Roman Pellegrino crede ancora nella buona moda

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Oggi ci sono fondamentalmente tre modi per scoprire un nuovo brand. Può capitare grazie al passaparola, sia tra gli addetti ai lavori che nelle community online, curiosando in uno store fisico o web oppure scrollando pigramente il feed social. È ormai abbastanza comune imbattersi in brand con pochi anni di attività che cercano di farsi strada nel nostro armadio tramite post accattivanti e video in cui qualcuno ci racconta perché dovremmo comprare proprio quella felpa invece di una delle altre dieci all’apparenza identiche. Qualcosa del tipo: «Non camminate, correte da… », seguito dal nome del marchio di turno. Non ho idea se funzioni o meno, se qualcuno abbia mai deciso di spendere i propri soldi fidandosi di un’anonima figura capitata per caso sullo schermo dello smartphone, ma personalmente posso dire di non esserne mai stato un gran fan.

Sarà per questo che quando qualche mese fa mi sono imbattuto in un post di Roman Pell, sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla pace e dalla tranquillità che si percepivano nel feed Instagram del brand. Nessun evento da lanciare, nessun drop improvviso da segnare in calendario e nessuna informazione non richiesta sul brand e la sua storia. Quando dico nessuna, intendo niente di niente, se non qualche nozione di base disponibile sul sito. Il founder, Roman Pellegrino, non ha mai parlato con alcun media e sul suo profilo Instagram ci sono quattro post e meno di quaranta follower. Se non fosse stato per una manciata di persone fidate che seguono l’account del suo brand, avrei pensato di essere finito in mezzo a un thriller a tema moda. «Questa è la prima intervista che faccio», mi racconta Roman quando gli faccio notare la totale assenza di informazioni sul suo conto.

Prima di diventare una finestra del mio Mac, Pellegrino aveva fatto quello che ogni marchio di moda affamato di notorietà è chiamato a fare: contattare la stampa inviando il lookbook della nuova collezione, insieme a una manciata di informazioni e la speranza di una qualche risposta. Il fatto che stessi conducendo da tempo la mia piccola indagine privata su Roman Pell e sul suo founder dal nome simile a quello di un personaggio di un film di Wes Anderson era una semplice coincidenza.

Roman Pell AutunnoInverno 2026

Roman Pell Autunno/Inverno 2026

«Vengo dalla periferia di Boston, in Massachusetts. Crescendo ho praticato molto sport e il mondo della moda non faceva proprio parte della mia vita in quel periodo, anche se i vestiti mi sono sempre interessati», mi spiega Pellegrino dal suo studio a Los Angeles. «Durante le scuole superiori ho iniziato a creare i miei capi e a venderli online. Principalmente serigrafia, ma anche un po' di sartoria. Successivamente ho iniziato a frequentare dei corsi in una scuola di moda a Boston, dove mi sono appassionato alla modellistica e alla confezione». Da Boston, Roman si è poi trasferito a New York, dove ha frequentato il FIT, Fashion Institute of Technology, approfondendo la conoscenza dei designer e del panorama della moda europea. «Sempre al FIT ho sentito parlare della Central Saint Martins, così ho deciso di fare domanda per il loro corso di moda maschile». Durante gli studi alla CSM, Roman ha fatto prima un tirocinio di qualche mese da Marine Serre e poi, una volta terminati gli studi, si è trasferito ad Anversa per lavorare da Namacheko. L’ultima tappa di questo tour mondiale è stata New York, dove Pellegrino ha lavorato per Levi’s. «L'idea del mio brand è nata proprio mentre ero lì. All'inizio era una cosa quasi ipotetica, non pensavo davvero che avrei fondato un marchio, ma mi chiedevo: "Se dovessi crearne uno, come sarebbe?". La prima collezione era piccolissima, composta da soli 12 pezzi».

Prima di proseguire, è giusto darvi qualche riferimento temporale: Roman Pell ha debuttato a giugno dello scorso anno con la sua prima collezione, mentre Pellegrino ha lasciato il suo precedente impiego pochi mesi prima, a maggio. Come avrete capito, si tratta di una storia che ancora adesso, mentre ve la racconto, sta continuando a crescere ed evolversi. «Pensavo che, da cliente, fosse davvero difficile trovare i vestiti che volevo acquistare. Da un lato i brand di lusso più tradizionali si rivolgono, a mio parere, a una clientela e a una generazione più matura. Dall'altro i brand contemporanei fanno solitamente l'opposto, spesso senza offrire lo stesso livello di manifattura del lusso. Ho pensato quindi di unire le due cose: proporre uno stile più contemporaneo realizzato però con la fattura e la qualità della sartoria tradizionale», mi spiega Roman, che per soddisfare i suoi standard qualitativi è volato in Italia. In Veneto, per la precisione.

