Scuola, le linee rosse del Quirinale: viene prima il diritto allo studio (ispirandosi alla circolare di Mattarella di 36 anni fa)

«Costituzionalizzare» il decreto. Disinnescare, prima che esplodano sul tavolo del presidente della Repubblica, le mine che il testo in lavorazione tra ministero dell'Istruzione e Palazzo Chigi potrebbe contenere. È con questo spirito che i giuristi del Quirinale, capitanati dal consigliere giuridico del presidente Daniele Cabras, stanno lavorando al provvedimento sul tetto agli stranieri nelle classi. Ma se sia più un'opera di cesello o piuttosto (come sembra) di pala e piccone, è difficile dirlo. Inutile bussare alla porta del Colle per i dettagli delle correzioni richieste o avanzate: «Si sta lavorando» per risolvere i «problemi» che sono emersi, è la risposta. Tanto più che un testo definitivo, ieri pomeriggio, al palazzo che fu dei Papi ancora non era stato recapitato. Il confronto tra uffici però è continuo, in vista dell'approdo di quello che dovrebbe essere un decreto legge sul tavolo del Cdm di oggi. E un primo risultato questo filo diretto sembra già averlo raggiunto. Tanto che il ministro Valditara ieri ha parlato della previsione di «deroghe» dove rispettare quel limite del 30% non fosse possibile.

Diritto primario

Perché il punto centrale, per Sergio Mattarella, resta uno e uno soltanto: garantire il diritto allo studio. E garantirlo «a tutti», come impone il dettato della Carta. Anche ai ragazzi stranieri. È in questa chiave che va letta la richiesta di stabilire un raggio piuttosto stringente, nell'ordine di pochi chilometri, alla distanza massima entro cui uno studente straniero potrebbe essere "spostato", per così dire, per rispettare il tetto del 30%. Non si può rischiare che un ragazzo venga dirottato dalla parte opposta della città perché non parla l'italiano: il pericolo, concreto, è che poi a scuola non ci vada più. E per Mattarella il diritto all'istruzione è una linea rossa. Invalicabile. Un bene prezioso, che non può essere messo a rischio per quelle che a più d'uno al Colle sono apparse più come esigenze da campagna elettorale «intempestiva», per citare proprio un discorso del capo dello Stato.

E quindi: bene ogni misura che serva a evitare classi «ghetto», principio a cui del resto si ispirava la circolare del 1990 redatta da Mattarella nei panni di ministro dell'Istruzione e citata l'altra sera dalla premier. Purché non confliggano con il «primario diritto» dei ragazzi ad andare a scuola. Specie per quanto riguarda realtà territoriali piccole, come potrebbero essere le isole. Che si fa se un'altra scuola non c'è? Se come annunciato da Valditara il testo del decreto conterrà apposite (e ampie) deroghe e fondi per assumere nuovi insegnanti e formare nuove classi, dal Colle arriverà luce verde.

Tra i giuristi del Quirinale qualcuno in queste ore ha anche avanzato una battuta, a mo' di suggerimento al governo: perché non «ispirarsi» proprio a quelle due circolari di Mattarella di 36 anni fa? Recuperandone lo spirito, quantomeno. Due documenti (non vincolanti come sarebbe invece una legge) che prevedevano sì di rispettare «ove possibile» il limite di cinque stranieri per classe, ma che rimarcavano il valore dell'integrazione e dell'inclusione. Il provvedimento del governo invece, almeno nelle sue formulazioni iniziali, non è stato ritenuto ispirato alla stessa logica.

L'accusa

E allora rieccoci all'opera di confronto e di ritocco di queste ore. Tesa in qualche modo ad avvicinare il più possibile il decreto alla "ratio" che ispirò le circolari di Mattarella ministro, che la premier ha citato in tv per coprirsi dall'accusa di una norma fatta contro gli stranieri.

Quanto all'accusa arrivata invece sottovoce da Fratelli d'Italia, secondo cui il discorso del presidente da Amatrice sulla scuola come «leva di integrazione» sarebbe stata una risposta a Meloni, al Colle alzano le spalle: l'intervento era già scritto prima e non ci sono state aggiunte dell'ultimo minuto. Prova ne sia che anche negli anni precedenti, sempre inaugurando l'anno scolastico, il capo dello Stato aveva toccato proprio gli stessi temi.

Tensioni e sospetti sotterranei destinati forse a restare tali: dopo le parole di Meloni a Cinque minuti non ci sono stati contatti, tra lei e il presidente. Rimasto imperturbabile di fronte a quella che le opposizioni hanno visto come una sgrammaticatura della premier che l'ha tirato in ballo su una legge del governo. Non è la prima volta: era già accaduto in passato, e con altri esecutivi. Nel 2018 ci fu addirittura chi, come l'allora capo del M5S Di Maio (e la stessa Meloni...), invocò l'impeachment per l'attuale inquilino del Quirinale. Con ogni probabilità qualche strattone arriverà ancora, mettono in conto dalle parti del Colle. Ma è un'idea che non impensierisce: il presidente, ripete chi lo conosce, ha le spalle larghe.

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