Roadelli: «La musica è la mia strada, canto ciò che sento dentro. Il mio fan più grande? Devo essere sempre io»

C'è un'immagine che racconta bene Roadelli: il Palazzetto dello Sport che vede ogni giorno dal tetto di casa. È vicino, ma per ora resta un sogno. Quando lo guarda, però, immagina già il momento in cui sarà lì dentro, davanti a migliaia di persone che cantano le sue canzoni.

A 25 anni, il cantautore romano sta costruendo il proprio percorso senza cercare scorciatoie. Dopo il primo concerto al Charleston Club di Roma, Roadelli si prepara a pubblicare il suo primo EP. Ma prima ancora dei progetti e degli obiettivi c'è il motivo per cui ha iniziato a scrivere: raccontare quello che vive. «Il mio modo di scrivere non è cambiato poi così tanto. Sono migliorato magari nell'esprimere alcuni concetti, ma mi lascio sempre trasportare da fatti che mi accadono realmente, è sempre stato il mio modus operandi».

Una scrittura profondamente autobiografica

Relazioni, nostalgia, solitudine e crescita. Le sue canzoni partono da episodi reali e diventano il modo attraverso cui dare una forma a emozioni che, fuori dalla musica, spesso rimangono senza parole. «Ho imparato a capire sempre di più come lasciarmi andare ed essere libero di scrivere quello che sento veramente». È una consapevolezza arrivata con il tempo. Non ha cambiato la materia da cui nasce la sua musica: ha imparato a fidarsi di più di quella materia. E anche il suo nome d'arte racconta qualcosa di questo percorso. Dal cognome Rodelli nasce Roadelli, con una “a” che porta dentro la parola inglese road: strada. Non soltanto una scelta estetica, ma quasi una dichiarazione d'intenti. La musica è il percorso attraverso cui raccontare ciò che gli succede lungo la strada.

«Scrivo esclusivamente basandomi su fatti che mi sono realmente accaduti». Non inventa personaggi per raccontare emozioni: parte da quello che ha vissuto e prova a trasformarlo in una canzone. «Scrivere per me è esprimere tutto quello che non voglio o non riesco a raccontare così normalmente». È qui che la dimensione personale può diventare universale. Una storia nata dalla sua vita può finire dentro quella di qualcun altro. «Credo che chi mi ascolta possa ritrovarsi in quello che scrivo, soprattutto chi si è sentito spesso solo come me nella vita». La solitudine, quindi, non è soltanto uno dei temi che attraversano la sua musica. È anche uno dei punti da cui nasce il rapporto con chi ascolta.

Dal lavoro sulla voce ai social

Nel frattempo, il percorso artistico passa anche attraverso lo studio quotidiano. Da quattro anni studia canto con il suo insegnante Stefano, lavorando sulla respirazione, sul controllo della voce e sulla consapevolezza dello strumento che ha a disposizione. Ma il lavoro non riguarda soltanto la voce. «Lavoriamo spesso sul controllo del corpo durante le esibizioni e sul trasformare l'ansia in potenza vocale sul palco». Per Roadelli, imparare a cantare significa anche imparare a conoscersi. «È un percorso introspettivo anche quello dello studio del canto, devi imparare a conoscere fino in fondo la tua voce e la capacità di unire emozioni e controllo». Una ricerca che diventa particolarmente importante quando arriva il momento di salire sul palco. Perché l'emozione che nelle canzoni è una risorsa, dal vivo può diventare anche un ostacolo. L'obiettivo è trasformarla in energia.

Lo stesso discorso vale per i social, dove il rapporto con il giudizio degli altri non è sempre semplice. «Le critiche mi condizionano abbastanza». Roadelli non nasconde quindi la propria sensibilità, ma prova a gestirla senza trasformare ogni commento negativo in una sconfitta. «Rispondere in maniera educata ed intelligente a volte può far ricredere gli hater e trasformarli in fan».

