Robot umanoidi, dal nuovo 'record' sui 100 metri alla leadership
TRENTO. La notizia era circolata negli scorsi giorni, suscitando la curiosità di molti: due robot umanoidi sono riusciti a battere il record “umano” di velocità sui 100 metri – detenuto da Usain Bolt con 9.58 secondi – tagliando il traguardo rispettivamente in 9,47 e 9,39 secondi. Si tratta di due dispositivi realizzati da aziende cinesi, che hanno partecipato a Pechino alla seconda edizione dei World Humanoid Robot Games, i Giochi mondiali dei robot umanoidi.
Si tratta di una sorta di “olimpiade” destinata proprio a quei robot che cercano di imitare i movimenti e le caratteristiche degli esseri umani, alle quali hanno partecipato centri di ricerca, università e aziende – perlopiù provenienti dalla Cina.
I risultati, al di là dell'ilarità suscitata da diversi incidenti di percorso – basti pensare agli stessi 'runner' che hanno partecipato ai 100 metri: velocissimi nella fase di corsa ma ancora non in grado di arrestarsi, finendo per schiantarsi contro dei materassi posti oltre il traguardo – mostrano come il mondo della robotica umanoide sia in grande espansione in particolare nella Repubblica popolare, che secondo molti addetti ai lavori sarebbe ormai in procinto di staccare i competitor occidentale, almeno in alcuni ambiti.
Di quest'idea è il professor Luigi Palopoli, direttore del Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell'informazione dell'Università di Trento e grande esperto di robotica, raggiunto da il Dolomiti per approfondire lo stato dell'arte del settore partendo proprio dalle “olimpiadi” terminate pochi giorni fa a Pechino.
Robotica e Ia: l'obiettivo è “umanizzarsi”
“La robotica a livello generale – dice – sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti e di grande interesse, sia mediatico che industriale. A spingere questo fenomeno è in particolare il rapporto complementare con i sistemi di intelligenza artificiale: da una parte, infatti, i sistemi robotici antropomorfi permettono il cosiddetto embodiment dell'Ia, la 'personificazione' dei sistemi neurali necessaria per operare direttamente nell'ambiente e nella società. A sua volta, la robotica si avvantaggia naturalmente moltissimo dei sistemi di Ia per quanto riguarda per esempio la capacità di percezione, di comprensione dell'ambiente, di situation awareness”.
Gli 'umanoidi', o robot antropomorfi, si muovono oggi all'interno di questo contesto di sviluppo: “Il parallelo con l'intelligenza artificiale è molto forte in questo ambito – continua Palopoli –. Gli stessi Large language model che utilizziamo presentano infatti una configurazione che punta a presentarsi il più possibile come umana nelle interazioni, arrivando in alcuni casi a stabilire addirittura una connessione falsamente emotiva”. Da questo punto di vista è chiaro quindi come la relazione tra Ia e robotica umanoide si predichi a partire dallo stesso principio di base: umanizzarsi.
Parlando di robot però, la domanda è capire quando sia effettivamente utile l'imitazione della corporeità umana – con tutti i suoi pregi e le sue limitazioni.
Robot antropomorfi: a cosa servono davvero?
“Da un punto di vista di impatto sul pubblico e di interesse – continua infatti il professore di UniTrento – un robot che cammina su due gambe fa certamente molto più effetto rispetto a un drone cingolato, per esempio. E il forte sviluppo sia nella capacità di produrre motori elettrici sempre più leggeri che di batterie sempre più capienti fornisce un impulso per lo sviluppo di tecnologie sempre più in grado di impressionare l'opinione pubblica. Nell'ambito sportivo, del gioco, il risultato è quello che abbiamo osservato negli ultimi giorni a Pechino. Personalmente però credo si tratti più di una vetrina per mostrare le ultime novità nel settore piuttosto che un appuntamento destinato, in futuro, ad essere sempre più seguito”.
L'esempio portato dal professore è quello degli scacchi: nessun essere umano oggi, nemmeno lo scacchista numero uno al mondo – e, secondo molti appassionati, il più forte della storia del gioco – Magnus Carlsen potrebbe pensare di vincere contro i più potenti motori da gioco scacchistici. Per i chess engine – come Stockfish o Alphazero, sviluppato da Google DeepMind – esistono dei tornei dedicati, nei quali nessun umano potrebbe competere.
“Una situazione analoga si può immaginare in futuro per quanto riguarda i robot umanoidi – continua Palopoli – ma, proprio per la loro intrinseca superiorità, non credo che l'interesse nei confronti di queste competizioni potrà essere comparabile ai corrispettivi eventi umani. Ad essere particolarmente rilevanti sono però le possibili applicazioni pratiche delle innovazioni tecnologiche trainate dagli investimenti nel settore”.
I robot antropomorfi potrebbero infatti risultare particolarmente utili proprio nei contesti nei quali l'ambiente in cui operare è costruito a misura di essere umano: “Il primo esempio che salta alla mente è quello casalingo – dice il professore –. Pensiamo per esempio alla cura degli anziani, all'assistenza di persone non indipendenti. Connettersi e interagire con un robot umanoide in questo caso risulterebbe naturalmente più semplice che, per esempio, con una sedia a rotelle automatizzata. Come abbiamo visto però durante l'ultima edizione dei giochi robotici a Pechino, i rischi ci sono: proprio come un essere umano, questi dispositivi possono per esempio 'perdere l'equilibrio' e cadere, magari ferendo le persone che dovrebbero assistere. Gli spazi di sviluppo rimangono dunque enormi”.