Roman Pell AutunnoInverno 2026

Roman Pell Autunno/Inverno 2026

«Quando siamo andati a visitare questi posti nel 2025, eravamo in una fase di rallentamento per il settore del lusso. Di conseguenza, laboratori che normalmente non avrebbero mai accettato un nuovo marchio si sono dimostrati più aperti nei nostri confronti. Abbiamo notato che, una volta entrati in contatto con una persona, questa ci presentava a quella successiva, e così via», racconta Pellegrino. «È un modo di lavorare basato sul passaparola e sulle relazioni umane, ed è uno dei motivi per cui l'Italia è così fondamentale per quello che facciamo». Roman, che documenta i suoi viaggi in Italia nel blog presente sul sito del brand, dice di non essersi ispirato a nessun altro marchio per plasmare l’estetica e il mondo di Roman Pell. Di sicuro non ai nomi per cui ha lavorato, distanti anni luce da quello che adesso esce dalla mente del giovane designer americano. «La mia ispirazione parte sempre dagli abiti in sé. Ciò che mi ha sempre attratto è la realizzazione concreta dei capi. Infatti, quando ho fondato il brand, sono partito dal mio guardaroba, analizzando i pezzi che indossavo di più. Ho iniziato così, con l'obiettivo di creare capi semplici e ben fatti, senza concentrarmi troppo sul realizzare design puramente concettuali o stravaganti».

Oggi Roman Pell produce una moda decisamente minimale, così come raccontato anche dal suo creatore. Sul sito ci sono camicie in lana, maglioni e cappotti in cashmere, e giacche da sera con revers a punta in raso. Dando una rapida occhiata alla collezione disponibile online, il pezzo più economico è una camicia in popeline da 340 €, mentre per una giacca in suede si arriva a 2.300 €. Non che voglia fare i conti in tasca a Roman, ma trovo interessante il contrasto tra un brand con poco più di di un anno di vita, che punta su una comunicazione silenziosa in un mondo di marchi che urlano e con dei prezzi a quattro cifre. «Penso sia un tema interessante, perché porta a chiedersi: cos'è la moda oggi? Si tratta di immagine o di abiti? Personalmente, mi interessano molto di più i capi in sé. Credo che oggi molti vestiti vengano realizzati unicamente per l'immagine, diventando quasi degli oggetti di scena per i contenuti social. Tuttavia, un'immagine si consuma nell'istante stesso in cui la guardi, mentre con gli abiti succede il contrario: puoi conservarli a lungo. Chi acquista un capo d'abbigliamento cerca un coinvolgimento più profondo e non passa semplicemente all'immagine successiva».

Roman Pell AutunnoInverno 2026

Roman Pell Autunno/Inverno 2026

Per adesso, i fatti danno ragione a Pellegrino e al suo brand che, come mi dice, ha alcuni dei suoi migliori clienti tra persone che nemmeno seguono Roman Pell sui social media e che hanno scoperto i capi del designer americano grazie al suo showroom parigino o tramite il lookbook. A questo punto, mi chiedo se nella mente di Pellegrino sia possibile addirittura creare un brand totalmente assente dai social. «Credo che siano comunque fondamentali, soprattutto per un piccolo brand, perché in un certo senso sono un approccio più democratico. Tuttavia, penso che il pubblico dei social media e il cliente reale siano due realtà completamente diverse. Per questo cerchiamo di non considerare i social come unico canale, ma puntiamo a creare un contatto più concreto con i clienti».

Anche se la storia di Roman Pell è solo all’inizio, Pellegrino ha le idee piuttosto chiare sulla sua direzione futura. Per questa stagione, il marchio ha allargato il numero di retailer senza però esagerare – quattro, equamente divisi tra Canada, Giappone, Stati Uniti e Danimarca – mentre alcuni capi con tempi di lavorazione più lunghi sono disponibili esclusivamente su richiesta sul sito del brand. «Siamo una squadra piuttosto piccola: ci sono io, uno sviluppatore con base in Italia e un team di freelance con cui collaboro per la parte di immagine e direzione artistica. Questo si ricollega alla mia precedente esperienza in realtà più piccole. Quando lavoravo da Namacheko, ad esempio, il team era composto solo da una o due persone. Aver visto con i miei occhi che è possibile gestire un'azienda globale con pochissime persone è stato fondamentale: dall'esterno non te ne rendi conto, ma spesso dietro c'è proprio un gruppo così ristretto».

In un mondo come quello della moda in cui tutti i brand sembrano smaniare per aggiungere sempre qualcosa alla loro narrazione, alle loro collezioni o al loro linguaggio, Pellegrino gioca a sottrarre: comunicare meno, ma farlo meglio, creare collezioni con pochi capi ma realizzati con cura e pensare che i vestiti vadano prima di tutto indossati. Tutto questo è estremamente affascinante.