Scarpe, dentiere, posti di lavoro: il marketing delle promesse dei politici

E se poi dopo il midterm non glieli dà? A partire dal “Trump dividend”, per arrivare alle cosucce di casa nostra, non c’è testo sapienziale o raccolta di proverbi che non contempli una sostanziale equivalenza sulla credibilità delle promesse; per cui nel 50 per cento dei casi si tratta di impegni da rispettare: «Promettete – recitava un sottile adagio di sospetta origine curiale e poi democristiana – perché la speranza sarà sempre più viva della riconoscenza»; mentre nell’altra metà dei casi prevale l’idea che sia da sciocchi fare affidamento a chi promette.

E tuttavia il fattore elettorale sposta parecchio la prospettiva rendendo la diffidenza più vasta e cruda; così le promesse sono parole, trappole, “il pasto dei pazzi” e addirittura, secondo il repertorio popolaresco del professor Lapucci (Mondadori, 2007), «scoregge – pardòn - e gli asini le annusano».

Niente di nuovo

Con tale mefitico sottinteso, rispetto al tempestivo bonus trumpiano, parecchi italiani, sia pure dopo essersi fatti i conti in euro, avranno alzato le spalle con l’aria di chi la sa lunga e anche senza considerare gli americani, come De Gasperi, dei “fanciulloni”: niente di nuovo sotto il sole e la pioggia di settembre.

Prima del decisivo 18 aprile 1948, proprio dall’America si fece capire che una vittoria delle sinistre avrebbe fatto automaticamente decadere gli aiuti del Piano Marshall, che peraltro a quel tempo già funzionavano a tutto spiano. Era l’Italia un paese povero e così affamato che nelle campagne elettorali del 1952 e 1956, per trionfare a Napoli Achille Lauro mise a profitto l’efficace e miserevole marketing della distribuzione di pasta, farina, zucchero, buatte di pelati.

La sigla del suo stesso partito, PMP (partito monarchico popolare), veniva abitualmente letta come Pasta Maccheroni Pomodoro, così come fu proprio allora che si affermò la promessa della scarpa spaiata e della banconota a metà, in distribuzione a seconda del risultato.

Un concetto generico

Per quanto assai poco dignitosi, né la giurisprudenza né l’osservazione politologica condannano a priori tali metodi che nel corso dei secoli hanno assecondato i mutamenti della società e, diciamolo, della civiltà politica. Forse anche perché il concetto di promessa è di per sé generico, sfuggente e anche necessariamente ambiguo, fermo restando che in una democrazia rappresentativa un qualche elemento di scambio, di do ut des per dirla in lingua morta, pare ineliminabile.Certo, c’è modo e modo.

Negli anni 80 Bettino Craxi prometteva “tre anni di stabilità”, pure facendo il numero tre con le dita in tv. Poco dopo, durante il crollo della Prima Repubblica, dilagò la moda dei “patti” con l’elettorato, la maggior parte dei quali rimasti lettera morta.

Come su tante altre cose, ma su questa con uno slancio che resta indimenticabile, il genere patronale conobbe il salto di specie grazie a Berlusconi: al quale si deve, nell’ordine: “il milione di posti di lavoro”(1994), “il Contratto con gli italiani” (2001), l’abolizione dell’Ici (2006, effettivamente realizzato nel 2008) più una strabordante quantità di incredibili promesse, dalle dentiere alle zone franche, dai cuccioli per gli anziani ai casinò, dai campi da golf ai concorsi per il più bel cassonetto dell’immondizia (a Lampedusa, pensa tu!), fino alla possibilità di vincere il cancro e campare 120 anni, ma prima di Panzironi con la sua “Life 120”.

Gli “euri” di Renzi

Dopo tale insuperabile Benefattore, solo imitatori e dilettanti. In anticipo su Donald, Renzi distribuì strategicamente 80 euri buscando 44,8 per cento alle europee 2014; mentre Grillo cominciava a mettere in serbo per gli elettori le macchine a idrogeno, l’ozio creativo, l’agricoltura verticale e i giubbotti auto-riparanti.

Meno fantascientifica, per i cinquestelle, fu la promessa del reddito di cittadinanza e di quota 100 per la Lega (2018, governo gialloverde). Sul super-bonus, con lieve senso di vertigine, si metterebbe anche punto, ma non senza aver maturato il sospetto che più la politica perde capacità di proiettarsi nel futuro, più tende a comprarsi i voti con le chiacchiere del presente.

Per il resto, è normale la speranza di vincere. Al tal fine si segnala, specialità italiana di possibile esportazione, la promessa propiziatoria e bislacca. Se vinco, fa voto Salvini, mi taglio la barba: eseguito. Se vinciamo, minacciò Fede, mi spoglio nudo: niente. Se vinco le primarie, promette Schlein, mi tingo i capelli di rosso: ma solo una ciocca, due anni dopo, a “Un giorno da pecora” - l’aveva già promesso De Magistris, ma in radio le hanno anche fatto suonare la chitarra