Il punto di svolta: tra Sanremo Giovani, il dolore e il concerto

Poi arriva una data e un momento che, nel suo percorso, occupano uno spazio particolare. In concomitanza con l'uscita del brano “Ogni fermata” (presentato per Sanremo Giovani), l'artista ha dovuto affrontare un grande dolore personale: proprio il giorno in cui è stato scartato dalla competizione, è morta sua nonna, citata all'interno del brano. Una coincidenza così forte da farlo sentire «una formica davanti alla vita», al punto da pensare di fermarsi e staccare tutto.

Il confronto con il manager Edoardo Colletti ha però trasformato quel dolore in una spinta decisiva: capire che quella ferita poteva diventare forza e un motore per fare ancora meglio. Così ha scelto di andare avanti. E proprio in mezzo a tutto questo è arrivato il primo concerto al Charleston Club di Roma, il 5 dicembre 2025. «Vedere quelle persone cantare con me tutto quello che c'era da cantare è stato come respirare di nuovo». Un punto di svolta autentico: la prova concreta che una storia nata nella sua stanza è riuscita ad arrivare fino a qualcun altro.

La musica nasce prima dall'amicizia

Il percorso musicale di Roadelli è fatto anche di legami profondi. Eddie Brock e Calma non sono soltanto artisti con cui ha collaborato: sono amici con cui condividere la parte più personale della sua scrittura. «Quando vado in studio con loro sto andando con i miei migliori amici a confidarmi, senza aver paura del giudizio o di raccontare qualcosa di troppo».

Con Eddie Brock il rapporto dura da quattro anni. Nel tempo è diventato una figura quasi fraterna e, oltre alla musica, gli ha trasmesso un'idea precisa del mestiere. «Mi ha fatto capire che se vuoi fare musica buona devi trattarla come un lavoro vero». Con Marco, in arte Calma, l'incontro è stato invece più casuale. «È subito nata una stima personale e un'intesa artistica forte». 

Le influenze e il sogno più grande

Le sue radici musicali affondano nella scena indie romana, ma i riferimenti sono più ampi. Ci sono Ultimo, Antonello Venditti, Claudio Baglioni ed Elton John. «Si può dire che ho imparato a scrivere canzoni grazie a loro». E quando si arriva al featuring dei sogni, la risposta è perfetta nella sua irraggiungibilità: Elton John.

Poi c'è un sogno che, almeno nella sua immaginazione, è molto più vicino. Il Palazzetto dello Sport. «Lo vedo tutti i giorni dal tetto di casa mia e non smetto di immaginarmi lì dentro con migliaia di persone che cantano le mie canzoni». Non serve aggiungere altro. Quella scena contiene tutta l'ambizione di Roadelli: un luogo che vede davvero, tutti i giorni, e di persone che un giorno potrebbero essere lì per lui.

Dieci anni, tante storie da raccontare

E forse è proprio per questo che, quando gli si chiede come si immagina tra dieci anni, non risponde parlando soltanto di carriera. «Spero di essere diventato una persona che ha vissuto dieci volte in più di adesso, di essere un artista che lavora solo con la musica».

Prima ancora dell'artista, c'è la persona. Vivere per avere qualcosa da raccontare. Fare esperienze per trasformarle in canzoni.

Il primo EP è ormai in fase di completamento. Nel frattempo, Roadelli vuole continuare a portare la propria musica dal vivo e scrivere ancora. «L'obiettivo adesso è di suonare sempre di più in giro, di farmi conoscere e di fare tante altre belle canzoni». È un pensiero semplice, ma racconta bene il momento che sta vivendo: nessuna necessità di anticipare il futuro, soltanto la voglia di continuare a percorrere la propria strada. Quella stessa strada che è già dentro il suo nome. E allora, alla fine, resta una domanda: chi è il primo fan di Roadelli? La risposta non è il pubblico. Non sono gli amici. Non sono i numeri. È lui. «Devo essere sempre io».


Ultimo aggiornamento: giovedì 3 settembre 2026, 05:00

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