Se la stampa è digitale: l’innovazione secondo. Durst group

CHRISTOPH Gamper ama la montagna, i cavalli e l’innovazione. Proprio quest’ultima è al centro del suo lavoro ogni giorno in Durst, azienda mondiale attiva nella stampa digitale con i piedi ben piantati a Bressanone e uno sguardo internazionale. La sede di Bressanone rappresenta il cuore del gruppo e riflette un modello che combina radicamento territoriale, legame con la famiglia, investimenti di lungo periodo e apertura ai mercati internazionali.

Nasce da qui Durst Como, un il nuovo polo produttivo e tecnologico dedicato alla stampa tessile digitale nel distretto comasco. Il progetto amplia la capacità industriale del gruppo e integra nel suo network internazionale le competenze sviluppate in uno dei principali ecosistemi tessili al mondo. A novant’anni dalla fondazione, Durst si presenta non più soltanto come produttore di sistemi di stampa, ma come un gruppo tecnologico impegnato nella trasformazione digitale della manifattura. Con l’obiettivo dell’impatto zero, come dice Gamper, che ha fondato D3-AM, la divisione di Durst dedicata alla produzione additiva di ceramiche tecniche come il carburo di silicio.

Christoph Gamper, partiamo dall’inizio. "Durst è nata a Bressanone nell’ambito della fotografia, grazie all’intuizione di due fratelli, uno era un fotografo, l’altro era un ingegnere. Il fotografo aveva il problema che il suo ingranditore non funzionava bene e l’altro fratello, l’ingegnere, ha detto, ‘Beh, questa cosa possiamo farla meglio’. Racconto questo piccolo episodio per dire che già dalle origini, Durst ha una vocazione innata all’innovazione. Son seguite camere, poi ingranditori professionali e molte altre innovazioni, fino alla stampa digitale. Da allora sono passati 90 anni".

Oggi vi occupate di stampa industriale. I grandi pannelli attorno al Duomo di Milano, per esempio sono vostri. In cosa siete cambiati? "Già negli anni Novanta Durst ha capito che il digitale era una via, e ha lavorato in quella direzione. Un primo salto l’ha fatto creando un sistema che si chiamava Lambda, un laser su carta fotografica, per sostituire la stampa col processo chimico. Da lì è partito il digitale. Abbiamo cominciato con la grafica, con il cosiddetto gran formato, che si vede dappertutto in pubblicità, per poi stampare in digitale la ceramica e il packaging industriale dei grandi edifici, per esempio il Duomo di Milano. Della maggior parte delle piastrelle che si trovano nei bagni in Italia e nel mondo, oltre l’80%, sono realizzate con un nostro sistema di stampa digitale".

L’innovazione è da sempre il vostro spirito guida? "Direi di sì. Dopo la stampa delle piastrelle abbiamo chiesto ai nostri clienti delle loro esigenze e abbiamo cominciato con Labeled Packaging, ma anche con la stampa sul tessile, soprattutto grandi pannelli che ricoprono monumenti. Per noi è importante innovare i processi".

Lo fate anche con l’intelligenza artificiale? "Sì, soprattutto per la prediction di quello che sta succedendo nella fabbrica. Facciamo macchine, software, hardware, processi in tutto il mondo, siamo specialisti nel nostro campo e puntiamo ad essere sempre i numero uno".

Cosa significa per lei avere la governance di un’azienda che ha così tanti anni di storia, ma che punta all’innovazione? "È una responsabilità abbastanza grande. Sono in azienda da 15 anni ormai. Allora fatturavamo 60 milioni di euro, ora 430".

Innovazione sì, ma con i piedi ben radicati nelle montagne di Bressanone… "Io credo che il territorio sia tutto. La competenza digitale oggi è molto, molto veloce. Però noi lavoriamo qui, respiriamo questa aria, abbiamo un’idea del lavoro e della vita. Il radicamento nel territorio non è solo totale, ma è fondamentale".

A proposito di innovazione, la fotografia forse è il mezzo, il linguaggio, che più è cambiato nel tempo. Come riuscite a tenere assieme passato e futuro? "La fotografia da cui tutto è partito è ancora importante per noi. Oggi lavoriamo nella grafica, nella stampa e ci è rimasta nel Dna scegliere la strada migliore, più innovativa, ma anche i materiali più giusti per ogni singolo progetto. Materiali che devono rispondere a due esigenze, essere belli e sprecare il meno possibile. Perchè, se scegli il materiale giusto, riesci a farlo in maniera sostenibile. Non è sempre facile, ma per noi è importante combinare due aspetti: funzionalità e bellezza".

Lei ha vissuto negli Stati Uniti, cosa ha portato con sè a Bressanone? "Io sono cresciuto nell’Alto Adige. La mia prima formazione era al monastero con i benedettini. Poi ho studiato a Innsbruck, prima di andare a Boston, alla Boston Business School e lì mi sono specializzato su in informatica ed economia. E poi ho fatto un master, sempre negli Stati Uniti. Ho provato a portare in Azienda le cose buone che visto nella Silicon Valley, lasciando là quelle che non mi piacevano. Forse è per questo che Durst è diventata un po’ unicorno. Abbiamo i piedi ben radicati nelle nostre montagne, lo sguardo rivolto al mondo, uno spirito moderno e una indole alla sostenibilità. La nostra è una tradizione, italiana, europea, altoatesina".

Cosa significa in pratica? "Le persone che entrano qui per lavorare devono in primis essere felici. La prima cosa che ho fatto, quando sono diventato ceo? Pensare una mensa con una cucina dove ho messo tre cuochi, con prodotti a chilometro zero. Perchè se mangi bene, stai meglio e pensi meglio. Poi ho detto a tutti che si potevano sedere dove volevano, una cosa molto americana, perchè il rispetto della persona viene prima del ruolo operative in azienda. Questo si è amplificato nel periodo del Covid, dove abbiamo capito che la qualità di vita era davvero importante. Sono cose semplici, che, però aiutano a vivere e a lavorare meglio".