Ricordate il Piano Cottarelli? Più di dieci anni dopo, la spending review pone le stesse domande - Il Fatto Quotidiano

Ricordate il Piano Cottarelli? Più di dieci anni dopo, la spending review pone le stesse domande

La spending review non taglia: interroga. Chiede alla spesa pubblica non solo quanto costa, ma perché esiste ancora. Ogni euro nasce con una promessa: curare, istruire, proteggere, investire. Ma le promesse invecchiano, e i fondi si stratificano. Da un lato, dire che esistano cento miliardi di sprechi già individuati e pronti da cancellare è una favola contabile. Dall’altro, rifiutare un taglio incondizionato non significa assolvere tutto. Al contrario: significa prendere sul serio un processo di revisione che per l’Italia è necessario.

L’OCSE definisce la spending review come uno strumento per governare il livello complessivo della spesa, individuare risparmi o riallocazioni e migliorare l’efficacia delle politiche. Tradotto: non basta spendere meno. Bisogna sapere se ciò che finanziamo serve ancora. E qui il discorso cambia: bisogna guardare non solo la spesa in sé, ma le strutture che la rendono permanente. Lo Stato non finanzia servizi, ma spesso finanzia ‘contenitori’: enti, agenzie, fondazioni, consorzi, partecipate, sedi, consigli, revisori, bilanci separati. Molti servono. Alcuni forse servivano. Sulle società partecipate la legge italiana è già severa, almeno sulla carta. Il Testo unico del 2016 stabilisce che le amministrazioni non possono mantenere società non strettamente necessarie alle proprie finalità istituzionali. E impone piani di razionalizzazione quando emergono segnali precisi: società senza dipendenti, più amministratori che lavoratori, attività duplicate, fatturato medio sotto il milione, perdite ripetute, costi da contenere, possibilità di aggregazione. I criteri esistono.

La domanda è perché tante volte non diventino conseguenze.

I numeri non autorizzano la retorica dei ‘carrozzoni’, ma nemmeno il sonno amministrativo. Nel 2023 l’Istat censisce 8.323 unità economiche partecipate dal settore pubblico, con 962.748 addetti e oltre 70 miliardi di valore aggiunto nelle imprese a controllo pubblico. Dentro ci sono acqua, rifiuti, energia, trasporti: pezzi dello Stato che funzionano. Ma compaiono anche 636 unità non attive e senza addetti. È lì che la spending review dovrebbe entrare e capire.

Il precedente più utile è il Programma Cottarelli del 2014. Non prometteva miliardi di miracoli. In risparmio: indicava dove guardare. Partecipate non operative, società troppo piccole, micro-partecipazioni, servizi locali frammentati. L’obiettivo era passare da circa 8.000 a 1.000 partecipate locali in tre anni, con risparmi stimati in 2-3 miliardi l’anno. Più di dieci anni dopo, molte domande sono ancora lì. Secondo l’Osservatorio CPI, su dati MEF, le partecipate locali erano 7.715 nel 2012 e 7.572 nel 2022: meno del 2% di riduzione. Sempre nel 2022 solo il 6% delle partecipazioni risultava coinvolto in cessioni, fusioni, recessi o razionalizzazioni. Il labirinto non è stato demolito: ha imparato a restare in piedi. Degli ultimi 4 anni si sa ancora molto meno.

I segnali d’allarme sono concreti. Nel 2022 restavano 1.271 partecipate locali non attive; circa cento erano inattive da oltre quindici anni e lo sono ancora nel 2026. Tra le imprese con bilancio presentato e senza razionalizzazione, quasi la metà aveva fatturato sotto il milione, più di una su quattro continua ad avere più amministratori che addetti, una su quattro era in perdita. Non significa chiuderle tutte. Significa rovesciare l’onere della prova: l’amministrazione deve spiegare perché servono ancora.

C’è poi un problema ancora più elementare: capire che cosa fanno davvero. Accanto a circa 2.300 società che offrono servizi di interesse generale o servizi strumentali, oltre 5.200 sono classificate in ‘altre attività’; in 311 casi l’attività è indicata con formule generiche come ‘attività diverse’. Prima ancora di decidere che cosa chiudere, uno Stato serio dovrebbe saper dire con chiarezza che cosa possiede, quale funzione svolge ogni organismo, chi altro svolge funzioni simili e perché serva una struttura autonoma.

Ecco la spending review che manca: una revisione nazionale di esistenza e funzione. Ogni cinque anni enti, agenzie, fondazioni controllate, consorzi e partecipate dovrebbero rispondere pubblicamente: la funzione serve ancora? È già svolta altrove? Serve davvero una struttura autonoma? Quanto costa l’autonomia? Che cosa accade se si fonde o si sopprime? Non è austerità. È igiene democratica. Uno Stato moderno non è quello che chiude di più. È quello che non concede a nessuna struttura il diritto di sopravvivere alla propria funzione.