera che la mattina. E in alcuni casi chi trova le docce chiuse per mancanza di acqua arriva addirittura a consumarne decine di litri lavandosi nel lavandino. Manca spesso una comprensione della situazione in cui ci si trova quando si va in montagna. Bisogna rendersi conto che se l'acqua finisce, le strutture sono costrette a chiudere”.