Seconda città campana, Giugliano tallona Salerno: il sorpasso è più vicino
E adesso chi lo dice a Vincenzo De Luca? Sette persone e Giugliano diventa la seconda città della Campania, scalzando Salerno. Il sorpasso è questione di ore, visto il trend del 2026, con la città del Napoletano che ha guadagnato da gennaio oltre 300 residenti, arrivando alla quota di 125.097 abitanti, e Salerno che ne ha persi 219, fermandosi a 125.104. Sette residenze. Due famiglie, forse. Un soffio. Per conservare la posizione, l’ex governatore della Campania dovrebbe lanciarsi in una guerra di annessione (mai dare suggerimenti) verso Vietri o, per essere più sicuri, verso Eboli o Cava, che porterebbero un “bottino” di abitanti ben più consistente. O sognare la Grande Salerno, un solo comune con tutta la provincia dentro, e ovviamente un solo sindaco il cui nome non è nemmeno necessario dirlo. Insomma, correre ai ripari per quella che, sul filo dei dati statistici, appare solo come una curiosità demografica ma sul piano delle direttrici di sviluppo territoriale ha più di un significato.
La crescita di Giugliano in Campania è un dato ormai consolidato, noto da anni. Un caso unico tra le città italiane. Il primo comune d'Italia non capoluogo di provincia, l'unico fra questi al di sopra dei 100mila abitanti. Ma non solo: Giugliano – ottava città del Sud - occupa la 32esima posizione tra i comuni italiani, superando di gran lunga capoluoghi di Regione come Ancona, o di provincia come Trento, Vicenza, Bolzano, Pescara, Siracusa. Altrove, insomma, Giugliano avrebbe una Prefettura, una Questura, tutto quello che una provincia possiede. E qui, invece, è solo un enorme agglomerato di case e persone, strade malridotte, intersezioni con altri comuni, un viaggio sulla strada degli americani (la circumvallazione esterna, collegamento sul modello delle Highway fatto dagli alleati dopo la Seconda Guerra Mondiale) tra l’entroterra desolato e una fascia costiera che arranca, una distesa di case più o meno a buon mercato, una pallida stazione della Metropolitana dalle corse sporadiche che finiscono alla periferia di Napoli, la base Nato di Lago Patria e perfino una vecchia e dismessa stazione delle Ferrovie dove non passano più i treni.
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Nessun vero tessuto industriale (laddove un tempo c’erano Alenia, Pirelli, l’area Asi) e nemmeno più una radicata agricoltura. Insomma, un vasto contenitori di abitanti che, per lo più, lavorano altrove e qui vengono per gran parte a dormire, seguendo un flusso di espulsione demografica dai quartieri napoletani che si svuotano di autoctoni e si riempiono di turisti, mentre anche le radici storiche e culturali (da Scipione l’Africano a Giovan Battista Basile) lentamente sbiadiscono dentro una identità che sfuma di pari passo alla crescita dei residenti.
Diecimila abitanti all’Unità d’Italia, poco più di 20mila alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Poi il boom. Una crescita inarrestabile dagli Anni Novanta. Cinquantamila abitanti in più tra il 1991 e il 2001. Una città nella città in dieci anni. Il boom edilizio, i prezzi popolari, interi quartieri nati dalle terre, dalle campagne, da vecchie masserie. Consegnando, su una estensione di 94 chilometri quadrati, un colossale agglomerato di palazzi senza una vera economia territoriale, con un disegno di sviluppo che moltiplica gli abitanti, dimezza gli spazi, non adegua i servizi e struttura metropoli sul corpo dei paesi, portandoli a barcollare uno appoggiato all’altro, visto che intorno alla mastodontica Giugliano crescono anche Marano (oltre 60mila abitanti), Mugnano, da un lato, Frattamaggiore dall’altro, formando di fatto un’area vasta da oltre 300mila abitanti che in qualunque parte sviluppata del mondo sarebbe capoluogo e qui non ha né capo né luogo, ha solo case, case, case, e auto incolonnate al mattino presto per uscire, la sera per tornare.