Riforma Rai, il governo accelera. Meloni contro Schlein su Ranucci
Oggi in Senato riprenderà il cammino della riforma della Rai. Giornata importante, verranno presentati gli emendamenti e, tra questi, ce ne sarà anche uno del senatore di Forza Italia Roberto Rosso, che in accordo con il governo proporrà di togliere al ministero dell’Economia il potere di indicare l’amministratore delegato di viale Mazzini. La scelta dell’ad, così come quella del presidente della Rai, verranno lasciate al Consiglio d’amministrazione, che poi li voterà. L’esecutivo nominerà 2 membri del cda, mentre altri 4 spetteranno al Parlamento e 1 ai dipendenti. Sembra una rivoluzione, ma nella realtà rischia di essere un intervento puramente di facciata.
La riforma è necessaria per allinearsi al regolamento Ue “Freedom Media Act”, entrato in vigore ormai un anno fa. L’Europa chiede ai Paesi membri di liberare le loro televisioni pubbliche dall’ingerenza del governo. L’unica concessione fatta all’Italia è quella di lasciare in capo al Tesoro la nomina di 2 membri del consiglio d’amministrazione, perché il ministero è l’azionista di maggioranza e giuridicamente non può non essere rappresentato all’interno dell’azienda. Con questo nuovo assetto, tuttavia, nei fatti non cambietà granché. La nomina dei vertici resterà sempre il frutto di un accordo politico e sarà sempre il governo a indicare la direzione. Non c’è riforma né regolamento europeo che possa cambiare la natura di queste dinamiche.
Su un altro fronte, invece, il Freedom media act è riuscito a incidere. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, inizialmente, aveva fatto inserire all’interno della riforma una norma che gli avrebbe permesso di tagliare il 5% del canone in casi straordinari. Sarebbe stato quello lo strumento con cui realizzare la promessa leghista, mai mantenuta, di tagliare il canone Rai. Il regolamento europeo impone però di prevedere “risorse certe” da dare alla tv pubblica e la norma di Giorgetti avrebbe tolto ogni certezza. Ragione per cui è sparita dal testo finale.
L’obiettivo, adesso, è arrivare a un’approvazione della riforma in Senato a settembre, per ottenere il via libera definitivo alla Camera tra ottobre e novembre. Tempismo che acquisisce importanza non solo perché eviterebbe all’Italia di incorrere in una procedura di infrazione, ma anche perché dopo l’approvazione del Parlamento si dovrebbe dimettere automaticamente l’intero attuale consiglio d’amministrazione Rai. Questo passaggio permetterebbe di superare l’impasse che va avanti da quasi due anni intorno alla nomina del presidente di viale Mazzini. Giusto in tempo per le elezioni politiche.
La Rai si prepara a essere un terreno di scontro in campagna elettorale. I risultati degli ascolti delle reti, già oggi, per il centrosinistra segnano «il fallimento di TeleMeloni sul piano industriale e editoriale», come dice l’europarlamentare Sandro Ruotolo, responsabile Informazione del Pd. A questo si aggiungono «le forti preoccupazioni» espresse dall’ex presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, del M5s, per le sorti dei programmi storici dell’azienda come Report (da sempre inviso al centrodestra) e Chi l’ha visto?
Che il clima intorno alla tv pubblica sia già rovente lo dimostra anche la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che sente la necessità di rinfacciare alla segretaria del Pd Elly Schlein alcune sue vecchie frasi sull’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Meloni accusa Schlein di aver «costruito un racconto fatto di allusioni e insinuazioni» per addossare all’esecutivo delle responsabilità in quell’attentato. Invece, sottolinea, «il governo non c’entrava assolutamente nulla». Per un attimo diventa difficile distinguere chi è all’opposizione e chi è a capo del governo. Schlein respinge le accuse. Meloni ribatte: «Dovrebbe chiedere scusa». Soprattutto, non è chiaro a cosa miri la presidente del Consiglio con questa polemica. Nel centrosinistra un sospetto si fa largo: «Si stanno preparando a colpire Report».