Rialto come Ponte Vecchio? Ecco perché non si riesce: l’abbassamento del livello del turismo scoraggia i potenziali investitori
VENEZIA - Un sogno, quello di riportare sul ponte di Rialto solo botteghe di qualità, che si infrange contro la realtà di un turismo di massa sempre più invadente e povero, che allontana la clientela più esigente. La notizia che, dopo la definitiva chiusura della profumeria “Franco”, uno dei due archi dello storico negozio sarà occupato da un ufficio di cambio, ieri ha riacceso il dibattito annoso sul rilancio commerciale del più famoso ponte di Venezia.
Il modello del Ponte Vecchio di Firenze che, a dispetto dei tempi, è riuscito a conservare le sue botteghe di ori e d’argento, dalla laguna appare lontanissimo, quasi irraggiungibile. Obiezione ricorrente, ieri, tra le tante voci critiche, ma in un generale rimpallo di responsabilità. Il Comune, da un lato, spiega di non poter intervenire, a fronte di una normativa nazionale che liberalizza le aperture dei servizi. Molti commercianti che hanno investito in qualità negli ultimi anni sul ponte, al contrario, invocano un aiuto normativo per fermare la deriva. Mentre lo stesso profumiere che alla fine ha affittato il suo spazio al cambiavalute, racconta sconfortato di non aver trovato alternative perché le attività di qualità rinunciavano visto il livello al ribasso dei turisti in transito.
LIBERTÀ DI APRIRE
Quadro complesso, da cui Rialto e Venezia escono male. «Un cambiavalute sul ponte non piace nemmeno a me - premette l’assessore al commercio, Sebastiano Costalonga - Abbiamo fatto di tutto per fermarlo. Ma la legge nazionale consente la libera apertura di tutti i servizi, com’è appunto un ufficio di cambio». Nel caso specifico la società che aprirà il cambiavalute si è informata con il Comune, per l’organizzazione esterna degli spazi, su cui è poi intervenuta con alcune correzioni la Soprintendenza in sede di autorizzazione paesaggistica. Nulla di più. Quanto al modello del Ponte Vecchio «si fonda su un condominio con cui si sono organizzate le proprietà, fissando delle regole. Dovrebbero farlo anche a Rialto. L’apertura di un cambiavalute, nell’immediato, garantirà un affitto, ma alla lunga abbasserà la qualità dell’immobile».
TURISMO DI BASSO LIVELLO
Diverso il punto di vista di Sandro De Vanna, il profumiere, che aveva già puntato il dito contro le varie amministrazioni per il declino non gestito della città. «La verità è che ormai il tessuto socio economico è a zero - ribadisce - Io ho fatto il possibile per trovare gestori locali o comunque di qualità. Ma è stato impossibile. Ho avuto trattative anche con un grande marchio di profumi, per me sarebbe stato l’ideale, ma dopo una loro indagine di mercato hanno declinato per la qualità del turismo che non li garantiva. Tutti hanno rinunciato per questo». Ufficio di cambio, insomma, come unica possibilità. «Tutto questo è molto triste» commenta Giberto Arrivabene, che da un paio d’anni ha aperto la sua bottega di vetri e oggettistica, da qualche mese affiancata anche da quella di furlane delle figlie. «Stiamo cercando di risollevare questo ponte, di farlo diventare come Ponte Vecchio. Ma deve essere un impegno di tutti, anche dell’amministrazione. Noi qui siamo in perdita. Siamo venuti perché è Rialto, il posto più iconico della città. Questo deve essere il luogo dell’artigianato di lusso, non di un ufficio di cambio».
«Non ci credo! Un cambiavalute qui?» si stupisce Francesco Polacco, dal suo negozio “Antico ponte”, tutto antiquariato e vintage selezionato. Ma c’è anche chi ha un punto di vista diverso. «Piuttosto che qualche straniero, meglio un cambiavalute, comunque è un servizio utile» commenta Anna, commessa di Zecchin, negozio di vetri e souvenir. «Il problema oggi è se conviene aprire una nuova attività - aggiunge Filippo Prevedello, nel suo negozio sportivo - Quest’anno c’è stato un abbassamento di fatturato per tutti, anche del 20%. I turisti spendono meno». L’ultima stoccata arriva da Marco Jovon, dell’omonima gioielleria, che dopo la chiusura di Franco diventa il negozio con più storia del ponte: aperto nel 1934, trasferito a Rialto una ventina d’anni dopo. «Altro che Ponte Vecchio, qui siamo poco imprenditori e troppo levantini. E poi è sbagliato il marketing della città, che si svende per poco. A Rialto il Comune cominci a mettere due vigili fissi, darebbero un’idea di maggiore legalità. Sarebbe un aiuto importante».