Dove invece la vicinanza alla forma umana non porterebbe vantaggi è nell'ambito industriale: “Oggi le fabbriche sono già costruite a misura di robot, non c'è quindi necessità di adattare i robot stessi a un contesto antropomorfo. In altre parole, la fabbrica può essere creata attorno al robot, per ottimizzare i movimenti di merce e via dicendo, al contrario invece dei contesti casalinghi, nei quali saranno i robot stessi a doversi adattare”.
“La Cina? Enormi investimenti nel settore, probabile superi le capacità dell'occidente in certi ambiti”
Al di là degli aspetti tecnologici però, dietro alla “vetrina” messa in mostra a Pechino negli scorsi giorni si muovono, naturalmente, anche considerazioni di carattere geopolitico.
“La Cina oggi presenta sicuramente una grande capacità produttiva nell'ambito della robotica – spiega il professore di UniTrento – e le aziende cinesi sono in grado di ottimizzare l'output su volumi enormi. Capacità che i sistemi industriali europeo e americano hanno in gran parte perso, delocalizzando in molti casi le proprie produzioni proprio in Cina”.
E non a caso oggi la Repubblica popolare sta conquistando vantaggi competitivi in tutta una serie di ambiti correlati, a partire dalla produzione di batterie: “In questo contesto in particolare i cinesi sono leader indiscussi a livello globale, visto e considerato che controllano sostanzialmente tutte le filiere produttive, a partire da quelle estrattive. Sull'intelligenza artificiale Pechino e Washington stanno giocando una partita testa a testa, con i cinesi che puntano allo sviluppo di modelli più agili, a parametri aperti, per offrire un'alternativa più modulabile rispetto ai colossi americani come OpenAi o Anthropic. L'Europa si muove invece diversi passi indietro come volumi d'investimento”.
A livello numerico, riporta il Financial Times, la Cina domina ad oggi il mercato della robotica industriale, potendo contare su un totale di circa due milioni di robot industriali installati – 4,5 volte in più del secondo mercato mondiale, il Giappone.
Per quanto riguarda però le capacità produttive e tecnologiche, le università e i centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti “possono ancora dire molto” nel settore, dice Palopoli: “La questione è che gli investimenti cinesi sono massicci. Rispetto a qualche anno fa le autorità di Pechino hanno operato un cambio di prospettiva, mobilitando una quantità di risorse molto importanti nello sviluppo di ambiti ad alto valore aggiunto. E queste 'olimpiadi' sono un modo di mettere in vetrina questi interessi e questa capacità di sviluppo. Da un punto di vista tecnologico è probabile che oggi permanga un certo vantaggio del mondo occidentale. Sicuramente però non è più tanto significativo come in passato e, proprio a causa dei grossi investimenti cinesi nel settore, tra qualche anno, almeno in alcuni ambiti, Pechino potrebbe conquistare la leadership”.
“Applicazioni militari? Difficile per i robot umanoidi”
Proprio partendo dalle capacità dimostrate dai robot nel corso delle ultime competizioni “sportive”, uno dei temi più delicati nel discutere sullo sviluppo del settore è rappresentato dalle possibili applicazioni militari degli sviluppi tecnologici: “Per quanto riguarda l'aspetto della difesa – dice però in conclusione Palopoli – non credo che i robot umanoidi possano essere una scelta ottimale”. Partendo dalle lezioni apprese sia in Ucraina che ad Hormuz, è infatti più probabile che si scommetta su un maggior sviluppo di droni cingolati, marini o volanti.
“Le popolazioni stanno invecchiando – dice infatti il professore – e l'idea di sostituire la manodopera umana con robot anche nell'ambito della difesa naturalmente esiste da tempo. Come anticipato però, gli umanoidi hanno fragilità e svantaggi chiari, che ricalcano i limiti del corpo umano. Per costruire, purtroppo, macchine che uccidano e distruggano penso si opterebbe su soluzioni molto più semplici e flessibili. Non per questo però gli sviluppi tecnologici presenti nei robot antropomorfi non possono risultare significativi anche in altri ambiti: proprio per questo la dimostrazione dello sviluppo tecnologico cinese ha chiaramente finalità anche geopolitiche, non solo per intimidire ma anche per invogliare a nuove collaborazioni e investimenti. Aziende americane come Boston Dynamics producono da anni quadrupedi e umanoidi impressionanti: il dato di fatto però è che oggi le aziende cinesi possono mettere a disposizione sistemi robotizzati a un quinto del prezzo di un competitor occidentali. Una situazione che scoraggia le realtà europee ed americane dal costruirsi in casa la propria tecnologia meccanica e meccatronica, spingendole a concentrarsi maggiormente sui software”.
Ma il punto, conclude Palopoli, è un altro: “Se guardiamo al sodo, e cioè a dove si fanno veramente i soldi nella robotica, la risposta resta una sola: i manipolatori industriali. Boston Dynamics per esempio ha vissuto per anni di contratti governativi, le uniche linee di guadagno in attivo erano quelle legate all'ambito industriale. Un contesto nel quale le realtà occidentali esistono ancora e hanno un peso non indifferente. Il punto, in definitiva, è distinguere la vetrina tecnologica dal business vero”.