Sanità, estorsioni e droga l’ex boss pentito rivela: «Così funzionano gli affari»

Ronde armate per tenere sotto scacco il quartiere, regolamenti di conti tra piombo e pestaggi, e droga. Tantissima droga. Un fiume di sostanze stupefacenti pronto a travolgere le strade del centro storico di Napoli a qualsiasi ora del giorno. È una finestra che affaccia su un baratro senza via di uscita, quella appena spalancata da un vecchio narcos che, dopo una vita trascorsa tra le fila della criminalità organizzata ed essere sopravvissuto a un feroce pestaggio, ha deciso di tagliare con il passato. Eccolo, il profilo di Carmine Grosso, ex uomo di punta del clan Misso, anni di ininterrotta detenzione e, infine, l’approdo al ponte di comando della holding targata Savarese-Pirozzi, l’ultima cosca ad avere messo a ferro e fuoco il rione Sanità. Coinvolto nel colossale blitz che a marzo scorso, con l’esecuzione di oltre settanta arresti, ha decapitato il suo stesso clan, oltre a quello dei Giuliano-Mazzarella e dei Contini, il ras di Capodimonte alla fine ha firmato la resa. Un pentimento eccellente, i cui frutti non si sono fatti attendere: tre verbali di interrogatorio, sottoscritti tra luglio e settembre e che la Dda di Napoli ha appena depositato nell’ambito del maxi-processo scaturito dalla retata di pochi mesi fa.

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Gli affari

Le decine di pagine ancora omissate nulla tolgono alla portata delle dichiarazioni. Il neo collaboratore ha puntato il dito contro decine di affiliati, gran parte dei quali imputati nel processo che in questi giorni sta muovendo i primi passi. Il 61enne Grosso ha però fornito anche importanti informazioni sul schema dello spaccio nella Sanità. Quello che ne viene fuori, a dispetto degli alias “buffi” dei presunti capipiazza, è un colossale giro di droga organizzato tra “basi” statiche, quelle tradizionali, e dinamiche, vale a dire lo spaccio 2.0: telefona, concorda l’appuntamento e sniffa. Sul punto, è emblematica la rappresentazione fornita ai pm Maria Sepe e Urbano Mozzillo, titolari dell’inchiesta sotto il coordinamento dell’aggiunto Sergio Amato, appena l’11 settembre scorso: «Le piazze di spaccio rifornite dal gruppo Savarese-Pirozzi sono numerose. C’è quella del “Picchietto”, operativa in una strada vicina alla caserma dei carabinieri Napoli-Stella; poi ci sono quelle di “Zoccolella” a Capodimonte e di “Guiduccio”, attiva nella zona “ind ’o mont” e che fruttava un guadagno di 1.500 euro a settimana». I capipiazza più al passo con i tempi avrebbero invece optato per l’approccio “itinerante”: «“Scellone” operava sia con il posto fisso in via Arena alla Sanità che con la consegna a domicilio grazie alla collaborazione di alcuni ragazzi». E ancora: «Una piazza di spaccio autonoma è quella di Gennaro De Marino e anche lui vendeva, con modalità “volante”, cocaina in piazza Sanità».

I patti

Dalle sue rivelazioni emerge poi un retroscena scottante: l’autonomia del cartello della Sanità era in realtà apparente. Se il referente della paranza di affiliati sul campo era infatti Salvatore Savarese, alias “Mellone”, il vero regista sullo sfondo rispondeva al nome di Salvatore Barile, boss di primo piano del clan Mazzarella: «Il gruppo di “Mellone” era composto da Gianluca Galeota, “Sasillo”, Vincenzo Peluso, figlio di “Cicciobello”, ucciso da Misso Emiliano Zapata, Genni De Marino, Amodio ed anche da Matrone», ha ricostruito Carmine Grosso davanti ai magistrati. Un gruppo già rodato che, esclusa la figura di vertice di Savarese, faceva capo direttamente al capoclan di Poggioreale: «Gli altri componenti del gruppo frequentavano Barile che comandava nella Sanità perché questi erano suoi ragazzi». Un’ingerenza, quella dei Mazzarella attraverso Barile, che ha spinto l’organizzazione di Savarese a muoversi in un binario ben definito: «I membri di questo gruppo facevano traffici di droga ma non chiedevano le tangenti ai commercianti della Sanità, ma solo a chi svolgeva traffici illeciti».