Roberto Mancini nuovo Ct Italia: la pazza idea di conquistare il Mondiale con i giovani napoletani

Pochi uomini (calciatori o ex) hanno avuto un rapporto tanto travagliato con la Nazionale. Pochi uomini come Roberto Mancini, nato a Jesi - nelle Marche - 61 anni fa. Da calciatore ha solo sfiorato l’azzurro per via di un carattere difficile e di una concorrenza estrema per il ruolo di numero 10. Bei tempi quelli, quando l’Italia si poteva permettere il lusso di lasciare fuori un talento cristallino come quello del numero 10 della Sampdoria. Ma erano gli anni di Roby Baggio prima e Alex Del Piero poi. Insomma, quando il paradiso del pallone aveva i confini a forma di uno Stivale.

Mancini ha sfiorato l’azzurro, lo ha accarezzato ma di fatto non lo ha mai vissuto a pieno. Chissà, forse anche per questo gli deve essere rimasta una voglia pazzesca di Nazionale. Era felice come un bambino quando abbracciato al suo amico-fratello Gianluca Vialli teneva fieramente rivolta verso il cielo di Wembley la coppa dell’Europeo. Era l’estate del 2021 che sembrerebbe una vita fa. E invece è un ricordo che i tifosi italiani provano a tenersi stretto stretto visti i tempi che corrono. Chissà, forse anche per questo rimuoveranno in fretta anche quel burrascoso addio dell’estate 2023, quando il ct in carica decise di mollare la Nazionale per accettare la faraonica offerta da parte della selezione araba. Una macchia che resta, ma che il Mancio per primo vuole cancellare alla sua maniera. Quando si è seduto per la prima volta sulla panchina dell’Italia dopo il primo clamoroso fallimento mondiale (2017 con Ventura) era il maggio 2018 e aveva in mente una sola cosa: partecipare all’edizione del 2022 e vincerla. E adesso che ritorna la sua idea è ancora quella: partecipare e vincere il Mondiale 2030. Perché certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. E quello tra Roberto Mancini e la Nazionale è un amore infinito. Più forte dei milioni che ha guadagnato girando per il mondo (e vincendo) alla guida di Manchester City, Galatasaray, Zenit e per ultimo l’Al Saad in Qatar: oggi il suo stipendio da ct sarà sotto i due milioni.

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Ha vinto anche in Italia - con l’Inter - dopo averlo fatto da calciatore sia alla Sampdoria che alla Lazio, non esattamente due capitali del calcio di serie A. Gli è sempre piaciuto il bello. E agli amici ha sempre ammesso ridendo che se avesse tirato in porta la metà delle volte in cui ha passato la palla le statistiche dei suoi gol fatti sarebbero ben diverse. Ma in realtà quegli assist per lui valevano di più. Perché condividere - gioie e dolori - è sempre stato il suo mantra. Era così da calciatore ed è stato così anche da allenatore. Per questo nel suo primo ciclo da ct ha voluto Gianluca Vialli a fargli da spalla: l’ennesimo assist della sua vita all’amico di tutta una vita. Il Mancini di oggi è quello del 2018 ma con ancora più voglia e uno staff tutto nuovo (Antonio Gagliardi e Massimo Maccarone i primi due tasselli). Ripartirà da un’Italia mentalmente sottoterra dai tre fallimenti mondiali e per riuscirci spera di riavere accanto l’amico Lele Oriali come team manager, dopo l’esperienza con Conte a Napoli. Degli eroi dei 2021 ritrova Donnarumma, Di Lorenzo (sua intuizione all’Europeo), Barella, Raspadori e Bastoni tra i titolari. Ma anche Locatelli, Berardi, Meret, Cristante, Bernardeschi e Chiesa possono ancora dare una mano. Nel suo primo ciclo da ct fece esordire Zaniolo e Pafundi, adesso punterà su giovani di valore come i fratelli Pio e Sebastiano Esposito e l’altro napoletano Antonio Vergara. La qualità al primo posto. Quella che chiedeva a Insigne anche nei suoi momenti di maggiore difficoltà a Napoli. Un po’ ct e un po’ psicologo. Per l’Italia questo e altro. Il filo azzurro si è ricucito. Con il tempo si ricuciranno anche gli strappi.